Il regista Gabriele Mainetti è stato ospite dell’Arena Repubblica Robinson nell’ambito della fiera Più libri più liberi, dove ha ripercorso le tappe principali del proprio percorso artistico: dai dodici cortometraggi realizzati prima del successo di «Lo chiamavano Jeeg Robot», fino a «Freaks Out» e al suo nuovo film attualmente in lavorazione.
Durante l’incontro, Mainetti ha ricordato l’importanza dei maestri che lo hanno formato, in particolare Steven Spielberg, sottolineando come «per fare questo mestiere, oltre a tanto studio, sia fondamentale conoscere a fondo tutti i reparti che contribuiscono alla realizzazione di un film».
Il regista ha raccontato la genesi del proprio stile, nato dall’immaginario dei cartoni giapponesi dell’adolescenza, dall’esperienza come attore e dalla conoscenza musicale che lo ha portato a comporre le colonne sonore di alcuni suoi lavori. In dialogo con il giornalista Serino, ha descritto inoltre la complessità della scrittura delle scene d’azione, alcune previste in sceneggiatura e altre sviluppate direttamente sul set insieme al fight coordinator.
«Volevo che le scene di combattimento fossero interpretate da veri attori marzialisti» ha spiegato Mainetti, ricordando come da questa esigenza sia nata la scelta della protagonista Yaxi Liu, già conosciuta per la sua partecipazione a produzioni come Mulan. Il regista ha infine salutato gli studenti presenti, ringraziandoli per l’interesse e le numerose domande.
Un progetto condiviso tra istituzioni e cultura
Cinema, Storia & Società – Dentro l’immagine è promosso dall’Assessorato Lavoro, Scuola, Formazione, Ricerca, Merito e Urbanistica della Regione Lazio nell’ambito del PR FSE+ Lazio 2021-2027, insieme all’Assessorato alla Scuola, Formazione e Lavoro di Roma Capitale attraverso Zètema Progetto Cultura, in partenariato con Giornate degli Autori, Roma Lazio Film Commission, Cinecittà e la Direzione Generale Cinema del Ministero della Cultura.
Mainetti: “Il razzista ha paura del cambiamento”
Nel corso dell’incontro, Mainetti ha affrontato anche i temi al centro del suo nuovo lavoro, «La città proibita», ambientato tra la Cina e piazza Vittorio, con Marco Giallini nel ruolo di Annibale, uomo della vecchia mala romana.
«Il razzista ha paura del cambiamento. L’idea dell’identità intoccabile è una stronzata colossale» ha dichiarato il regista. «Non sono contrario alle tradizioni, ma trovo folle la concezione della radice che non può essere modificata. Noi cambiamo continuamente: è fondamentale sapere da dove veniamo, ma anche dove vogliamo andare».
Anna Rita Santoro





















