La Guerra Ibrida non si combatte solo con carri armati e missili. Sempre più spesso si svolge nella mente delle persone. È una guerra silenziosa, fatta di informazioni distorte, narrazioni emotive e messaggi mirati, che puntano a influenzare percezioni, decisioni e comportamenti collettivi. In questo scenario, concetti come neurosecurity e cyber-psicologia diventano chiavi di lettura fondamentali per comprendere le strategie di disinformazione messe in atto dalla Russia contro l’Europa e, in particolare, contro l’Italia.
La neurosecurity riguarda la protezione dei processi cognitivi da tentativi di manipolazione intenzionale. Parte dall’idea che il cervello umano possa essere condizionato attraverso stimoli informativi ripetuti, emotivamente carichi e inseriti in contesti di incertezza o paura. La cyber-psicologia, invece, studia come le tecnologie digitali e gli ambienti virtuali influenzano il comportamento umano, soprattutto in situazioni di sovraccarico informativo, come quelle tipiche dell’attuale ecosistema mediatico.
Ed è proprio in questo spazio che la disinformazione diventa un’arma strategica. L’obiettivo non è solo convincere, ma indebolire le capacità cognitive, ridurre il pensiero critico e spostare il processo decisionale dalle valutazioni razionali alle reazioni emotive. Quando le emozioni prevalgono, la percezione della realtà si semplifica, si polarizza e diventa più facilmente manipolabile.
La strategia della Russia si muove in modo olistico, agendo contemporaneamente sui piani politico, sociale e informativo. Le operazioni di influenza fanno leva su elementi identitari profondi – cultura, valori, credenze, aspirazioni – adattando i messaggi ai diversi contesti nazionali. In Europa e in Italia, ciò si traduce in narrazioni che alimentano sfiducia nelle istituzioni, divisioni sociali, paura del declino economico e risentimento verso l’Unione Europea e l’Occidente.
Un ruolo centrale è giocato dalla narrazione. Il modo in cui vengono raccontate le ragioni di un conflitto può avere un impatto strategico determinante. Nell’attuale contesto “infodemico”, il cervello seleziona ciò che ritiene rilevante ricorrendo a scorciatoie mentali automatiche, come l’effetto priming. Chi controlla la narrazione può quindi orientare la percezione morale degli eventi.
Un esempio emblematico è la giustificazione fornita dal Cremlino per l’invasione dell’Ucraina, presentata come una “operazione speciale” contro il nazismo, elemento in realtà figurato e totalmente inesistente sul territorio ucraino, laddove la popolazione è nazionalista e non nazista. Tuttavia il richiamo a un tema storicamente ed emotivamente potentissimo ha permesso di amplificare la minaccia rappresentata da minoranze estremiste reali ma marginali, trasformandole in una presunta minaccia esistenziale. Una narrazione sovradimensionata, ma efficace nel creare una cornice morale che legittima la guerra agli occhi dell’opinione pubblica.
Allo stesso tempo, la Russia insiste da anni sulla narrazione dell’accerchiamento occidentale e dell’espansione verso est come pericolo strategico, laddove invece fu proprio Putin nel 2018 a ad essere il primo a tornare a minacciare posizionando nell’ exclave russa di Kaliningrad diverse batterie di missili balistici a raggio intermedio capaci di colpire le principali capitali europee. Una tesi quella russa che, pur restando controversa, trova purtroppo eco anche in alcune analisi della geopolitica occidentale, le quali contribuiscono a rafforzare la credibilità del messaggio russo presso determinati pubblici europei, soprattutto la debole opinione pubblica italiana.
Per l’Italia, come per il resto d’Europa, la sfida è duplice. Da un lato, rafforzare le capacità cognitive e la resilienza informativa delle proprie risorse umane, istituzionali e civili. Dall’altro, impedire che la disinformazione degradi il tessuto sociale, alimentando divisioni e sfiducia. In questo senso, la difesa non è solo tecnologica o militare, ma anche culturale e psicologica.
La neurosecurity e la cyber-psicologia non servono soltanto a capire come funziona la manipolazione, ma indicano anche la strada per contrastarla: educazione al pensiero critico, consapevolezza digitale, attenzione all’impatto emotivo delle informazioni. In una guerra che si combatte nella mente, proteggere la dimensione cognitiva diventa una priorità strategica per la sicurezza nazionale e democratica.




















