Tra il 28 giugno e il 1° luglio 2025, l’Expo di Osaka ha ospitato un evento di grande rilievo per la diplomazia vaticana: la visita del Cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin in occasione della Giornata Nazionale della Santa Sede.
Un momento di incontro che ha saputo intrecciare storia, spiritualità e impegno globale, trasformando il padiglione dedicato alla Santa Sede in un vero e proprio faro di dialogo e speranza, in linea con il tema “La Bellezza Porta Speranza”.
L’intervento di Parolin ha tessuto un delicato filo che collega passato e presente, ricordando i 470 anni dalla prima udienza papale a un cattolico giapponese, Bernardo di Kagoshima, ricevuto da Papa Paolo IV nel 1555. “Questi incontri storici”, ha sottolineato il cardinale, “ sono le radici profonde che alimentano il nostro rapporto attuale, fondato sulla fiducia e su visioni condivise”.
Non si è trattato di mera retorica, considerando anche i 440 anni dalla missione Tensho e i 410 dalla legazione Keicho, simboli di un dialogo mai interrotto, nemmeno nel corso di secoli di persecuzioni. Il ricordo di questi eventi, ha evidenziato Parolin, risponde alla volontà di riflettere sulle radici profonde della convivenza e del dialogo tra culture e religioni diverse.
Ma è sul presente che il Segretario di Stato si è concentrato maggiormente, evidenziando la collaborazione bilaterale tra Santa Sede e Giappone nei settori strategici di istruzione, sanità e assistenza sociale. “Giappone e Santa Sede”, ha affermato con fermezza, “sono alleati nel contrastare la proliferazione incontrollata delle armi, in un mondo in cui la pace è minacciata da conflitti asimmetrici e da un riarmo irresponsabile”.
L’anniversario degli 80 anni dai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki ha contribuito a rafforzare questo messaggio, evocato come “monito eterno contro l’abisso dell’autodistruzione”. Un richiamo doloroso, ma necessario, affinché nessuno dimentichi il passato e lavori per un futuro di pace.
Il padiglione vaticano, concepito come un’installazione immersiva che unisce arte sacra e ologrammi di capolavori rinascimentali, ha incarnato perfettamente il tema scelto dalla Santa Sede. Parolin ha spiegato il significato profondo di questa rappresentazione: “La bellezza non è semplicemente estetica sterile, ma una forza rigeneratrice. Come il volontariato nelle periferie esistenziali o i gesti di solidarietà che sanano le ferite sociali, essa è semi di luce in un’epoca segnata da paure e incertezze”.
La speranza, cuore pulsante del discorso, è stata declinata come “coraggio attivo”. “Non si tratta di un ottimismo ingenuo”, ha precisato Parolin, “ma di una scelta di impegnarsi anche quando i conflitti sembrano irrisolvibili. È questa la lezione di Cristo: una speranza che trasforma i deserti in giardini”.
Un esempio di questa speranza incrollabile è stato ricordato nei martiri giapponesi del XVI secolo, la cui fede, sopravvissuta all’oscurità della persecuzione, fiorisce oggi nel dialogo fecondo tra culture e religioni diverse.
Concludendo il suo intervento, Pietro Parolin ha rivolto un appello ai leader mondiali: “Il Giappone, con la sua memoria tragica ma anche con la resilienza dimostrata nella ricostruzione, può guidare una rivoluzione etica del disarmo. La Santa Sede, attraverso reti diplomatiche e impegno interreligioso, moltiplicherà gli sforzi per trasformare i conflitti in opportunità di riconciliazione”.
L’evento si è concluso con una preghiera ecumenica davanti all’ologramma della “Madonna di Akita”, simbolo di unità per i cattolici giapponesi. Dall’altoparlante, erano risuonate le parole di San Paolo VI all’ONU nel 1965: “Mai più gli uni contro gli altri, mai più la guerra”. Un’eco del passato che, nel cuore tecnologico di Osaka, ha tracciato un possibile futuro — quello in cui la bellezza della diplomazia prevale sulla brutalità delle armi.

















