Nel Salento del pane e dell’olio arriva il selfie col cadavere. A Uggiano La Chiesa, quattromila anime e un cimitero, un operaio solleva il cadavere, come fosse una persona ancora in vita, e lo abbraccia con la mano destra mettendosi in posa. La foto corre nelle chat, e ora lui finisce a processo per vilipendio.
Davvero il problema è solo il tizio coi guanti da lavoro in posa col morto? La catena è più affollata: chi scatta, chi ride, chi inoltra, chi salva nella galleria perché non si sa mai. In un Paese dove per tirare su un defunto servono dieci anni di burocrazia, per seppellire il pudore basta un secondo di condivisione. Nel mezzo, una comunità intera costretta a rincorrere l’immagine per cancellarla ovunque.
Il 5 febbraio un giudice dovrà decidere se c’è dolo, goliardia, ingenuità. Noi invece dovremmo decidere se vogliamo continuare a vivere in un mondo in cui perfino i resti mortali diventano contenuto, o se è arrivato il momento di togliere il like alla nostra stessa disumanità.



















