“…lo sport come metafora della vita: uno spazio in cui lo spirito e la forza interiore devono coincidere, superando il mero aspetto fisico. Lo sport vero, quello che rappresenta il rispetto, la determinazione e il movimento interiore, riflette il nostro continuo percorso di crescita e di superamento di sé stessi, diventando un simbolo universale di condizione umana e di equilibrio tra corpo e anima”. (Prof.ssa Adele D’Angelo)
La nuova installazione della Professoressa Adele D’Angelo si impone con forza nel panorama dell’arte contemporanea per la capacità di coniugare simboli universali, materiali di recupero e una riflessione profonda sul significato autentico della vittoria.
Intitolata “Vincere non è sorpassare gli altri. È vincere se stessi”, l’opera si articola attorno ai sei cerchi olimpionici colorati, reinterpretati attraverso una struttura materica che trasforma il simbolo sportivo in un dispositivo critico e narrativo.
I cerchi, realizzati con materiali provenienti dalla spazzatura, perdono la loro perfezione iconica per assumere una fisicità ruvida, segnata, capace di raccontare il peso del tempo e dell’uso, così come accade al corpo dell’atleta.
Al centro dell’installazione emerge infatti la figura di un atleta costruita con fili elettrici, plastiche e componenti industriali, un corpo teso e frammentato che sembra vibrare di energia trattenuta e fatica interiore.
I fili elettrici non sono solo materia, ma diventano metafora dei nervi, delle connessioni emotive e mentali che attraversano chi si misura con i propri limiti, restituendo un’immagine lontana dalla retorica della vittoria facile.
L’opera si colloca chiaramente nell’ambito dell’Arte del riciclo, nota anche come Upcycling art o Assemblage contemporaneo, una corrente che utilizza materiali di scarto per generare nuovi significati e nuove responsabilità.
In questo contesto, il recupero non è mai un semplice espediente estetico, ma una scelta consapevole che richiama l’urgenza di ripensare il rapporto tra consumo, ambiente e produzione culturale. L’artista porta avanti questa ricerca con coerenza, trasformando ogni installazione in uno spazio di dialogo tra etica, educazione e linguaggio visivo contemporaneo.
In precedenza il magazine al femminile DonnaDonna.eu aveva dedicato attenzione al suo lavoro, mettendo in luce una pratica artistica fortemente legata alla dimensione didattica e alla capacità di parlare a pubblici diversi, quando il 27 Gennaio del 2025 Adele D’angelo espose una delle sue prime installazioni tematiche, “La Danza della Memoria” nel giorno della commemorazione della liberazione del campo di Auschwitz.
Rispetto all’opera descritta in quell’articolo, questa nuova installazione appare più matura e incisiva, capace di ampliare il discorso dall’ambito sociale a quello simbolico e universale dello sport.
Il riferimento all’Olimpismo non è celebrativo, ma critico, e diventa occasione per interrogarsi sul senso profondo della competizione in una società sempre più orientata alla performance.
La Professoressa Adele D’Angelo sceglie di spostare l’attenzione dal risultato al percorso, dal confronto con l’altro alla costruzione di una consapevolezza individuale. In questo risiede la forza dell’opera, che non impone una lettura unica ma accompagna lo spettatore verso una riflessione personale e necessaria.
La critica non può che essere positiva di fronte a un lavoro capace di unire rigore concettuale, forza visiva e responsabilità civile senza cadere nella retorica. Con questa installazione, la Professoressa Adele D’Angelo conferma il valore di un’arte che nasce dagli scarti, attraversa il presente e invita a ripensare il futuro.



















