Dalla proposta al voto politico perché ora se ne parla
Il 10 febbraio 2026 il Parlamento Europeo si è espresso favorevolmente sulla direzione di marcia dell’euro digitale, una nuova forma di moneta pubblica che potrebbe essere utilizzata con o senza connessione dati.
L’idea nasce da una proposta della Commissione Europea del 28/06/2023 e ha vissuto una svolta negoziale a dicembre 2025, quando il Consiglio UE ha spinto con più forza sul concetto di utilizzo sia online che offline, fino al segnale politico favorevole arrivato poi dall’Eurocamera.
Il dossier è principalmente gestito dalla commissione ECON e tra gli shadow rapporteurs (relatori ombra) figura l’europarlamentare pentastellato Pasquale Tridico.
Va chiarito subito un punto: l’euro digitale non è una criptovaluta. Le criptovalute sono soldi digitali privati, che girano su una rete informatica senza essere emessi da una banca centrale; l’euro digitale, invece, resterebbe moneta ufficiale pubblica, emessa dalla BCE.
La proposta nasce per più obiettivi. Il primo è ridurre la dipendenza da circuiti extra-UE come Visa e Mastercard, creando una sorta di “rotaia” europea pubblica dei pagamenti. Oggi, quando facciamo un acquisto in negozio, il “percorso” che permette ai soldi della nostra carta (o del nostro conto) di arrivare dal POS alle casse del negoziante passa spesso attraverso infrastrutture non europee, che fissano regole e costi di transazione. Con l’euro digitale l’Europa avrebbe un circuito più “continentale”, con la prospettiva di ridurre parte dei costi/commissioni (a seconda di come verranno definite le regole e di quanta adozione ci sarà davvero).
Il secondo tema è il contante. Tra i timori percepiti dai cittadini e le critiche di alcune frange euroscettiche (in Italia, ad esempio, la Lega di Matteo Salvini) c’è l’idea che l’euro digitale possa limitare la privacy. Paradossalmente, però, la spinta europea nasce anche dall’intenzione di preservare la moneta pubblica nell’era dei pagamenti digitali: mentre i soldi depositati sul conto corrente sono, tecnicamente, moneta privata (credito verso la banca), il contante (banconote e monete) emesso dalla BCE è moneta pubblica. Se nel tempo il contante circola sempre meno perché consumatori ed esercenti preferiscono carte e app, la moneta pubblica rischia di diventare marginale nella vita quotidiana. In questa logica, l’euro digitale sarebbe una forma di “contante digitalizzato”, destinata ad affiancare cash e strumenti privati.
Come funzionerebbe in pratica: privacy banche, rischi e posizioni italiane
Per essere pratici: se l’euro digitale fosse attivo da domani, potremmo avere sullo smartphone un wallet (portafoglio digitale) che ci consente di detenere e usare euro digitali. Non sarebbe “un conto BCE allo sportello”, ma un servizio accessibile tramite intermediari: cioè, nella vita reale, l’app e l’assistenza arriverebbero di norma dalla banca o da un operatore autorizzato, collegati all’infrastruttura pubblica.
Il punto più discusso è la modalità offline. “Pagare senza connessione” significa che una parte del valore potrebbe essere memorizzata localmente sul dispositivo (telefono o carta) in modo sicuro, e trasferita tramite contatto ravvicinato (tipo NFC) al POS o al dispositivo dell’esercente. Poi, quando la connessione torna disponibile, la transazione si riallinea con il sistema.
È qui che entra il concetto di privacy “cash-like”: i favorevoli sostengono che, offline, il pagamento possa somigliare di più al contante perché non passa subito in un flusso online “in tempo reale” e riduce il numero di soggetti che vedono immediatamente i dettagli della transazione. Resterebbero comunque limiti e controlli (anti-frode, anti-riciclaggio, sicurezza), quindi non si parla di anonimato totale.
I rischi, però, sono concreti e stanno soprattutto nell’esecuzione: se da un lato l’euro digitale potrebbe rendere i pagamenti europei più uniformi e aumentare la concorrenza tra circuiti (con possibile pressione al ribasso su costi e commissioni), dall’altro il progetto potrebbe incepparsi se emergessero subito problemi tecnici o costi inattesi. Sono delicati, per esempio, i costi di adeguamento per il retail (POS, gestione offline, assistenza, integrazioni).
Sul tema si dividono anche le banche. Alcune ritengono che, se progettato bene (con limiti di giacenza e senza incentivi “da risparmio”), l’euro digitale potrebbe diventare un’infrastruttura su cui costruire servizi a valore aggiunto. Altre temono lo spostamento dei depositi dai conti bancari verso saldi in euro digitale, e temono anche costi operativi per gestire wallet e assistenza ai clienti: perché, anche se l’infrastruttura è pubblica, l’accesso quotidiano passerebbe spesso da intermediari come gli istituti di credito.
Resta poi la questione della privacy percepita: anche se l’intenzione dichiarata è affiancare contante digitale e contante fisico, una parte dell’opinione pubblica teme che l’UE “ficchi il naso” nei pagamenti. La modalità offline viene presentata come risposta tecnica e politica a questo timore, ma la diffidenza resta un fattore decisivo per l’adozione.
Nel passaggio politico del Parlamento Europeo del 10 febbraio 2026 sugli emendamenti a favore dell’euro digitale, la delegazione italiana si è schierata quasi tutta per il sì: M5S, PD, AVS, Forza Italia e Fratelli d’Italia hanno sostenuto il testo. La Lega ha tenuto una linea più critica, votando contro l’emendamento dello strumento come sovranità europea e astenendosi sull’altro incentrato sul pagamento offline, mentre Vannacci ha votato contro a entrambi.
Infine, anche dopo un’eventuale approvazione della legge, l’emissione concreta richiederebbe scelte operative della BCE (infrastruttura, regole, limiti). La Banca Centrale Europea ha infatti dichiarato che punta ad esser pronta nel 2029, a patto che la legge venga adottata nel 2026. Lo saranno anche i cittadini, tra fiducia, abitudini e timori?


















