La drammaturgia del testo teatrale affidata a Daniele Veroli e Elena Cifola esalta la verità di un mondo ancora borghese, tutti così propensi a prender sul serio il problema della vita, gli uni per squadrarlo nelle feroci misure del loro filisteismo, d’altronde spesso ingenuo, gli altri decisi a spezzare tutti i regolamenti e tutti i veti e a mandare tutto all’aria; ma gli uni e gli altri in fondo, con stimmate così comuni. Mondo reale e misterioso, architettonico e indefinito che si richiamano e si saldano da una scena all’altra, da un dramma all’altro. I due drammaturghi riescono a far vibrare le parole più comuni, più umili, come squilli di tromba, e a concentrare in una battuta volgare l’esaltato fervore di un canto.
La regia di questa perla drammaturgica è stata affidata a Matteo Fasanella che intuendo a fondo lo spirito del Dramma, e ricreatolo in sé stesso, il regista ha riespresso scenicamente con i mezzi più semplici e puri la drammaturgia dei due scrittori teatrali, supportato da un cast formidabile.

Da sx Valentina è Marta Cherni, Nunzia Ambrosio è Marta, Carmelita Luciani è Anna
Abbiamo tre sorelle, costrette dalla defunta madre a passare, almeno un giorno dell’anno, possibilmente all’approntare delle festività natalizie (si noti un albero di Natale da fare), tutte e tre insieme. È una specie di ricatto a fin di bene, affinché il legame familiare potesse durare oltre la dipartita della signora Fanti! È l’unica condizione per poter usufruire dell’eredità della loro madre. La riunione avviene nella dimora materna, piena di ricordi dei giorni felici passati. La grande vetrata su un paesaggio fantastico evidenzia prima il nevischio e poi la bufera di neve che impedisce la comunicazione telefonica e l’arrivo del notaio per la stipula definitiva e la lettura del testamento della defunta signora. Anna, la più grande delle tre sorelle è interpretata dalla sensibile e brava Carmelita Luciani, Marta è Nunzia Ambrosio, la cui verve mantiene il ritmo di tutto il dramma, afferrando il soprammobile a forma di cavallo usandolo a mo’ di microfono, Valentina è Marta Cherni che per non far soffrire il padre, già precario in salute, è riuscita con grandi sacrifici, a nascondere la mancata laurea in medicina finanche alle sorelle.
Lorenzo Martinelli nel ruolo di Stefano, il burbero buono, marito di Anna, con il pensiero fisso di volere un figlio dalla moglie la quale fa di tutto per non restare in cinta.

Lorenzo Martinelli e Carmelita Luciani
Antonio Buonocunto è Michele, che già da tre anni manteneva il segreto accordo sul testamento della signora Fanti, madre delle tre sorelle. La sua avvenenza non passa inosservata agli occhi di Marta che ben presto dovrà ricredersi sulle scelte sessuali di Michele.

a sx è Antonio Buonocunto, Michele, con Lorenzo Martinelli nel ruolo di Stefano
Inoltre si apprezzano le registrazioni vocali del Notaio e della defunta signora Fanti.
Si apprezza la scenografia essenziale voluta dalla geniale regia di Matteo Fasanella, regista del dramma, accompagnato dal suo inseparabile piccolo amico peloso a quattro zampe.
Leggiamo ora alcuni resoconti di vita di almeno due interpreti del dramma.
Carmelita Luciani, attrice che ha interpretato Anna nel dramma Nevischio.
Il teatro, questa incognita dell’anima messa in scena, come è sgorgata dalla tua persona?
Il teatro è sgorgato in me come un’esigenza naturale. Fin da bambina ho sentito il bisogno di raccontarmi e, insieme, di raccontare il mondo che mi circondava: le persone, le loro storie, le loro fragilità e contraddizioni vissute.
Attraverso il teatro porto in scena una verità che nasce dall’anima e si manifesta nella presenza, nello sguardo, nel silenzio. Per me non è una scelta estetica né un esercizio espressivo: è una necessità profonda, vitale, il modo più autentico che ho per stare nel mondo e incontrare l’altro.
Da Isabella Morra ad Anna, la sorella maggiore in Nevischio, come è stato interpretare queste figure femminili così determinate?
Interpretare Isabella Morra e Anna è stato un attraversamento intenso di due forme diverse ma complementari di determinazione femminile. Isabella porta con sé una forza interiore silenziosa, una lucidità che nasce dall’isolamento e dalla parola: la sua è una resistenza dell’anima, che si esprime nella poesia come unico spazio possibile di libertà.

Carmelita Luciani nel ruolo di Isabella Morra, poetessa del XVI secolo
Anna, invece, è una presenza più terrena, incarnata: la sua determinazione passa attraverso il corpo, le scelte, la responsabilità di essere sorella maggiore. In lei il coraggio si manifesta nell’azione, nel ténere insieme ciò che rischia di andare in frantumi.
Dare voce a entrambe mi ha permesso di esplorare due modi diversi ma profondamente affini di essere donna: figure che, pur in contesti differenti, affermano la propria verità con forza e consapevolezza, trasformando la fragilità in una forma di resistenza viva.
Cosa significa essere attrici oggi in un contesto culturale così complesso?
Essere attrici oggi significa assumersi una responsabilità profonda: quella di mantenere vivo il dialogo tra l’arte e le persone, in un contesto culturale complesso e spesso frammentato. Credo che il nostro compito sia avvicinare quante più persone possibili al teatro al cinema e renderli luoghi accessibili, necessari, capaci di scuotere gli spettatori.
Per questo, attraverso la mia compagnia, ho scelto di intraprendere un percorso di teatro realistico: un teatro che non si chiude in sé stesso, ma che parte dall’umano, dal riconoscibile, dal quotidiano. Un teatro che non semplifica, ma che accoglie e coinvolge lo spettatore.
In questo senso, fare l’attrice oggi significa mettersi al servizio della società, offrendo l’arte come spazio di consapevolezza, di incontro e di crescita condivisa, affinché la cultura torni a essere uno strumento vivo, capace di agire in favore delle persone.
La tua Compagnia Astrale è formata da giovani artisti. Quali sono gli obiettivi che vi siete proposti?
Tra i nostri principali obiettivi c’è, naturalmente, quello di avvicinare il pubblico al teatro e all’arte, come dicevo prima. Ma vogliamo anche innovare, esplorare in profondità il costrutto umano, sviscerare emozioni e relazioni in maniera autentica. La nostra ambizione è costruire uno spazio in cui l’arte possa essere una lente viva per osservare, comprendere e dialogare con il mondo, senza perdere mai la profondità e la verità che ogni giovane artista porta con sé.
Passiamo ora ad un altro interprete del dramma, Antonio Buonocunto che in Nevischio ha interpretato Michele.
Antonio Buonocunto, napoletano classe ’99, ha già attraversato esperienze diverse tra teatro, cinema e televisione.
Guardando al tuo percorso fin qui, quanto il lavoro sul palcoscenico ha influenzato il tuo modo di affrontare il set cinematografico, e viceversa?
Io nasco come attore di teatro, e per quanto si dica che teatro e cinema siano diversi, li credo molto simili sotto diversi aspetti. Non a caso il mio primo lavoro sul set è stato Filumena Marturano. Il teatro mi ha dato una struttura solida e una forma mentis fondamentale per affrontare il lavoro, soprattutto sul set che è fatto di molti stop e imprevisti.
Il cinema, invece, mi ha insegnato il valore della sottrazione, del dettaglio e del silenzio. Oggi il mio percorso è formato dal dialogo continuo tra questi due linguaggi: il teatro mi sostiene, il cinema mi affina.
Sei Michele in Nevischio e lo interpreti in modo eccellente. Quanto valore dai all’Amicizia?
Do un valore all’amicizia molto alto. Per me è uno dei pochi luoghi in cui si può essere davvero fragili senza doversi giustificare.
Nella mia vita ho pochissime persone che ritengo amiche. Il mio migliore amico ad esempio lo conosco da quando avevo 8 anni. Michele mi assomiglia nel modo in cui vive l’amicizia: con attenzione, rispetto e cura. In Nevischio lui non salva nessuno, ma offre uno spazio in cui l’altro può sentirsi visto. È qualcosa che riconosco molto anche in me: do valore alle relazioni che non fanno rumore, ma che restano nei momenti di fragilità.
È impegnativo gestire una Compagnia teatrale?
Per quanto riguarda la parte artistica in realtà è molto divertente. Con le mie socie quando proviamo a teatro o ci confrontiamo su quali temi inserire nei nostri progetti futuri ci facciamo un sacco di risate. Quello che invece avevo preso sotto gamba è tutta la parte burocratica, un qualcosa a cui nessuno ti prepara e che ti coglie alla sprovvista. Anche perché noi siamo costituiti come società a tutti gli effetti. Pian piano però comincio a capire i meccanismi e mi ritengo fortunato in quanto sostengo e sono sostenuto dalle mie due socie. Sono comunque pienamente soddisfatto della scelta fatta poiché mi ha portato ad avere una libertà artistica, fondamentale per me per poter esprimere al meglio la mia visione del teatro.
Giuseppe Lorin




















