Nelle nebbie perenni di Erebos, metropoli sepolta sotto architetture di basalto e rune indecifrabili, si consuma il mistero di Lucius Vael, ultimo custode della Loggia degli Specchi Infranti.
La sua storia, tramandata in fogli membranosi custoditi nell’Archivio Proibito, è un labirinto di simboli: un uomo che trasformò l’amarezza in un culto, l’isolamento in un rituale, fino a forgiare un’eresia capace di sfidare l’ordine cosmico.
Vael non odiava le donne.
Odisseava ciò che rappresentavano, il riflesso di un vuoto alchemico, l’ombra di un principio femmineo che, secondo i suoi manoscritti cifrati, aveva corrotto l’armonia delle sfere.
Nella sua torre di quarzo nero, scandiva le ore osservando l’Oracolo di Mnemosyne, una macchina pneumatica che distillava ricordi in liquori psichici.
Ogni goccia conteneva l’essenza di un volto femminile dissolto, una riduzione al silenzio elevata a arte suprema.
La sua dottrina, esposta nel Manifesto degli Eoni Mutili, non era misoginia, ma una teologia invertita, un tentativo di decostruire il legame tra materia e desiderio.
Le donne, per Vael, erano archetipi erranti, frammenti di un demiurgo decaduto. La loro stessa presenza, sosteneva, alterava la geometria sacra dello spazio-tempo, generando vortici di caos nelle pieghe dell’inconscio collettivo.
La Città Senza Volto, con le sue strade che si riavvolgono su sé stesse, ne era la prova, un labirinto costruito per esorcizzare il Principio Yin, l’eterna polarità che Vael sognava di purificare nel fuoco degli elementi primordiali.
Ma ogni mitopoiesi nasconde una trappola.
Gli adepti della Loggia, inizialmente affascinati dal verbo di Vael, iniziarono a dubitare quando le Cronache Sussurranti — testi viventi che si riscrivono col sangue — predissero il crollo della torre.
Il giorno dell’equinozio, mentre Erebos tremava sotto un sole nero, Vael incontrò Astraea, viandante senza passato che portava incisa sulla pelle la mappa di un universo alternativo.
Il loro dialogo, trascritto su tavolette di magnetite, rivela uno scacco metafisico: Astraea non oppose argomentazioni, ma disvelò specchi.
Ogni riflesso mostrava a Vael una versione di sé stesso sempre più lontana dall’umano, fino a ridursi a un’ombra priva di sostanza.
La fine di Vael è un enigma.
Le cronache parlano di un transumanesimo inverso, la sua coscienza, invece di ascendere, implose in un singolarità linguistica, un buco nero verbale che divorò ogni parola mai scritta contro il femminile.
Oggi, a Erebos, le donne sussurrano che il vero odio non è verso l’altro, ma verso la parte di sé che rifiuta di riconoscersi nel gioco degli opposti.
Un monito arcaico, scolpito nel vento: chi cerca di annientare un archetipo, annienta l’equilibrio stesso del reale.
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