Roma è un museo a cielo aperto, ma anche le sue pietre più note possono diventare vulnerabili. Negli anni Novanta un’indagine del Reparto Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, portò alla luce un sistema organizzato di furti e traffici illeciti che colpiva il cuore della capitale.
Tra i recuperi simbolo, il volto di leone sottratto nei pressi del Colosseo e oggi nuovamente visibile al pubblico.
Ne parliamo con il Luogotenente Roberto Lai, oggi Presidente ANC Tutela Patrimonio Culturale, che visse da vicino quelle indagini.
Luogotenente Lai, torniamo al 1994: in che contesto nasce l’Operazione Campidoglio e perché fu avviata proprio in quegli anni?
L’operazione si sviluppò nella prima metà degli anni Novanta, in una fase in cui Roma viveva grandi trasformazioni e una forte esposizione internazionale. In quel periodo si registrò un incremento di furti di materiali archeologici e storici in vari punti della città. Solo collegando episodi apparentemente scollegati fu possibile comprendere che dietro esisteva un sistema organizzato.
Quando capiste che non si trattava di episodi isolati ma di una vera rete criminale?
La continuità dei furti e la scelta mirata dei beni sottratti fecero emergere un quadro più ampio. Non erano azioni casuali: chi operava conosceva luoghi, tempi e modalità. Questo ci portò a ipotizzare l’esistenza di un’organizzazione capace di muoversi con metodo e con canali di vendita già pronti.
Le indagini portarono alla scoperta di “talpe” interne ai depositi archeologici comunali. Quanto fu grave questo aspetto?
Fu un elemento decisivo. L’indagine dimostrò che alcune informazioni riservate provenivano dall’interno: conoscere quali reperti fossero catalogati e quali no, o avere accesso ai magazzini, facilitava enormemente i furti e spiegava perché spesso non venissero rilevate effrazioni. È un passaggio importante perché evidenzia come la tutela del patrimonio non dipenda solo dalle forze dell’ordine, ma anche dall’integrità dei sistemi di gestione e controllo.
Uno degli episodi più emblematici è stato il recupero del volto di leone rubato davanti al Colosseo. Perché quel reperto è rimasto così significativo?
Perché il leone non era soltanto un elemento decorativo: era parte del paesaggio storico della città, qualcosa che romani e visitatori vedevano quotidianamente. Il suo furto colpì simbolicamente Roma stessa. Recuperarlo significò restituire alla capitale un frammento della propria identità.
Oggi, il fatto che sia di nuovo esposto al pubblico rappresenta concretamente il senso del lavoro di tutela.
L’operazione evidenziò anche una fragilità emersa in ambito ecclesiastico, con il coinvolgimento di un religioso legato a una importante basilica romana. Che riflessione si può fare oggi?
L’indagine dimostrò che la vulnerabilità può riguardare qualsiasi ambiente quando vengono meno responsabilità e controlli. I beni custoditi in ambito ecclesiastico non appartengono solo a un’istituzione, ma alla comunità intera, e per questo richiedono attenzione e trasparenza nella gestione. Il caso evidenziò quanto sia fondamentale la collaborazione tra istituzioni civili ed ecclesiastiche per la protezione del patrimonio comune.
Quanto conta il lavoro silenzioso di osservazione nelle indagini di questo tipo?
Conta moltissimo. Le operazioni di tutela del patrimonio si costruiscono con pazienza, analisi e capacità di interpretare segnali spesso invisibili. È un lavoro discreto, fatto di verifica continua e attenzione ai dettagli, che solo alla fine produce risultati visibili.
L’indagine mise in luce anche dinamiche legate al mercato antiquariale. Che quadro emerse?
Emersero situazioni in cui la domanda di oggetti storici alimentava direttamente i furti. Alcuni reperti venivano richiesti per arredare spazi privati, perdendo il loro valore storico e collettivo. Questo evidenziò l’importanza della provenienza lecita e della responsabilità culturale anche da parte degli acquirenti.
Guardando alla Roma di oggi, pensa che la città abbia imparato la lezione dell’Operazione Campidoglio oppure il patrimonio resta ancora fragile?
Roma è una città unica al mondo, ma proprio la sua ricchezza la rende esposta. Negli anni la consapevolezza è cresciuta, i sistemi di controllo sono migliorati e la collaborazione tra istituzioni è diventata più solida. Tuttavia la tutela del patrimonio non è mai un traguardo definitivo: richiede attenzione continua, cultura della legalità e partecipazione dei cittadini. Ogni volta che un bene viene protetto o recuperato, non si salva solo un oggetto, ma un pezzo della storia della città.
Qual è il messaggio che l’Operazione Campidoglio lascia ancora oggi alla città di Roma?
Che Roma è un museo a cielo aperto, ma proprio per questo va protetta ogni giorno. La tutela del patrimonio non significa solo recuperare ciò che viene sottratto, ma sviluppare consapevolezza: ogni frammento della città racconta una storia che appartiene a tutti.

Oggi quel leone è tornato a osservare la città, silenzioso testimone di una storia fatta di memoria e responsabilità. La sua presenza ricorda che Roma non è soltanto un insieme di monumenti, ma un patrimonio vivo, affidato ogni giorno alla cura di chi lo protegge e alla coscienza di chi lo attraversa.
Massimiliano Pirandola



















