L’Europa si trova di fronte a una sfida enorme, di quelle che non conquistano le prime pagine dei giornali. La sua immensa eredità storica e patrimoniale presenta un conto salato che, di regola, finisce sempre in fondo alla lista delle priorità.
In Italia, il peso della storia è tangibile in ogni pietra delle calli di Venezia, nei musei fiorentini che custodiscono la sua identità nazionale, o nelle basiliche di Roma. Questo lascito, condiviso con nazioni come il Portogallo, la Spagna o la Francia, definisce l’identità europea. Ma preservare tale eredità esige risorse.
Lo Stato, tradizionale custode, affronta una crisi di bilancio cronica, aggravata dalla burocrazia e dalle pressioni economiche e sociali che l’Europa intera sta vivendo. A Roma, come a Lisbona o a Madrid, i fondi pubblici si contraggono, lasciando monumenti e musei in balia di tagli e decisioni politiche contingenti. Secondo dati recenti del World Travel and Tourism Council, si prevede che il settore turistico contribuirà per circa l’11% al PIL italiano nel 2025. È noto che gran parte di questo turismo è di natura culturale, il che impone una riflessione sulla sostenibilità di un settore così cruciale per l’economia nazionale.
Dall’altra parte dell’Atlantico, il modello filantropico americano funge da contrappeso a quello europeo. In realtà, non è una novità per l’Europa – basti ricordare mecenati rinascimentali come i Medici a Firenze – ma la sua versione moderna promette efficienza e ingenti capitali da molteplici fonti. Fondazioni come la Getty o la Rockefeller finanziano progetti con un’agilità che contrasta con la tipica lentezza della burocrazia statale. D’altronde, anche in Italia, iniziative come il restauro del Colosseo finanziato da Diego Della Valle illustrano questa nuova forma di partecipazione a sostegno del patrimonio e dell’identità comune.
La tentazione è forte, soprattutto quando i governi europei sono alle prese con debiti e problemi sociali ben più urgenti. Ma come possono i governi sistematizzare questi processi senza renderli farraginosi e burocratici? Come riusciranno a preservare il patrimonio, a renderlo accessibile e a mantenerne l’identità, senza cedere alla tentazione di privilegiare l’aspetto commerciale?
Tuttavia, in qualità di esperto di politiche culturali, metto in guardia: resistiamo all’impulso più facile. Il modello americano funziona negli Stati Uniti, dove il patrimonio è più recente e la società valorizza l’individualismo filantropico. Ma in Europa, di fronte a sfide demografiche come l’invecchiamento della popolazione e geopolitiche come la dipendenza energetica, le crisi migratorie e la perdita di identità nazionale, l’equazione cambia. Colleghi come Salvatore Settis, già direttore della Scuola Normale Superiore, e Massimo Montanari, storico della cultura, si fanno eco di questa preoccupazione: la filantropia privata rischia di distorcere l’essenza pubblica della cultura.
Il sistema europeo, incentrato sullo Stato, si fonda su un ideale democratico secondo cui la cultura è un diritto universale, accessibile a prescindere dal suo richiamo commerciale. In Italia, leggi come il Codice dei Beni Culturali proteggono questo principio, dando priorità ai criteri storici rispetto alle mode passeggere. L’Italia, del resto, sancisce un fatto di grande interesse nell’Articolo 9 della sua Costituzione: la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Un concetto simile, sebbene più diffuso tra vari articoli, è presente anche nella Costituzione portoghese. È un segno dell’uniformità di vedute delle moderne costituzioni europee.
In generale, però, in entrambi i paesi, i processi con cui lo Stato – o un privato – promuovono la tutela del patrimonio sono lenti e politicizzati. Questa lentezza, se da un lato protegge dai capricci del mercato, dall’altro presenta dei pericoli. Lo scarso interesse a investire nel recupero, l’eccesso di burocrazia, i tempi biblici che intercorrono tra la previsione di spesa e l’inizio dei lavori. Tutti fattori che, uniti alla mancanza di incentivi, si traducono in un grave ostacolo allo spirito di iniziativa.
Il mecenatismo privato, d’altra parte, segue una logica diversa. La premessa non è più il dovere di tutela, ma una motivazione differente. E così, il mecenate detta le condizioni: il suo nome sulla facciata, l’enfasi sullo spettacolare, i ricavi, il capitale sociale. Negli Stati Uniti, i musei privilegiano le mostre “instagrammabili” rispetto agli archivi accademici. In Europa, il rischio è una contaminazione graduale, una deriva verso un’imitazione poco ponderata. E i primi segnali sono già visibili: musei italiani come il MAXXI di Roma iniziano a ragionare come aziende, con una programmazione guidata dal marketing anziché dai curatori. A questo punto, la domanda sorge spontanea: la cultura la finanziamo o la vendiamo?
Inoltre, la filantropia privata è volatile. Fluttua con i mercati finanziari – si veda l’impatto della crisi del 2008 sulle donazioni americane al settore – e dipende dalla passione del singolo, che spesso muore con il mecenate. Lo Stato, pur con i suoi innumerevoli difetti, offre permanenza. Scambiare questa stabilità per una maggiore agilità è un rischio, come sottolineano diversi rapporti dell’Unione Europea sulla sostenibilità culturale.
Non dobbiamo però arrenderci al declino. Serve una terza via, una piattaforma che unisca il meglio dei due mondi e rimetta in moto il sistema. Un mecenatismo strategico di interesse pubblico, basato su partenariati pubblico-privati (PPP) che favoriscano la coesistenza di sostegni statali e privati a beneficio del bene comune. In questo modello, lo Stato non è l’erogatore universale, ma lo stratega: definisce le priorità nazionali – conservazione, ricerca, accesso – attraverso piani trasparenti e in sinergia con i privati e la comunità locale.
In questo sistema, il privato interviene come partner, attratto da generosi incentivi fiscali come l’Art Bonus, che offre un credito d’imposta del 65% sulle erogazioni liberali a favore del patrimonio culturale pubblico. In cambio, si esige un allineamento con gli obiettivi statali, regolato da contratti che misurino il successo sulla base di criteri pubblici – come la conservazione dei beni e l’accesso equo – anziché sulle metriche del botteghino. Credo che questo approccio incanalerebbe le risorse e l’agilità dei privati verso la realizzazione di una visione pubblica, creando sinergie a lungo termine.
Sebbene in modo ancora timido e poco sistematico, alcuni esempi recenti in Italia dimostrano già il potenziale di questa via. Il restauro di Pompei, attraverso il Grande Progetto Pompei, ha combinato fondi europei e statali – con contributi privati ancora marginali – portando a una conservazione sostenibile e a un aumento del turismo responsabile. Un altro caso è il coinvolgimento di imprese come Tod’s nel restauro del Colosseo, un modello che bilancia il finanziamento privato con la supervisione statale per evitare distorsioni commerciali. Rapporti come quello di KPMG sulle sinergie pubblico-privato nel turismo culturale evidenziano come queste partnership non solo preservino il patrimonio, ma generino anche occupazione e innovazione, come la digitalizzazione delle collezioni.
Credo che la coesistenza di sostegni pubblici e privati rafforzi il bene comune. Lo Stato garantisce equità e permanenza, correggendo le disparità regionali – cruciali in Italia, con il divario Nord-Sud, o in Portogallo tra litorale e aree interne – mentre il privato apporta efficienza, tecnologia e fondi aggiuntivi. Ciò è particolarmente importante in tempi di tagli al bilancio, che già si fanno sentire su istituzioni come la Triennale di Milano o la Biennale di Venezia. Forse, questi tagli saranno il nudge necessario per spingerle a cercare il sostegno dei privati.
Questa terza via offre già solide prove di plausibilità. Studi dell’OCSE, come il documento “Musei e sviluppo locale”, e dell’Unione Europea, come il partenariato “Per un patrimonio culturale resiliente”, sottolineano che le PPP ben strutturate aumentano la resilienza culturale, promuovendo uno sviluppo sostenibile senza compromettere i principi fondamentali a cui gli Stati devono rispondere.
Il dilemma, come vediamo, non è solo finanziario; è una questione di identità, di principio, di governance strategica. La mia proposta è di salvare il patrimonio senza svenderne l’anima. Ma è necessario pensare in modo strutturale a leggi quadro che offrano un framework flessibile e attrattivo, creando piattaforme di partenariato e onorando ciò che la Costituzione sancisce. Altrimenti, i nostri musei, impeccabili e affollati, saranno vuoti di significato.
Di Rui Valdemar
Rui Valdemar è manager, compositore e organista. Scrive di cultura, patrimonio e intelligenza artificiale, ispirandosi a progetti che collegano creazione, territorio e tecnologia con un impatto strategico sul settore culturale.
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