Nel cuore di Roma la partita dei minimarket “mignon” si chiude (almeno per ora) con una vittoria netta del Campidoglio. Con una decisione arrivata tra il 12 e il 13 gennaio 2026, il Consiglio di Stato ha ribaltato l’orientamento del primo grado e ha sostanzialmente confermato la legittimità della linea di Roma Capitale: nell’area Unesco del Centro storico, per gli alimentari di vicinato la soglia resta quella dei 100 metri quadri.
Il nodo non è solo tecnico, ma politico e urbano. Il messaggio è chiaro: nel perimetro più fragile e “turistificato” della città non si vuole più lasciare spazio alla proliferazione di negozi piccolissimi, spesso pensati per lavorare su flussi continui e rapidi, con una pressione crescente su strade, marciapiedi e convivenza con i residenti.
La regola contestata nasce dalla Deliberazione dell’Assemblea Capitolina n. 109/2023, che disegna una cornice più stretta per le nuove aperture e per i trasferimenti di attività nel sito Unesco (i tessuti T1–T5 della Città storica). Per gli alimentari/minimarket, il criterio è diventato un vero spartiacque: autorizzazioni possibili solo sopra i 100 mq, su un unico livello, e con divieti espliciti su elementi considerati “attrattori” di assembramento e degrado. Dentro questo pacchetto rientrano, ad esempio, il divieto di installare sportelli ATM e lo stop ad attività accessorie come money transfer, money change, phone center e internet point. In altre parole, l’obiettivo dichiarato è evitare che lo stesso locale diventi contemporaneamente mini market, servizi finanziari e punto di stazionamento permanente.
Il caso da cui è nata la pronuncia riguarda un trasferimento richiesto da un’attività molto piccola – si parlava di un salto da 29 a 52 metri quadri – bloccato dagli uffici proprio per il mancato rispetto della soglia. In primo grado il TAR del Lazio aveva letto quella “tagliola” come sproporzionata, aprendo un varco potenzialmente enorme nella strategia del Comune. Ora il secondo grado chiude la porta: per Palazzo Senatorio, la misura resta ragionevole e coerente con l’esigenza di tutelare vivibilità e decoro in un’area che non è un quartiere qualsiasi, ma un tessuto urbano sottoposto a pressioni eccezionali.
La conseguenza più immediata, per chi segue da vicino pratiche e autorizzazioni, è che la linea diventa più solida anche per l’operatività quotidiana degli uffici, dal SUAP ai Municipi. In pratica, per chi tenta di “entrare” nel Centro storico con un format da pochi metri quadri, o di spostare un minimarket in un locale di dimensioni ridotte, le possibilità si assottigliano drasticamente. E si rafforza anche la stretta sulle attività “miste” che negli ultimi anni hanno cambiato volto a intere strade: meno spazi piccoli “tuttofare”, più selezione sul tipo di commercio ammesso nelle zone più delicate.
Per i residenti, il tema si traduce in una domanda semplice: questa stretta porterà davvero più qualità e meno caos sotto casa? Per gli operatori economici, invece, è una notizia che pesa: l’impianto regolatorio del Comune esce rafforzato e, con la copertura del Consiglio di Stato, il Centro storico diventa ancora di più un territorio in cui l’accesso si gioca su requisiti e categorie precise, con un’idea di città che prova a frenare il modello mordi e fuggi.
Ora la palla torna tutta sul campo dell’applicazione concreta: controlli, verifiche, rispetto delle superfici e dei divieti. Ma il segnale è già arrivato: sul commercio “mignon” nel sito Unesco, Roma non arretra.




















