Nel dibattito italiano delle ultime settimane, la figura dei caregiver familiari è tornata al centro dell’attenzione pubblica per via del Disegno di Legge (DDL) Locatelli presentato dal Governo Meloni che mira a riconoscere giuridicamente e tutelare economicamente questi lavoratori di cura. Tuttavia, quella che avrebbe potuto essere un’opportunità storica si è trasformata per molti in un accontentino irrisorio, inefficace e controproducente.

Che cosa prevede il DDL Locatelli
Approvato dal Consiglio dei Ministri il 12 gennaio 2026, il DDL introduce per la prima volta in Italia il riconoscimento formale del caregiver familiare, con tutele differenziate in base all’intensità dell’impegno assistenziale.
Tra le misure principali:
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un contributo fino a 400 euro al mese per caregiver conviventi che assistono oltre 91 ore settimanali (circa 13 ore al giorno) e con determinati limiti ISEE;
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la possibilità di congedi parentali, ferie solidali e permessi per lavoratori caregiver;
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tutele specifiche per studenti caregiver (esonero tasse universitarie o riconoscimento crediti formativi).
Per molte famiglie italiane è la prima volta che lo Stato riconosce l’esistenza formale di questa figura, offrendo risposte concrete dopo oltre 10 anni di tentativi legislativi falliti.
Le proteste: cosa succede nelle piazze
Nelle ultime settimane i caregiver si sono mobilitati, con presidi organizzati a Roma in Piazza Santi Apostoli e richieste di modifiche sostanziali al testo in discussione.
Le principali critiche sono focalizzate su alcuni punti:
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il bonus di 400 euro al mese definito “una elemosina” rispetto all’impegno di cura;
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limiti ISEE ritenuti troppo bassi per includere molti caregiver;
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richiesta di riconoscimento del caregiver come lavoratore con retribuzione, contribuzione previdenziale piena e tutele sociali complete.
“Quotidianamente ci prendiamo cura dei nostri familiari con disabilità grave e gravissima. Chiediamo il giusto riconoscimento e soprattutto i nostri diritti“, affermano le associazioni promotrici della mobilitazione, che rivendicano il ruolo dei caregiver come pilastro fondamentale e informale del sistema di welfare.
Secondo Davide Amati, dell’associazione Caregiver Familiari Uniti Campania, il nodo non è solo economico: “Il nostro è un lavoro di 24 ore al giorno. Facciamo risparmiare milioni di euro allo Stato, ma non abbiamo tutele, né contributi previdenziali, né riconoscimento giuridico“.
Marco Furfaro del Partito democratico ha parlato di uno Stato che “non riconosce a dovere chi si sostituisce al welfare pubblico“, mentre, Andrea Quartini del Movimento 5 Stelle ha definito i caregiver “un Lea occulto“, sottolineando come l’assistenza prestata non venga né retribuita né coperta da contributi figurativi.
Alessandra Corradi, presidente dell’Associazione Genitori Tosti e portavoce nazionale di Caregiver Familiari Uniti (CFU), una rete di oltre 40 associazioni e più di 15mila caregiver, ha dichiarato: “Una legge non può mai essere efficace se non viene adeguatamente finanziata. Non si fanno le nozze con i fichi secchi”. Il riferimento è ai 257 milioni di euro annunciati dalla ministra per le disabilità Alessandra Locatelli in conferenza stampa. Una cifra che secondo Corradi non solo è insufficiente, ma rischia di indebolire altri settori già fragili. Ha infatti asserito: «Le risorse vengono prese in parte dal Fondo nazionale per le non autosufficienze, in parte dal Fondo disabilità e in parte da quello per la povertà. Si tolgono così soldi a comparti che già arrancano per mettere pochi spiccioli su una questione cruciale: parliamo di 8 milioni di persone che assistono altri 8 milioni di persone».
Il decreto prevede quattro fasce di caregiver, suddivise in base alle ore di assistenza settimanali. La prima fascia riguarda chi assiste per 91 ore a settimana, ma solo chi ha un reddito lordo annuo sotto i 3mila euro e ISEE fino a 15mila potrà avere diritto al contributo (erogato dall’INPS) fino a un massimo di 400 euro mensili.
“Di cosa stiamo parlando?” si è domandata Corradi, denunciando il fatto che i caregiver non si possono discriminare in base all’ISEE, alle ore di assistenza e alla convivenza: “In questo modo i beneficiari reali saranno circa 52mila persone su una platea di 8 milioni. Può essere questa una legge fatta bene? In un Paese civile chi è costretto ad assistere un familiare per mancanza di servizi deve essere riconosciuto e avere adeguate tutele, come lo stipendio, l’assicurazione e, un domani, la pensione. Ci sono mamme che da 50 anni assistono da sole i propri figli e non hanno nulla”.
Loredana Ligabue, segretaria dell’associazione Caregiver Familiari (CARER), ha evidenziato la criticità “del vincolo a non svolgere alcuna attività lavorativa per ricevere il contributo di 400 euro. Dietro c’è una visione del caregiver come soggetto da assistere economicamente perché povero, non come persona che ha bisogno di essere sostenuta per sollevare il peso di cura”.
“È una legge miope”, hanno asserito Corradi e Ligabue. E poi ancora: “Nel nostro Paese si dà per scontato che una donna smetta di lavorare per accudire un familiare. E il lavoro non è solo reddito: è autonomia, è futuro. Auspichiamo che nel pur breve dibattito parlamentare possano emergere elementi in grado di interpretare questa realtà del nostro Paese che non può continuare a essere ignorata”.




















