L’esodo giuliano.dalmata, conosciuto anche come istriano o giuliano- dalmata-istriano ricorda l’emigrazione forzata della maggioranza dei cittadini di nazionalità e lingua italiana dalla Venezia Giulia (comprendente parte del Friuli orientale, l’Istria e il Quarnaro) e della Dalmazia, oltre ad un consistente numero di cittadini di nazionalità mista, italiana ,slovena e croata che si verificò a partire dalla seconda guerra mondiale (1945) e nel decennio successivo. Si stima che i giuliani (in particolare istriani o fiumani) e i dalmati italiani che emigrarono dalle loro terre furono circa 300/350.000. Il fenomeno che seguì, conosciuto come i massacri delle foibe, coinvolse tutti coloro che osteggiarono il nuovo governo jugoslavo comunista di Broz Tito. In Istria e Quarnaro, ad esempio, furono svuotati interi villaggi. A ricordo dei massacri delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata, il 10 febbraio di ogni anno, grazie alla Legge n. 92 del 30 marzo 2004, ricorre la giornata della memoria delle vittime, ed anche il Il Club per l’UNESCO di Udine ha reso omaggio a questa tragedia umana con le riflessioni di un suo Socio effettivo Sebastiano Ribaudo, del quale si riporta il testo integrale.
Egli scrive : « Il 10 febbraio è un giorno che chiede silenzio. Non il silenzio del vuoto, ma quello pieno — il silenzio di chi si ferma davanti a qualcosa di troppo grande per essere solo detto, e troppo necessario per essere taciuto. Oggi l’Italia commemora le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata: due ferite distinte eppure intrecciate, a lungo ignorate, infine riconosciute.
Da un lato la violenza brutale delle esecuzioni nelle cavità carsiche, dove migliaia di italiani — civili, soldati, oppositori reali o presunti — furono gettati nel buio della storia. Dall’altro la fuga silenziosa e straziante di trecentocinquantamila persone che lasciarono Istria, Fiume e Dalmazia con una valigia e il proprio nome, abbandonando case, tombe, ulivi, dialetti: un’intera civiltà plurisecolare che si disperse come nebbia sull’Adriatico. Queste storie hanno aspettato a lungo di essere riconosciute. Erano scomode: si collocavano nel dopobellico, in anni in cui l’Europa tentava di ricostruirsi e certi dolori venivano considerati meno urgenti, certi torti meno visibili. Gli esuli arrivarono in un’Italia che a volte li accolse con diffidenza, li etichettò frettolosamente come «fascisti» senza conoscerli, li sistemò nei campi profughi come un problema da gestire invece di trattarli come fratelli da abbracciare. Fu una doppia perdita: prima la terra, poi la voce.
La memoria non è un peso: è una bussola. E il Giorno del Ricordo ci ricorda che la verità storica non è proprietà di nessun partito, e che il dolore non ha colore politico. Ma il ricordo ha una sua pazienza. Alla lunga vince. Oggi esistiamo — come nazione, come comunità civile — anche grazie a quella tenacia. Grazie ai diari conservati nei cassetti, alle fotografie strappate al mare, ai figli e alle figlie che hanno insistito nel raccontare ciò che i genitori faticavano persino a pronunciare. Il Giorno del Ricordo, istituito nel 2004, non è soltanto un gesto verso il passato: è un impegno verso il presente. Ricordare non significa odiare. Significa, al contrario, scegliere la lucidità sull’oblio, la complessità sulla semplificazione, la giustizia sul silenzio conveniente. Le foibe non furono un’inevitabilità della storia: furono scelte, ordini, ideologie che trasformarono esseri umani in nemici da eliminare. Riconoscerlo non è revanscismo — è onestà. E l’esodo? Fu la fine di un mondo che aveva saputo essere, per secoli, il crocevia di lingue e culture diverse: il veneziano e il croato, il latino e lo slavo, il profumo del mare e quello della pietra carsica. Quella civiltà non è morta del tutto — vive nei cognomi, nelle ricette, nelle canzoni che si cantano ancora nelle associazioni degli esuli in tutto il mondo. Ma è una fiamma che richiede custodia, perché il vento della dimenticanza è sempre in agguato. Questo giorno non appartiene a una sola famiglia politica né a una sola regione geografica. Appartiene a tutti coloro che credono nella memoria come atto morale — non nostalgico. Ai nomi incisi sulle lapidi e a quelli che mancano. Alle donne e agli uomini inghiottiti dalle foibe. Alle famiglie che hanno attraversato l’Adriatico con il cuore spezzato e hanno costruito una vita nuova senza smettere di portare con sé il peso — e la bellezza — di quella vecchia».
di Daniela Paties Montagner, Socia Effettiva del Club per l’Unesco di Udine















