Introduzione – Nel corso della rappresentazione scenica di fine stagione, organizzata all’Isola d’Elba dalla affermata regista di opere teatrali, Angela Chih, il gruppo teatrale “Le Tisane”, ha dedicato alla recitazione e all’interpretazione alcune celebri cantiche dantesche. La Prof.ssa Maria Assunta Scannerini, appassionata studiosa di Leopardi, ha inserito, nel programma. anche la lettura e il commento di alcune poesie di Giacomo Leopardi. Si tratta di componimenti che appartengono alla più alta espressione della poesia classica italiana e che nel tempo, sono stati oggetto di interpretazioni ormai consolidate, anche nell’ambito scolastico. Tra queste ricordiamo il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia , La ginestra e, soprattutto, L’infinito, sul quale si intende in questo articolo soffermare l’attenzione.

Dopo il significato letterale – Occorre considerare che il linguaggio poetico, anche dell’ Infinito per sua stessa natura, non coincide necessariamente con l’uso ordinario e letterale della lingua italiana. Il poeta può infatti aver scelto determinate parole non soltanto per il loro significato immediato, ma anche per esigenze metriche, ritmiche, fonetiche o di asso1nanza, oppure per conferire maggiore intensità, musicalità e forza evocativa al verso. La licenza poetica consente quindi una costruzione del linguaggio che può discostarsi dalla forma comunemente utilizzata nella prosa e dalla corrispondenza più immediata tra parola e significato. Dopo il significato letterale si apre infatti lo spazio dell’interpretazione: non arbitraria, ma possibile ogni volta che trovi nelle parole dell’autore una propria coerenza. Il linguaggio poetico, per sua natura, concentra senso, immagini e ambivalenze che possono sostenere prospettive diverse senza tradire il testo. È da qui che nasce questa rilettura dell’Infinito: non per contraddire quella tradizionale, ma per verificare se, nelle stesse parole di Leopardi, possa celarsi anche un’altra possibilità.

Una lettura qui e ora dell’Infinito – Ci sono opere che, proprio perché diventate universali, finiscono quasi per essere imprigionate nell’interpretazione che la tradizione ha consegnato loro. L’infinito di Giacomo Leopardi appartiene certamente a questa categoria. Da generazioni la siepe viene letta come il limite fisico che, impedendo allo sguardo di raggiungere l’orizzonte, mette in moto l’immaginazione verso gli «interminati spazi» e i «sovrumani silenzi». È una lettura autorevole. Ma si può provare a spostare il punto di osservazione: invece di seguire Leopardi verso ciò che immagina oltre la siepe, fermarsi nel luogo concreto dal quale quell’immaginazione prende avvio. Quel luogo è il presente: l’«ermo colle», «questa siepe», «queste piante», «questa voce». Ed è soprattutto la posizione di un uomo che rimane «sedendo». Leopardi non attraversa la siepe, non la scavalca, non cerca di vedere ciò che essa nasconde. Il corpo rimane quietamente nella realtà; soltanto il pensiero si avventura «di là da quella».

La quiete al di qua – La siepe delimita così due dimensioni. Al di qua vi sono il corpo, il paesaggio, il vento, la percezione; al di là ciò che il poeta stesso dichiara di costruire interiormente: «io nel pensier mi fingo». Il qui e ora acquista allora un significato più profondo della semplice concretezza. È la sicurezza di ciò che è riconoscibile, la comodità dell’esistere dentro una realtà abitabile, la quiete di chi può pensare ciò che non conosce senza essere costretto a entrarvi. La siepe non chiude soltanto la vista: stabilisce una soglia. Da questa parte l’uomo conserva una posizione, una misura, un luogo. È significativo, inoltre, che nel momento in cui il pensiero si spinge maggiormente oltre quella misura compaia lo «spaurimento»: «ove per poco / il cor non si spaura». Leopardi registra dunque, prima di qualsiasi abbandono, un turbamento. Poi ritorna il mondo. «E come il vento / odo stormir tra queste piante…». Il vento non è pensato: accade. È una presenza sensibile che riconduce il poeta al luogo nel quale realmente si trova. La contrapposizione fra «quello / infinito silenzio» e «questa voce» sembra quasi tracciare una geografia della coscienza: «quello» appartiene alla lontananza dell’immaginato, «questa» alla prossimità del presente. Anche il tempo segue lo stesso movimento. Leopardi pensa «l’eterno» e «le morte stagioni», ma subito riaffiora «la presente / e viva». Quell’aggettivo, «viva», merita forse più attenzione di quanta abitualmente gli si conceda. Di fronte all’eterno ritorna il presente, così al silenzio ritorna una voce ed all’indeterminato, la consistenza della realtà.

l pensiero può partire perché l’uomo rimane – Il celebre finale concentra questa tensione in una formula estrema: «s’annega il pensier mio: / e il naufragar m’è dolce in questo mare». Leopardi parla di naufragio, dunque di perdita, ma precisa chi annega: il pensiero. Non l’uomo. Il poeta continua a trovarsi sul colle. La siepe è ancora davanti a lui, le piante continuano a stormire, il mondo sensibile non è stato cancellato. La mente può concedersi l’abbandono perché il soggetto conserva ancora la propria posizione reale. Forse è proprio questa sicurezza a rendere possibile la dolcezza del naufragio: il pensiero può permettersi il mare perché l’uomo continua ad avere una riva. La siepe assume allora un significato diverso da quello di semplice ostacolo. Diventa il confine che custodisce il presente. Leopardi non la abbatte, non la supera fisicamente, non parte. Rimane seduto al sicuro al di qua della siepe perché il pensiero va oltre l’uomo rimane al di qua.
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