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Criticare la fiction in onda Rai sul poeta dell’infinito Giacomo Leopardi è blasfemia pura

Un segno dell’irreversibile decadentismo italiano già nato in Italia con D’Annunzio e Pascoli e all’estero con Charles Baudelaire e Oscar Wilde

Carlo Priolo by Carlo Priolo
10 Gennaio 2025
in Attualità, Cultura
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Criticare la fiction in onda Rai sul poeta dell’infinito Giacomo Leopardi è blasfemia pura
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E’ andata in onda sulla Rai nelle serate del 7 e 8 gennaio la fiction sul poeta, filologo, scrittore e filosofo Giacomo Leopardi, una delle figure più importanti della letteratura mondiale come riporta la pubblicistica, ma molto, molto di più.

Pensare di tradurre la poesia e la filosofia del poeta dell’Infinito Giacomo Leopardi in una fiction per il c.d. pubblico della televisione è impresa più grande della spedizione Discovery del 1901 – 1904 verso le regioni antartiche, ma l’esecuzione è stata mirabile quasi michelangiolesca.

Alcuni quotidiani hanno riportato critiche provenienti dal c.d. “pubblico” che avrebbe lamentato: audio troppo basso quando gli attori recitavano, un volume troppo alto per quanto riguarda le musiche, impedimento di ascoltare bene le voci dei protagonisti; pessimo audio scrive qualcuno; altri sostengono che avrebbero dovuto doppiare tutto non solo i dialoghi in francese o ancora dialoghi incomprensibili.  Ma non sono difetti sono pregi. Non si tratta delle fiction di massimo successo “Mamma Imperfetta”, “Mare fuori” per non ricordare l’interminabile “Beautiful”. L’amore non corrisposto per Fanny, il suo impegno politico intransigente, gli scambi epistolari con i maggiori intellettuali dell’epoca e la pubblicazione delle sue prime opere. Un difetto evidente dovuto alla vita di Leopardi segnata da difficoltà e tormenti e la scrittura, quindi, i dialoghi poco percepiti dai telespettatori per sublimare le emozioni, questi i commenti sui social.

E’ stata compiuta “mission impossible” senza bisogno della presenza di Tom Cruise. Le gigantesche scoperte tecnologiche hanno permesso per alcuni fenomeni scientifici e di saperi esclusi, riservati alle élite in grado di interpretare il cammino del pensiero umano, quello spazio sovrano e autonomo dell’avventura della fenomenologia dell’esistenza, di poter essere apprezzati con la forza delle immagini ai non addetti ai lavori e di poter cogliere l’attimo fuggente del genio.

Grettezza, spersonalizzazione, paura di pensare in proprio, tendenza a coincidere con il sistema dominante delle grandi rappresentazioni collettive, rifugio nella anonimia e nella banalità della chiacchiera, che rappresenta l’opinione corrente del momento, sono questi gli elementi fisiognomici che caratterizzano coloro, secondo una scala gerarchica, che sono deputati a tutelare gli umiliati ed offesi, a garantire la massiva diffusione delle conoscenze, il rispetto per coloro che per ragioni evidenti della lotta per la sopravvivenza non hanno il tempo di dedicarsi anima e corpo alle altezze dei saperi massimi. La fiction sul sommo ed inimitabile poeta italiano rende giustizia al c.d. “pubblico” deriso, oppresso, sovente maltrattato, che fronteggia la sofferenza, l’angoscia, la persecuzione, la morte crudele, percorrendo tutte le tappe del calvario personale che ha tratteggiato la stessa esistenza di Leopardi. Così come è stato brillantemente rappresentato nella fiction, personaggi che si rifugiano nel falso di una legalità accomodante, compromissoria, richiamando prescrizioni ritenute scientifiche senza conoscere alcunché di ciò che la scienza ha detto e dice. Un distacco dalla religiosità, intesa come essere umanità; un pernicioso congedo dal cristianesimo universale in registro ateo oppure in registro di cristianità, senza fede, senza coscienza del peccato, equivalenti ed in qualche modo paralleli. La sconfessione diretta o indiretta delle categorie cristiane universali, che risultano tutte ormai sfigurate o deformate, anche nel recupero cristiano in chiave laica, secolare ed immanente, come coloro che del cristianesimo conservano solo un abito esterno senza che in interiore homine corrisponda alla veste esteriore una sostanza di pensiero e di vita, che ancora possa legittimamente richiamarsi all’esperienza ed all’esempio del cammino della cristianità nella storia e nell’attualità.

Il miracolo è stato compiuto, la fiction ha tradotto la poesia dell’infinito in immagini che le emozioni possono cogliere senza conoscere le profondità dei saperi ed il greco ed il latino.

La perfezione è stata tale che con questa sola opera si assolvono centinaia di programmi spazzatura che alimentano una impressionante ignoranza del c.d. “pubblico” che ormai è composto da tuttologi al punto che sono tutti docenti in assenza di discenti, per cui i dibattiti si risolvono tra professori sine titulo in una sorta di lotta gladiatoria dove prevale chi ha il gladio più tagliente ed è più rapido a menar le mani, consegnando al volgo e all’inclita uno spettacolo da prendere ad esempio per le nuove generazioni.

Paradossalmente, nella fiction le didascalie, la non perfetta acustica dei dialoghi, sono i suoi pregi migliori. Il c.d. “pubblico” non deve interpretare il dialogo tra filosofi e poeti oltre l’umano, ma cogliere con la ascendenza delle immagini il senso dell’esistenza umana, come se potesse apprezzare un quadro impressionista o del tutto astratto.  I trattati di filosofia vengono studiati nelle università e poi occorre coltivare quei saperi anche dopo. L’intento riuscito della fiction è anche di natura pedagogica, capace di sollecitare il telespettatore ad intraprendere un viaggio per saperne di più. Al punto che la fiction potrebbe, ad avviso di chi scrive, essere proiettata nel sacro Olimpo delle sedi universitarie e suscitare tra gli studenti di tutte le facoltà l’amore per la conoscenza di Giacomo Leopardi, che, ad avviso sempre di che scrive, supera lo stesso Dante Alighieri.

Da ultimo, due parole sul c.d. “pubblico”. Il giornalista, rectius, i giornalisti che si sono interessati delle critiche apparse sui social e che si sono intestati il sentire di parte di quelli che hanno visto la fiction, non pare che abbiano circoscritto, in assenza di calcolo o di stima, quantitativamente il c.d. “pubblico” mentre appare convincente che sulla base di qualche improbabile post su fb abbiano voluto esporre personali opinioni sulla fiction probabilmente senza possedere un bagaglio di conoscenze sul sommo poeta che  ancora deve essere completato, atteso che si è stabilizzata una linea interpretativa difficile da smantellare, perché legata ad illustri nomi, che ne hanno canonizzato l’esegesi, mentre andrebbe affrontata una revisione su quel divino poeta oltre l’umano, e tutto appare misero ed inadeguato per la sua altezza.

Di Carlo Priolo

Tags: Carlo PriolofictionGiacomo Leopardi
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