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Istanbul/ La città dai sette colli

Il  profilo storico dei cinque nomi che l’hanno designata

Giuseppe Lorin by Giuseppe Lorin
20 Maggio 2020
in Attualità
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Istanbul/ La città dai sette colli
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Istanbul come Roma, è edificata su sette colli ed il Bosforo la divide in due parti, l’europea e l’asiatica! Circa tredici milioni di abitanti popolano oggi, la capitale della Turchia. Ma prima di Istanbul, sbocciava come un tulipano Bisanzio, rappresentazione dell’assetto imperiale romano che si perpetua per oltre mille anni sul Bosforo, ove gli stessi abitanti, ben lungi dal considerar sé stessi Greci, si definivano Romani, eredi dei Cesari e legittimi detentori dell’eredità politica ed istituzionale dell’Vrbis Romae. Bisanzio, un’avventura lunga e gloriosa più di 1000 anni che tuttavia è vista ancora quale stanco e interminabile strascico d’una romanità decadente. Bisanzio, ovvero un millennio d’intrighi, di vacue dispute teologiche, d’oscura e stanca retorica. L’antica Bisanzio, divenne più tardi Costantinopoli, la sfarzosa città d’oro, e prima che fosse presa dai Turchi nel maggio 1453, sulle rive del Bosforo, vennero eretti due grandi monumenti: il Castello Anatolico, Anadolo Hisari, edificato sulla riva asiatica nel 1391 da Bayezid I (1389-1402) soprannominato Yıldırım, in turco ottomano la Saetta, per controllare il passaggio del Bosforo e impedire ai crociati di sbarcare sulle coste dell’Asia, e l’imponente Castello di Rumelia, Rumeli Hisari, molto più grande e complesso, che venne ristrutturato, sempre sulla riva europea nel 1452 da Maometto II (1451-1481) che lo considerò indispensabile al suo piano di attacco alla città. Sconfitti i crociati nella battaglia di Nicopoli, per festeggiare la vittoria Bayezid costruì nel 1396, la Grande Moschea, Ulu Camii, a Bursa. L’Impero Bizantino, perfetta sintesi di continuità e di trasformazione dell’eredità romana con le esigenze delle mutate situazioni territoriali, politiche, economiche e culturali, in grado di accogliere tra le sue braccia popoli, culture e idee in nome dei grandi principii della fedeltà all’Impero, della lingua greca e, soprattutto, del Cristianesimo. Quell’Impero Bizantino era andato riducendosi, parallelamente all’affermarsi dei Turchi Ottomani, dalla fine del XIII secolo in poi ma la capitale fu in costante declino dal 1204, dal momento in cui cadde nelle mani dei Crociati che la saccheggiarono. Bisanzio, la città che Costantino il Grande inaugurò quale sua capitale lunedì 11 maggio del 330; Costantinopoli, la Città d’Oro, la Regina delle Città, lo scrigno d’ogni meraviglia, ammirata e temuta, capitale di quella che fu la superpotenza del medioevo per 1123 anni e 18 giorni, fino a quel fatale martedì 29 maggio del 1453, quando Mehmet II pose fine ad una gloriosa storia politica. Entrato ad Istanbul, trovò una città impoverita e scarsamente popolata. Gli fece da guida un erudito e storico campano, il cui nome non è riportato dalle fonti ufficiali poiché considerato un italiano traditore dei romani; fu lui che rimase con Mehmet II durante tutto l’assedio, fu questo erudito, che conoscendo bene la città, gli mostrò tutti gli edifici e i luoghi storici e sacri. Dopo la conquista il sultano permise ai Greci fuggiaschi, di far ritorno alle loro case e li invitò a eleggere un patriarca come capo religioso della loro comunità. L’onore toccò a Giorgio Gennadio; forse fu proprio lui l’italiano, napoletano, che conquistò la fiducia di Maometto II. Gennadio, fu considerato un visir, ed ebbe un corpo di guardia composto da giannizzeri. Sede del Patriarcato fu dapprima la chiesa dei SS. Apostoli, ma, dopo pochi anni, Giorgio Gennadio sollecitò il permesso di spostarsi in una nuova sede più prestigiosa, ed ottenne la chiesa di Teotokos Pammakaristos, situata nell’odierno quartiere Fatih, rimasta sede del Patriarcato fino al 1602, quando il patriarca Matteo II si trasferì nella chiesa di S. Giorgio, nel quartiere residenziale di Phanar, sul Corno d’Oro, dove erano rimaste dopo la conquista le più importanti famiglie bizantine. I Genovesi continuarono invece ad abitare a Galata, dove eressero l’omonima torre di avvistamento, e fino alla fine del XIX secolo costituirono l’elemento straniero più attivo della città. Il sultano Maometto II, detto il Conquistatore, per far rivivere la città e accrescere la popolazione di Istanbul ricorse anche a massicce immigrazioni, nel rispetto totale della jus sanguinis, jus soli, jus culturae, tanto che intere giurisdizioni dell’Anatolia e dei Balcani si stabilirono nella città, dove diedero il nome a diversi quartieri.

Bursa fu la prima capitale degli Ottomani e in essa ebbero sepoltura i primi sultani; ma, dopo qualche decennio, quando i Turchi mirarono ad estendere i loro domini verso l’Europa, la capitale venne spostata a Edirne, l’antica Adrianopoli fondata nel 125 d.C. dall’imperatore romano, nella Tracia orientale. Intorno alla metà del XV secolo Istanbul costituiva una sorta di isola in un mare turco tra l’Asia Minore e i Balcani: dopo la conquista Istanbul divenne quindi la logica capitale del nuovo impero in espansione. È per questa ragione che l’area del Bosforo, nella storia, ha cinque capitali che la designano: Bursa, Adrianopoli, Bisanzio, Costantinopoli, Istanbul.  Il nucleo originario del leggendario Grande Palazzo degli imperatori bizantini  fu eretto da Costantino nel luogo dove ora sorge la moschea del sultano Ahmed I, forse più nota come Moschea Blu. Non posso non includere in questo articolo su Istanbul, la Yerebatan Sarnıcı, ovvero la cisterna massima sommersa. Toccò comunque ai successori di Costantino ampliare il Grande Palazzo aggiungendovi molti altri edifici, tanto che nel X secolo occupava l’intera area compresa tra l’Ippodromo e il Mar di Marmara. Oltre al palazzo vero e proprio il Grande Palazzo degli imperatori bizantini, comprendeva anche numerosi edifici residenziali, chiese e cappelle, cortili e giardini, quartieri per le guardie imperiali, sale d’udienza e infine gli appartamenti privati degli stessi imperatori, che sembra siano stati modificati e ricostruiti con incredibile frequenza. Praticamente nulla rimane di un così grande complesso di edifici e ciò che sappiamo del Grande Palazzo lo dobbiamo agli storici, ai viaggiatori e, soprattutto, a un particolareggiato Libro delle cerimonie, scritto nel X secolo dall’imperatore Costantino VII Porfirogenito, in cui sono descritti lo splendore e la magnificenza della vita di corte e le diverse parti del palazzo.

Quanto al più tardo e altrettanto famoso Palazzo Blachernae, i cui resti, chiamati Tekfur Sarayi, si possono ancora oggi vedere a Edirne, sembra non sia stato considerato adatto a essere adibito a residenza del sultano. Non sappiamo tuttavia per quale motivo sia stato scartato, poiché risulta che gli ultimi imperatori bizantini l’abbiano abitato e sappiamo che non fu danneggiato durante l’assedio della città.

Qualunque sia il motivo, il sultano ordinò la costruzione di un palazzo nel centro della città, in un settore del Foro di Teodosio, dove sorgono attualmente il complesso della Süleymaniye, i giardini e l’edificio principale dell’università. Rimangono scarse tracce di questo palazzo che divenne noto come Palazzo Vecchio, Eski Saray, subito dopo il 1470, quando si cominciò a costruire un nuovo e più complesso edificio sulla Punta del Serraglio, Sarayburnu, dove il Mar di Marmara e il Corno d’Oro si congiungono, che fu chiamato Palazzo Nuovo, Yeni Saray. Sappiamo molto poco della progettazione e della pianta del Palazzo Vecchio che sembra fosse costituito da un gruppo di edifici, di padiglioni e di dipendenze per i vari servizi; l’intero complesso era circondato da alte mura. Secondo i dati forniti dalle fonti, l’entrata principale del Palazzo Vecchio era situata di fronte all’attuale moschea di Bayezid II, proprio dove ora sorge l’arco d’entrata dell’edificio principale dell’università, costruito nel 1866 per ospitare il Ministero della Guerra, Seraskerlik.

Numerose porte si aprivano verso il mare nelle mura che circondavano Istanbul. Una di esse, dove è ora la Punta del Serraglio, era, ed è ancora oggi, chiamata Topkapi, la Porta del cannone, per le bocche da fuoco che la difendevano. Successivamente dietro questa porta Ahmed III (1703-1730) fece costruire un palazzo d’estate che fu chiamato Palazzo della Porta del cannone. Il nome passò poi ad indicare l’intero complesso di edifici oggi noto come Tokapi Saray. L’originario palazzo d’estate in riva al mare fu distrutto da un incendio nel 1863. Nel frattempo il Palazzo Vecchio di Bayezid II, aveva acquistato fama di portare sventura, forse perché era invalsa la consuetudine di mandarvi, in una sorta di esilio, tutte le donne, madre, mogli, favorite, dei sultani defunti o deposti. Il nuovo palazzo, il Topkapi, fu fondato dove sorgeva l’acropoli dell’antica Bisanzio, su una delle sette colline di Istanbul originariamente ricoperta da una foresta di ulivi e chiamata per questo, Uliveto, Zeytinlik, da dove la vista spazia sul Mar di Marmara e il Corno d’Oro. Il palazzo occupa un’area di circa 700 mila  m² ed è circondato da circa 1400 m di altissime mura, costruite nel 1478, che si congiungono con le antiche mura bizantine sul Mar di Marmara e sul Corno d’Oro. Da Maometto II fino ad Abdülmegid I (1839-1861) tutti i sultani ottomani risiedettero nel Palazzo di Topkapi; l’ultimo andò ad abitare nel nuovo Palazzo di Dolmabahçe sul Bosforo, il grande palazzo bianco, presso la città, sulla sponda del mare, nel 1853. Un settore importante del Topkapi è quello dell’Harem dove l’entrata principale è la Porta delle Carrozze, Araba Kapisi, così chiamata perché a nessuna donna era permesso uscire dal palazzo o rientrarvi se non in carrozza. L’Harem imperiale costituiva la residenza strettamente privata del sultano e soprattutto il quartiere riservato alle donne del palazzo. Anche i bambini fino a 11 anni, figli e nipoti del sultano e dei principi, vivevano nell’Harem, dove erano educati in una scuola speciale. Diverse centinaia di ragazze, appositamente scelte, inizialmente provenienti dai Balcani, in seguito dal Caucaso, furono ammesse a palazzo, di norma in tenera età, ed educate a raffinati passatempi, secondo le loro inclinazioni: a cantare, a danzare, a suonare uno strumento, a scrivere poesie, a declamare, a ricamare, a parlare con estrema grazia, ad amare. Nei secoli successivi le donne di palazzo, Sarayli, al pari delle nobili cortigiane, si specializzarono a tal punto da essere immediatamente individuate per l’eleganza, l’educazione, la grazia, i gusti raffinati, la pazienza, il linguaggio garbato e a volte, troppo ricercato.  Un’avventura lunga e gloriosa, che vide la permanenza di una società urbanizzata anche in secoli bui, che vide una vitalità culturale impressionante, tanto brillante da resistere al crollo politico e da influenzare il nostro Rinascimento, che diede vita ad uno Stato sostanzialmente laico, sia pur dominato da un sovrano santo in colloquio diretto con Dio per scelta non imposta. Una cultura che godette di una burocrazia di rara efficienza e di una classe dirigente varia, colta ed operosa. Nel nome del rispetto e della conservazione di quell’ordine da Dio costituito che era l’ideale principe. È la storia che induce a programmare un viaggio nella città del medio oriente che fece dire a Napoleone Bonaparte: “Se il mondo fosse un solo stato, la capitale sarebbe Istanbul”.

 

Giuseppe Lorin

 

Giuseppe Lorin

Giuseppe Lorin

Autore di saggi, narrativa, cinema e teatro, scrittore, regista e attore, Giuseppe Lorin, laureato in Psicologia all’Università  “La Sapienza”, vive e lavora a Roma, dove svolge la sua attività collaborando con varie testate giornalistiche on web e cartacee, tra le quali Orizzonti, ediz. Aletti, distr. Feltrinelli; Rivista San Francesco d’Assisi; International Urbis et Artis bimestrale di Arte Cultura e Attualità. Ha scritto e pubblicato su: Roma Capitale; Il Tempo.it; Flip news.org; Periodico Italiano magazine.it; L'Unico.it; Nuovi Argomenti.org; Gliautori.it; Rossovenexiano.it; Partecipiamo.it;  Servire, trimestrale del Sovrano Militare Ordine di Malta. Il 14 giugno 2014 iniziò la collaborazione con il giornale Laici.it diretto da Vittorio Lussana con l'articolo/intervista a Dante Maffia. Negli anni ’80 frequenta gli incontri di giornalismo condotti da Indro Montanelli ed Enzo Biagi. Alcuni suoi testi teatrali sono stati rappresentati e premiati, come: “Scartafaccio, liturgie pasoliniane” con Paolo Lorimer, Tiziana Bergamaschi, Silvio Parrello detto “er pecetto” (Castello Orsini a Soriano); “Risveglio di primavera in poesia: Michela Zanarella in recital” con Elisabetta De Palo, Eleonora Pariante, Chiara Pavoni, Federica Fiorilo, Alessandro Moschini alla chitarra (Teatro Argot Studio); "Gioco d'identità" con Matteo Tosi, Chiara Pavoni, Marco Palvetti, Paolo Zanarella al pianoforte (Giardino di Palazzo Zuckermann a Padova); "L'Estetica dell'Oltre tra Poesia & Teatro" con Michela Zanarella, Chiara Pavoni, Silvio Parrello, Salvatore Gioncardi, Giulio Eccher, Filippo Di Lorenzo (Teatro Argot Studio); "Tragicamente Rosso" scritto in collaborazione con Michela Zanarella ed interpretato da Chiara Pavoni con alla chitarra il M° Mauro Restivo; "Fragile Vita" dedicato a Chiara Insidioso Monda, scritto in collaborazione con Michela Zanarella ed interpretato nella prima versione da Chiara Pavoni, Maria Lo Moro, Marco Bersaglini, Matteo Pasquinelli, Mauro Restivo alla chitarra, Adriana Palmisano cantante; nella seconda versione Chiara Pavoni, Diana Iaconetti, Marco Bersaglini, Matteo Pasquinelli, Mauro Restivo alla chitarra, Carolina Gentile cantante. Dal 2003 è membro di giuria di premi di poesia e narrativa: “Un libro amico per l’inverno” a Rende; “Pioggia di Libri” a Taranto; “Memorial Gennaro Sparagna” a Minturno; “Città di Torvajanica” a Torvajanica; "Premio di Poesia Città di Latina" ideato e organizzato da Alessandro Vizzino e Giulia Vertucci; "Premio Internazionale Le Ragunanze" a Villa Pamphilj - Roma; Premio Xilema "Accendi le Parole" al castelletto di Porta Ostiense – San Paolo. Ha pubblicato saggi sui seguenti personaggi: Vito Pandolfi, Marilyn Monroe, Francesca Bertini, Greta Garbo, Dante Maffia, Dacia Maraini, Dino Buzzati, Isabella Morra. È l’autore di: “MANUALE DI DIZIONE”, Nicola Pesce editore/Tespi, con prefazione di Corrado Calabrò, già presidente AGICOM garante della Comunicazione Italiana, e Dacia Maraini.  DA MONTEVERDE AL MARE”, con prefazione di Jonathan Doria Pamphilj  “TRA LE ARGILLE DEL TEMPO”, romanzo postfantastorico, unico nel suo genere e I della trilogia.  “ROMA, I SEGRETI DEGLI ANTICHI LUOGHI”, romanzo postfantastorico. II della trilogia.  “ROMA, LA VERITA' VIOLATA”, Alter Ego Edizioni, romanzo postfantastorico. III della trilogia.  “TRANSTIBERIM, Trastevere, il mondo dell'oltretomba”. A passeggio lungo la sponda destra del Tevere alla scoperta di posti e storie sconosciute. Bibliotheka Edizioni. Guida storico turistica.  “DOSSIER ISABELLA MORRA”, la storia della poetessa del XVI secolo. Saggio storico che raccoglie 7 poesie di: Dacia Maraini, Dante Maffia, Michela Zanarella, Corrado Calabrò, Marcella Continanza, Vittorio Pavoncello, Antonella Radogna. 2019. Bibliotheka Edizioni.   “CISTIBERIM, Vmbilicvs Vrbis Romae”, volume 1, Bibliotheka Edizioni, Saggio sulla Storia dei monumenti, colli, personaggi, chiese ed altro che si trovano sulla sponda sinistra del Tevere, con prefazione di Fabiano Forti Bernini (discendente di Gian Lorenzo Bernini).  “CISTIBERIM, il Potere e l'Ambizione”, volume 2, Bibliotheka Edizioni, Saggio sulla Storia dei monumenti, dei 7 colli, dei personaggi, dei papi e dei presidenti del Palazzo, delle chiese e dei palazzi del potere, ed altro ancora che si trova sulla sponda sinistra del Tevere, con prefazione di Fabiano Forti Bernini (discendente di Gian Lorenzo Bernini).   “CLEOPATRA, la schiava dei Romani - Viaggio introduttivo nella terra dei faraoni”, Bonfirraro editore (in uscita a Gennaio 2023) Personaggi Intervistati: Carlo Rubbia premio Nobel, Dacia Maraini, Mauro Mellini, Corrado Calabrò, Furio Colombo, Pappi Corsicato, Lorenzo di Las Plassas, William Ward, Piero Meogrossi, Rosario Sorrentino, Luciano Mecacci, Milena Vukotic, Alessandro Gassman, Jonathan Doria Pamphilj, Alba Gonzales, Roberto Vecchioni, Italo Moscati, Roberto Ormanni, Donatella Bisutti, Dante Maffia, Marcella Continanza, Donatella Pecci Blunt, Massimo Fecchi, Dino Pedriali, Silvio Parrello, Paolo Fallai, Angela Molteni, Lucia Goracci, Michela Zanarella, Vittorio Pavoncello, Gianluca Mech di Tisanoreica, Stefano Pozzebon, Vittorio Michele Craxi, detto Bobo... ed altri…  Giuseppe Lorin conduce eventi di prestigio con il patrocinio dell’Ambasciata di Svezia, del Consiglio dei Ministri, della Regione Lazio, del Comune di Roma Capitale, del XII Municipio, ed è lettore e moderatore nelle presentazioni di libri. Collabora con accademie, scuole e associazioni culturali per la realizzazione di corsi su “La magia dell’interpretazione con il Metodo Mimesico”; è docente di Dizione, Dizione interpretativa, di scrittura creativa, di Dizione nella comunicazione interattiva per politici, di marketing & pubblicità, di ufficio stampa e giornalismo. È membro di giuria di Premi e Concorsi Nazionali ed Internazionali.  Ulteriori informazioni sempre aggiornate: http://giuseppelorin.blogspot.it oppure, scrivendo su Google: Giuseppe Lorin

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