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Vittorio Russo e il suo romanzo “Miryam. Il segreto della Madre”

Intervista all'autore a ridosso di una presentazione del suo libro in Sicilia

Olga Matsyna by Olga Matsyna
8 Agosto 2025
in Attualità
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Vittorio Russo e il suo romanzo “Miryam. Il segreto della Madre”
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Vittorio Russo ha appena presentato in Sicilia il suo romanzo recentemente uscito “Miryam. Il segreto della madre”. È un’opera che narra la storia di colei che la chiesa definisce Santa Maria Madre di Dio. Conoscendo l’autore come uno storico e studioso delle vicende importanti, ma poco esplorate, l’abbiamo intervistato per voi curiosando sui risvolti più reconditi della storia da lui narrata.

– Vittorio, com’è andata la presentazione siciliana del libro?

– È stata una serata incantevole, arricchita dalla presenza di un pubblico attento e desideroso di addentrarsi nei meandri meno noti della vicenda umana che si cela dietro la figura di Miryam. Un’atmosfera raccolta e vibrante, dove la parola scritta ha trovato ascolto e risonanza. Questo, per chi scrive, è il premio migliore e la migliore gratificazione per uno scrittore.

– Un romanzo dai contenuti storici e teologici: come è stato accolto Miryam. Il segreto della madre -dagli ambienti ecclesiastici?

– Non ci sono ancora riscontri ufficiali da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Tuttavia, ho colto nei lettori credenti, anche profondamente cattolici, un atteggiamento di apertura e di interesse. Le loro domande, mai polemiche, sono state, anzi, mosse da una curiosità genuina, forse affascinata da una prospettiva diversa. Questo, credo, dimostri che il romanzo, pur nella sua audacia, pone interrogativi onesti e rispettosi, senza intenti provocatori.

– Quanti anni le sono serviti per completare quest’opera? E in che modo, nel tempo, si è trasformata l’immagine di Miryam che aveva in mente?

– Scrivere un romanzo storico, per chi ne ha una visione alta, implica rigore e fedeltà alle fonti. Nel caso di Miryam. Il segreto della madre, questo rigore è nato da motivazioni profonde che affondano le radici nei miei studi sul “sacro” e sulle “origini del cristianesimo”, cominciati quasi per istinto negli anni Settanta. Nel 1977 pubblicai Introduzione al Gesù storico, seguito nel 1978 da Il Gesù storico: saggi impegnativi, frutto di un confronto serrato con una letteratura sterminata e con l’urgenza di esplorare fonti spesso oscure. Studiosi autorevoli come Marcello Craveri e Ambrogio Donini hanno accolto il mio lavoro con attenzione e incoraggiamento, spronandomi a proseguire oltre le direttrici consuete della teologia. Ben presto mi fu chiaro che scrivere con pretesa storica su Gesù era impresa ardua se non presuntuosa: le fonti sono esigue, quando non del tutto assenti. Quello che avevo raccolto non consentiva una biografia chiarificatrice, lasciava però spazio alla narrazione romanzesca. Così, negli anni, è maturata in me l’idea che Miryam potesse diventare il centro di un racconto nuovo, intimo e profondo, capace di suscitare meraviglia. Ed è proprio intorno a questo stupore, alla soglia fragile tra umano e divino, che si articola il cuore del libro.

– Mentre scriveva, avrà visto crescere e maturare la ragazza a cui ha dedicato quest’opera. Che destino ha avuto?

– Certamente. La figura di Miryam attraversa diverse fasi nella narrazione. Inizia come un’adolescente che si affaccia alla vita con le curiosità acerbe dell’età, ai primi richiami di desiderio. Curiosità repressa però da un’educazione austera, conforme alla tradizione ebraica. Poi diventa madre, e madre in una condizione lacerante, segnata dalla violenza carnale subita. Figlia di un credo severo, nel prologo vive quella violenza carnale come un abominio, una colpa davanti agli occhi di Dio. C’è un’ingenuità sconcertante nel suo chiudere gli occhi per non vedere quelli di Dio schiusi sulla violenza che sta subendo. E dice: «Narro per relegare nel luogo delle dimenticanze estreme il dramma che l’Eterno ha disegnato sul mio capo. Per punirmi, forse, o per rammentarmi con le parole di fuoco del profeta Isaia che egli è l’Onnipotente, colui che opera il bene e crea il male». È questa la soglia drammatica su cui si gioca la sua esistenza: Miryam non sa se è più vittima della violenza subita di cui sente, per i limiti dell’educazione, tutto l’abominio, o di un Dio assoluto, di severa giustizia (El Shaddai) che, nella sua onnipotenza, può colpire senza rispondere alle regole della ragione umana. Un Dio che non segue la logica del “do ut des”, ma agisce nella libertà dell’inconcepibile. Come Giobbe, che pur pio e sofferente (questo significa paziente) è duramente provato. O come Abramo, a cui Dio chiede, senza spiegazione, il sacrificio del figlio Isacco. Su questi temi si sono interrogati filosofi come Kierkegaard, in Timore e tremore, e Umberto Galimberti, riflettendo sul limite umano di fronte all’insondabilità divina.

– Com’è stato far parlare Miryam in prima persona?

– Non è stato semplice, come può immaginare. Parlare al femminile, entrare nell’animo di una donna in momenti tanto delicati, ha richiesto fatica, ascolto e umiltà. Ho chiesto aiuto a molte donne, di età e sensibilità diverse, perché correggessero le mie eventuali distorsioni. Volevo che la voce di Miryam fosse vera, credibile, profondamente umana, anche nei suoi aspetti più intimi: la prima mestruazione, le prime curiosità carnali, la violenza, il parto, il lutto. Tutti momenti in cui la scrittura ha dovuto cedere il passo alla riflessione.

– Quali fonti ha utilizzato, oltre alle Sacre Scritture e ai Vangeli, anche quelli apocrifi?

– Ho attinto anzitutto ai quattro Vangeli canonici: i tre sinottici e quello di Giovanni, oltre alle Lettere di Paolo e agli Atti degli Apostoli. Ho poi lavorato sugli apocrifi, soprattutto quelli curati e commentati da Craveri, e su quanto resta della letteratura anticristiana del II e III secolo, filtrata dalle confutazioni dei primi autori cristiani e dei Padri della Chiesa. Un esempio significativo è Il discorso veritiero di Celso, conosciuto oggi solo attraverso la risposta di Origene nel suo Contra Celsum, scritto tra il II e il III secolo. È in quel testo che Celso, probabilmente attingendo a tradizioni giudaiche già diffuse, allude a Pandira come presunto padre biologico di Gesù. La sua voce sopravvive per caso, ma ci lascia intuire che molte altre, forse anche più radicali, sono state soffocate da un cristianesimo trionfante che ha sistematicamente distrutto ogni narrazione non strettamente ortodossa.

– I luoghi biblici sono descritti da Lei con precisione storica e poesia profonda. Li ha davvero visitati? Che impressioni ne ha tratto?

– Sì, quei luoghi li ho percorsi in tempi diversi, mossi da un’urgenza interiore: comprenderli, restituirli nella loro verità fisica e spirituale, ancorarvi le gesta e le parole dei miei personaggi. Sono spazi che non fanno solo da sfondo, ma determinano modi di pensare, costumi, azioni della quotidianità. La descrizione si è fatta allora, per me, strumento di verità e insieme di lirismo, come dice lei, perché l’intento era raccontare creature umane, ancorate al loro tempo, spogliate delle sovrastrutture mitiche che i Vangeli hanno cucito loro addosso. Quei testi, com’è noto, non sono cronache storiche, ma narrazioni teologiche tese a dimostrare una divinità già presupposta. La loro finalità non è trattare l’uomo Gesù, ma affermare il Cristo, rendere convincente la sua divinità attraverso racconti mirabolanti di miracoli, storicizzando forzosamente profezie che fissavano il profilo del Cristo (il Messia) perché coincidessero con la figura di Gesù e sempre meglio lo definissero nella prospettiva della divinizzazione. Così: dal concepimento verginale alla resurrezione miracolosa, mutuando formule da altre religioni o integrando le credenze dei neofiti del nascente cristianesimo. Ma all’uomo moderno queste narrazioni non bastano più. Con il mio romanzo, ho cercato di restituire a Miryam e agli altri protagonisti un volto umano, storico, quotidiano, in poche parole quello più comprensibile per la nostra ragione. Solo così possiamo penetrare davvero in eventi come la crocifissione: una pena capitale romana, riservata a schiavi, banditi e ribelli politici. Se leggiamo con attenzione, emergono nei Vangeli tracce evidenti della tensione messianica, ossia spirituale, politica e rivoluzionaria, che circondava Yeshua. Il titolo di Messia (in ebraico per Unto e Cristo in greco) implicava l’attesa di un liberatore, un condottiero che avrebbe scacciato l’oppressore romano dalla terra promessa. Con le armi naturalmente perché la “predicazione” non poteva che essere una forma d’insegnamento che accendesse il popolo di orgoglio nazionalistico e accrescesse il desiderio di rivolta sacra contro gli occupatori romani. Non ci stupiamo perciò se troviamo fra i suoi seguaci zeloti, sicari, cananei (non abitanti di Canaan, scomparsi ormai da secoli, ma Qa’nanim), uomini e donne che sognavano la restaurazione del Regno di David. Una terra di latte e miele, si diceva, ma di latte e miele, in realtà, non ne scorrevano né allora né oggi.

– I nomi dei personaggi e delle città sono trascritti dall’ebraico, come avviene, ad esempio, nel Maestro e Margherita di Bulgakov. A quali autori si è ispirato nel romanzo?

– È stata una scelta ponderata. Volevo che il lettore non si lasciasse distrarre dai nomi familiari della tradizione catechistica, ma guardasse quei personaggi con occhi nuovi. Non “Maria”, ma “Miryam”; non “Gesù”, ma “Yeshua”, non Giuseppe ma Yosef, non Tommaso, ma Teoma. Questa scelta permette un’estraniazione necessaria e, al contempo, sottolinea il rigore filologico e storico del racconto. Certo, la lettura può risultare talvolta più faticosa, ma ciò che si guadagna in autenticità storica compensa ampiamente l’inciampo fonetico. Circa gli autori di riferimento, Bulgakov è tra i primi, certo. Ma ce ne sono tanti, è immaginabile, che non cito per non far torto a quelli che ometterei.

– I concetti di “malizia” e “peccato”: che visione ne ha e come li ha trattati nell’opera?

– Nella cultura ebraica del tempo di Gesù, la malizia non era un semplice difetto morale: era una disposizione dell’animo (o nefesh un termine complesso che mal traduce il concetto di anima) profondamente corrotta, un’inclinazione deliberata al male, spesso connessa alla yétzer hará, la tendenza negativa insita nell’essere umano. Il peccato, invece, non era solo una trasgressione della Legge, ma una frattura dell’Alleanza con Dio, un allontanamento dal cammino della giustizia (tzedek) e dell’armonia. Filone d’Alessandria vedeva nel peccato l’effetto di un’ignoranza spirituale, mentre per i maestri del Talmud era una scelta errata, da redimere con la teshuvah, il ritorno. Filosofi come Buber e Levinas hanno compreso il peccato come ferita della relazione, e la malizia come negazione dell’altro. Miryam è figlia autentica di questa cultura: il suo linguaggio è quello della tradizione biblica, che chiama abominio (toʿevah), fornicazione (zenut), empietà (reshaʿ) ciò che le accade. È la voce di una donna che si percepisce colpevole anche laddove è più verosimilmente vittima.

– Come nasce il personaggio di Pandira, le cui vicende si intrecciano a quelle di Miryam?

– Pandira non è un’invenzione letteraria. La prima attestazione del suo nome si trova nell’opera del filosofo greco prima citato, Celso, Il discorso veritiero, oggi perduto ma conservato in parte grazie alla confutazione che ne redasse Origene nel Contra Celsum. Celso, l’ho detto prima, sosteneva che Gesù fosse figlio illegittimo di un ausiliario romano di nome Pandira (o Panthera), da cui Maria avrebbe subito violenza. Probabilmente attingeva a tradizioni ebraiche polemiche, già allora diffuse, poi trasmesse anche nel Toledot Yeshu, un testo satirico e anticristiano. Ho raccolto queste suggestioni per costruire un personaggio che nel romanzo agisce con una fisionomia storica e simbolica precisa. Il lettore ne scoprirà l’evoluzione nel corso della narrazione.

– Come studioso e ricercatore, cosa ci può dire di nuovo sui personaggi storici citati nei Vangeli, come Erode, Pilato, l’imperatore?

– Erode il Grande, Erode Antipa uno dei suoi tanti figli omonimi, Ponzio Pilato, l’imperatore Tiberio, il governatore Quirinio (non “Cirino”, come spesso erroneamente riportato): sono tutti personaggi storici documentati da fonti romane, ebraiche e archeologiche indipendenti dai Vangeli. Non sono frutto di elaborazioni cristiane, anche se, ovviamente, i testi evangelici li interpretano secondo una prospettiva teologica, funzionale al messaggio di salvezza.

– Qual è il Suo atteggiamento nei confronti della fede e delle religioni?

– Sono ateo, ma la mia posizione non ostacola il mio interesse profondo per le religioni, che considero (con umiltà e profondo rispetto) un campo d’indagine essenziale per comprendere l’uomo. Tutte le religioni nascono attorno a un nucleo fragile e spesso oscuro: una figura centrale, un evento iniziale, poi amplificati, trasformati, mitizzati da chi ha creduto, seguito e tramandato. Il divino nasce, spesso, dalla sublimazione del mistero. Così accade con Gesù: una donna lo vede risorto (Maria Maddalena), e da quella visione personale nasce la narrazione fondativa del cristianesimo. Gli altri vedono dopo, vedono con gli occhi di lei. Perché vedere dopo è nulla, ricorda Ernest Renan. È come ascoltare l’eco rispetto alla voce. Paolo poi, geniale architetto teologico, costruisce l’idea di una religione partendo proprio da questo evento unico: la Resurrezione. E lui che in una delle sue lettere scrive: «Se Cristo non è risorto, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede… Se Cristo non è risorto, la vostra fede è illusoria, voi siete ancora nei vostri peccati.» Questo straordinario evento e tratti taumaturgici analoghi sono presenti anche nell’induismo. Con Krishna, per esempio, e con Rama, che con Yeshua sono degli archetipi straordinari. Nondimeno, l’origine resta umana, inquieta e irriducibile.

– Perché ha scelto di pubblicare con Baldini+Castoldi – La Nave di Teseo?

– Avevo già pubblicato con Baldini+Castoldi, e questo ha certamente contato. Ma sono spesso gli editori a scegliere, in base alle loro linee editoriali. Con loro uscirà anche una nuova edizione, riveduta e ampliata, del mio libro L’India nel cuore, cui tengo particolarmente e che attendo con emozione.

– Che consiglio vorrebbe dare ai lettori delle Sue opere, e di Miryam in particolare?

– Consiglio di leggerlo spogliandosi, per quanto possibile, della conoscenza cristiana tradizionale. Leggere Miryam come storia di uomini e donne, non di santi o divinità. Non “Maria”, ma “Miryam”; non “Gesù”, ma “Yeshua”. Perché Miryam, Yeshua, Teoma, Yehuda, Yosef, Shimon non sono figure evanescenti: sono esseri umani, con le nostre ansie, le nostre ferite, le nostre passioni. Il romanzo storico si fa con gli esseri umani, non con gli dèi. E questo mio lavoro tenta di restituire loro umanità, sottraendoli a quell’aura di inverosimiglianza che la narrazione dogmatica ha imposto. Donne che partoriscono rimanendo vergini, uomini che muoiono sapendo di risorgere, sono immagini simboliche di un tempo che cercava il divino nella purezza anche fisica e nella regalità anche politica. Non sono convincenti espressioni come Re e Regina del Cielo, Regno di Dio, Trono Celeste, Restaurazione del Regno, e altre.

La visione della dimensione sacra è modellata secondo i canoni dell’epoca, sottolineando la centralità del Re e della sua potenza, che si riflettono sulla famiglia divina come su una famiglia regale e proiettando il regno terreno nello spazio del Regno celeste.

Miryam. Il segreto della madre vuole offrire una chiave di lettura alternativa, più libera, più umana. Questo romanzo nasce dal desiderio di suggerire al lettore un modo inedito di capire, capace di aprire orizzonti inattesi di conoscenza. Il resto, voglio credere, saprà condurlo in un viaggio avvincente fino al culmine rivelatore, là dove il mistero si schiude sull’immagine drammatica del colpo di scena finale, che taccio, per rispetto della legittima curiosità del lettore.

Vi invitiamo a leggere questo romanzo che Paolo Romano su “Il Tempo” definisce il sangue e il silenzio della storia perché, per lui, la grazia di cui è piena Maria / Miryam, nascerebbe dall’abisso e continuerebbe a credere. Altre recensioni di questo libro, ispirato ed ispiratore, sono attese sulle testate nazionali a breve: il 10 agosto uscirà una pagina sul “Corriere della sera” e il 15 agosto –  su “Gente”.

Olga Matsyna

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