Il fine vita in Italia non è un problema etico, è un problema di calcolo. Pensiamo davvero che in Parlamento discutano di dolore e dignità, e non di percentuali e collegi? Il timore vero non è di offendere Dio, ma di perdere voti, e ogni proposta di legge viene trattata come una bomba a orologeria da lasciare esplodere in commissione.
Il Paese è già spaccato su tutto, figurati sul fine vita: da una parte chi rivendica l’ultima scelta, dall’altra chi teme il pendio scivoloso. I sondaggi però dicono che tre italiani su quattro vorrebbero una legge chiara, che non obblighi nessuno ma dia una via d’uscita a chi non vuole prolungare l’agonia.
La politica allora fa la cosa che le riesce meglio: si mette di lato. Lascia il lavoro sporco a giudici, medici e famiglie, così il costo elettorale è zero. Chiamano prudenza quello che è solo istinto di sopravvivenza, e il risultato è che a pagare il prezzo della nostra codardia non sono le carriere parlamentari, ma i corpi stanchi di chi muore mentre continuano a fare campagna elettorale.



















