Da dove nasce il carnevale e perché non è solo un gioco
Carnevale non è un “evento” ma un confine, un ponte tra l’eccesso e la misura, tra il riso e la disciplina, e infatti la sua radice sta in quell’intuizione antica che la società, per restare umana, deve concedersi una valvola, una licenza rituale, un giorno in cui l’ordine si rovescia senza saltare in aria, il mondo classico lo sapeva e l’Europa cristiana lo ha incanalato nel calendario che porta alla Quaresima, da qui la lettura più comune di carnem levare, togliere la carne, salutare l’abbondanza prima del tempo di magro, ma anche quel suono popolare, carne vale, che somiglia a un addio teatrale al piacere della tavola, e già qui si capisce la differenza tra noi e la modernità, perché noi abbiamo sempre saputo trasformare un passaggio spirituale in un rito civile, condiviso, concreto.
E chi pensa che siano “storie” dovrebbe leggere certe cronache ottocentesche della Roma papalina, dove il Carnevale non era un contorno ma un cuore pulsante, Via del Corso veniva preparata come un teatro vero, spazzata, livellata, coperta di sabbia fine sopra i sampietrini, i balconi addobbati con drappi e foglie, le tribune in Piazza del Popolo come un circo, e poi le maschere, di nobili e popolani, chi con costumi raffinati e chi arrangiandosi con cenci e fantasia, pescando dai rigattieri vecchi abiti e vecchie uniformi, e soprattutto i “proiettili” del gioco, confetti di zucchero, confetti poveri di anice e miglio, e perfino quei confettacci economici, fatti di gesso o creta, capaci di sbriciolarsi sugli abiti o di lasciare il segno, insieme ad arance e scherzi ben più pesanti, perché quel Carnevale era totale, non educato, non sterilizzato, nel bene e nel male.
E quando le campane “aprivano” la festa, la città esplodeva davvero, carrozze e folla, un crescendo di rumore e corteggiamento e litigi, fino all’appuntamento che faceva tremare il Corso, la corsa dei cavalli barberi, con il percorso da Piazza Venezia a Piazza del Popolo, i segnali notturni, lo squillo, la strada liberata, e un palio come premio, e poi il rovescio scuro di certe usanze di allora, che arrivavano perfino all’umiliazione degli ebrei con corse indegne abolite solo più tardi, segno che una tradizione può essere magnifica e insieme avere bisogno di purificazione, ed è un punto decisivo, perché difendere il Carnevale non significa idolatrare ogni eccesso del passato, significa recuperare la forza comunitaria del rito senza riportarsi dietro le sue brutalità.
I Carnevali della fama, con Roma Regina
L’Italia, quando fa Carnevale, non improvvisa, mette in scena se stessa, Venezia lo fa con la maschera come grammatica sociale, elegante e ambigua, Viareggio con la satira di cartapesta che riduce i potenti a figurine, Ivrea con una battaglia che è appartenenza, Putignano con una continuità popolare che è quasi un documento vivente, e poi Fano, Cento, Acireale, e decine di paesi dove la festa non è “animazione” ma identità.
E Roma, Roma avrebbe tutto per essere capitale naturale del Carnevale, perché Roma è già teatro senza bisogno di scenografia, è battuta, è sfottò, è maschera nel carattere, è quel modo di dire la verità ridendoci sopra, e se vuoi un simbolo basta evocare Rugantino, non quello da souvenir, ma quello che incarna la romanità come miscela di ironia e coraggio, insofferenza per la posa morale, capacità di sgonfiare la retorica con una frase secca, e oggi che tutto è serioso e giudicante, questa attitudine sarebbe medicina civile, non folclore.
E poi il mondo, certo, Rio, New Orleans, Colonia e la tradizione renana, Nizza, i carnevali caraibici, ovunque la regola è la stessa, dove il Carnevale è vivo la comunità si riconosce, dove muore restano individui che consumano intrattenimento in solitudine.
Come riprendere una festa senza farne una cartolina
Il punto non è fare la guerra a Halloween, il punto è chiederci perché noi italiani abbiamo iniziato a vergognarci delle nostre cose, perché la maschera nostra sembra “da bambini” mentre quella importata, con l’inglesismo e la plastica, sembra moderna, e intanto spariscono i carri, si svuotano le piazze, si mascherano meno perfino i piccoli, le stelle filanti diventano un fastidio, i coriandoli una seccatura da pulire, e in realtà il messaggio è più profondo, perché una società che non tollera più un giorno di disordine gioioso è una società che si irrigidisce, e quando si irrigidisce diventa più triste e più manovrabile.
Carnevale chiede tempo, chiede mani, chiede scuola, chiede quartiere, chiede famiglie che preparano, e invece la modernità ti vende tutto pronto, travestimento, playlist, perfino la “sensazione”, tu devi solo comprare, fotografare e consumare, ma una festa non è un contenuto, è un respiro collettivo, e se non lo alimenti muore.
E qui rientrano anche le cose semplici, quelle che hanno il profumo della verità, le frappe, sottili, leggere, croccanti, che in Italia cambiano nome ma non anima, e le castagnole, più piene, più soffici, dorate, con quella fragranza che sa di cucina di casa, due dolci che raccontano la genialità popolare di trasformare ingredienti poveri in una gioia condivisa, non è solo zucchero, è memoria commestibile.
Allora l’appello è concreto, quasi provocatorio, riprendiamocelo senza chiedere permesso, torniamo a mascherarci senza imbarazzo, torniamo a fare Carnevale nei quartieri, nelle scuole, nelle strade, non per nostalgia ma per salute culturale, perché se un popolo perde i suoi riti perde un pezzo della propria libertà, e il Carnevale, ripulito dagli eccessi che non vogliamo più, resta una cosa preziosa e italianissima, la prova che si può essere seri senza diventare grigi, che si può avere identità senza diventare rigidi, che si può essere moderni senza farsi colonizzare.
E se oggi lo stiamo lasciando spegnere non è perché sia vecchio, è perché abbiamo smesso di crederci, e ciò in cui non si crede più, muore.
















