Nella stagione più controversa della Biennale di Venezia 2026, Alessandro Giuli, Pietrangelo Buttafuoco e Giorgio Calcara hanno rappresentato tre modi differenti ma convergenti di intendere la cultura: non come strumento di conformismo politico, ma come spazio di libertà, ricerca e complessità.
Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, ha difeso con forza l’autonomia dell’istituzione veneziana nel momento più acceso delle polemiche internazionali. Di fronte alle pressioni per trasformare la Biennale in un luogo di esclusione politica preventiva, ha rivendicato il principio secondo cui l’arte non può essere ridotta a un’estensione automatica dei conflitti geopolitici. Nei suoi interventi pubblici ha parlato della Biennale come di uno spazio aperto, capace di ospitare contraddizioni, dissenso e pluralità senza piegarsi alla logica della censura o delle semplificazioni ideologiche.
Alessandro Giuli, pur assumendo una posizione critica rispetto alla presenza del padiglione russo, ha affrontato il tema con un approccio istituzionale e non propagandistico. Il ministro della Cultura ha distinto il piano della rappresentanza politica degli Stati da quello della libertà degli artisti, cercando di mantenere il dibattito dentro una dimensione di responsabilità culturale e diplomatica. Il confronto con Buttafuoco, anche nelle divergenze, ha mostrato come la discussione sull’arte possa ancora essere viva, reale e non semplicemente subordinata agli schieramenti.
In questo contesto, Giorgio Calcara assume un significato ancora più interessante se letto attraverso il lavoro che ha dedicato recentemente a Franco Battiato. Filosofo, curatore e studioso del rapporto tra arte e spiritualità, Calcara è stato il curatore della grande mostra-evento “Franco Battiato. Un’altra vita” al MAXXI e del volume “Battiato svelato”, dedicato all’universo umano, filosofico e artistico del musicista siciliano.
Attraverso questo lavoro, Calcara ha riportato al centro una figura come Battiato proprio per ciò che rappresentava: un artista impossibile da rinchiudere in categorie ideologiche, capace di attraversare musica popolare, avanguardia, mistica, filosofia e sperimentazione senza mai diventare prevedibile o addomesticato. Nel raccontarlo, Calcara ha insistito sulla dimensione verticale dell’arte, sulla ricerca spirituale e sulla libertà creativa come elementi essenziali della cultura autentica.
Ed è forse qui che le tre figure finiscono per incontrarsi davvero: nella difesa di un’idea di cultura che non cerca il consenso immediato, ma custodisce il diritto dell’arte a essere libera, scomoda, persino divisiva. Una cultura che, come accadeva in Battiato, continua a vivere solo quando conserva la capacità di sorprendere, disorientare e sottrarsi alle convenienze del momento.



















