Da tempo immemorabile, l’uomo è un cercatore. Un pellegrino assetato la cui meta ultima è un nome semplice, antico, eppure sfuggente: verità. Bello, senza riserve, è l’amore per essa.
Un amore che non conosce compromessi, che spinge avanti, in un cammino che si perde all’orizzonte.
Ma il viaggio verso la scoperta, per quanto impervio, è solo la prima metà dell’epopea.
Più ardua, infinitamente più scoscesa, è la via del ritorno.
Il momento in cui, conquistato il fragile tesoro, si deve decidere di mostrarlo.
E qui il cercatore vacilla, preso da una febbre antica, una malattia che ha afflitto ogni esploratore della luce: il terrore sacro di svelare ciò che per millenni è stato sapientemente celato.
Mostrare la verità nuda, infatti, turba.
Non risplende di una bellezza rassicurante, ma agita come una passione violenta, dilania con l’ebbrezza crudele della rivelazione.
È un atto che confina col sacrilegio, perché viola un patto non scritto, un velo di silenzio che gli uomini, forse per saggezza, forse per paura, hanno steso sulla realtà più profonda.
E come ogni sacrilegio, porta in sé la sua punizione.
La verità, una volta strappata al suo nascondiglio e gettata nella piazza, appare improvvisamente disarmata, vulnerabile.
Senza le vesti del mito, del dogma o della comoda menzogna, sembra esile, incapace di sostenersi da sola sotto lo sguardo spesso ostile del mondo.
La sua giustificazione ultima risiede solo in se stessa, in una purezza che pochi sono disposti a riconoscere.
Eppure, in questo gesto empio, in questa palpitante dilacerazione, si nasconde un paradosso salvifico: l’empietà è anche una purificazione.
Strappare il velo, per quanto traumatico, spazza via le macerie delle illusioni accumulate.
L’avvenire, dopo il boato della rivelazione, appare sgombro. Libero.
Un deserto luminoso e terribile in cui, finalmente, si può vedere lontano.
A questo punto, al cercatore non resta che un compito apparentemente contraddittorio: proteggere la verità che ha appena svelato.
Nasconderla di nuovo. Non più nell’oscurità dell’ignoranza, ma nella chiara luce della custodia responsabile. Perché in realtà, proteggendo la verità, proteggiamo noi stessi. La salvaguardiamo dalla banalizzazione, dalla strumentalizzazione, dalla furia distruttiva di chi non è pronto a reggerne il peso.
Questa verità, in fin dei conti, rimane intangibile nel suo profondo.
Le parole che tentano di descriverla, questo stesso articolo che ne tesse le lodi, non possono scalfirla.
Essa trascende ogni narrazione.
È un nucleo di certezza che sopravvive a ogni assalto, a ogni fraintendimento, a ogni tentativo di imbrigliarla in una dottrina.
Tutto ciò che si dice sul suo conto può essere falso, illusorio, un riflesso distorto nella grotta di Platone.
La verità non viene mai realmente compromessa.
Può essere tradita, dimenticata, sepolta sotto montagne di chiacchiere, ma la sua essenza permane incorrotta, in attesa che un nuovo cercatore, afflitto dalla stessa sacra malattia, intraprenda di nuovo il cammino, sopporti la fatica del ritorno e compia, ancora una volta, il necessario, tremendo sacrilegio della luce.
Nel rumore digitale, pieni di informazioni usa e getta e di verità parziali brandite come armi, questo ciclo eterno assume un significato bruciante.
Il vero giornalismo, la scrittura autentica, non è forse proprio questo?
Non il semplice riferire fatti, ma l’ossessione per una verità più profonda, il coraggio di guardarla in faccia anche quando sconvolge, e la saggezza, poi, di trovare le parole giuste per custodirla, per trasmetterla senza svilirla.
È un atto di amore senza riserve, che porta lontano.
E dal quale, se si è veramente giunti al termine del cammino, non si fa più ritorno come prima.
RVSCB



















