Il 12 marzo 2026 presso l’Auditorium di via Leonardo da Vinci di Pordenone, si è tenuto l’incontro con Vittorio Russo, autore del romanzo “Myriam: il segreto di una madre” e del saggio “L’India nel cuore”. A conclusione di quest’evento parliamo con lo scrittore dell’India e della nuova edizione del suo libro dedicato al paese più popolato del mondo.
Vittorio, perché ha avuto così tanto interesse nell’India pubblicando la prima edizione del libro dedicato a questo paese?
L’India non è stata una scelta editoriale, ma una necessità interiore. Ho capito presto che non si trattava di visitare un Paese, bensì di attraversare una soglia dell’essere. L’India non si percorre: si abita interiormente. Scriverne è stato un modo per restituire quella vertigine in cui l’Occidente finisce e comincia il sogno.
Che cosa La ha spinto a tornarci dopo tanti anni? Che impressione ha avuto da questo viaggio più recente?
Sono tornato per verificare se fosse cambiata l’India o il mio sguardo. Il tempo modella popoli e coscienze, ma in India agisce come un ciclo più che come una linea. Ho trovato una nazione più globalizzata, certo, ma ancora radicata in un fondo arcaico che resiste. È stato un ritorno inquieto: tutto mutato, eppure tutto riconoscibile.
Che cosa La colpisce di più nella cultura, religione e filosofia dell’India?
Mi tocca profondamente l’idea dell’infinito come destino umano. In India, la filosofia non è sistema, ma esperienza quotidiana; non è costruzione teorica, è disciplina dell’anima. Dharma, karma, moksha non sono astrazioni, ma coordinate stesse dell’esistenza. E questo è un pensiero che non possiede la verità, ma la pratica.
Che cosa ha riscontrato nell’India moderna del patrimonio culturale dei Veda, Upanishad, Ramayana, Bhagavad Gita e Mahabharata?
Quel patrimonio non è relegato nei libri: è tessuto perennemente vivo da millenni. I Veda e le Upanishad restano una sorgente sotterranea; il Mahabharata continua a plasmare l’immaginario collettivo. Anche nella modernità più rumorosa, l’India conserva un’epica diffusa: il mito non è passato, è struttura mentale.
A Suo avviso, le caste sono più un problema da risolvere o un dato di fatto con cui convivere nell’India di oggi e anche in quella di domani?
Le caste sono insieme una stratificazione millenaria e una ferita ancora aperta. Non nascondo il mio pessimismo circa una loro reale abolizione. L’India contemporanea le contesta, le circoscrive sul piano giuridico, le problematizza nello spazio pubblico; ma non può scioglierle con un semplice atto formale. Le caste (ma in India si chiamano varna) rappresentano un nodo etico evidente, una contraddizione rispetto all’idea moderna di uguaglianza, e, al tempo stesso, un sistema di appartenenze che affonda le radici in consuetudini, rituali e relazioni sociali. Non sono soltanto una norma: sono una mentalità, un lessico invisibile che continua a ordinare il mondo. Per questo la loro eliminazione non sarà un evento, ma un processo. Più che una cancellazione improvvisa, sarà una lenta metamorfosi: la trasformazione stessa delle caste, nel tempo, nella coscienza collettiva, nelle pratiche quotidiane, coinciderà con la lotta per superarle.
Nell’Uzbekistan ha seguito le orme di Alessandro Magno. Le orme di quali personaggi illustri del passato ha ritrovato in India?
In India si cammina sempre su una geografia abitata dalla storia. Ho ritrovato Alessandro lungo i fiumi del Punjab, ma anche Ashoka, Akbar, Shah Jahan, Tagore, Gandhi, Nehru. Qui il passato non è mai del tutto trascorso: è stratificato nello spazio, come un palinsesto dove mito e cronaca convivono.
Cosa può dire dell’arte e della cultura indiane? Della sua musica tradizionale?
L’arte indiana è equilibrio tra opposti: ornamento e ascesi, caos e simmetria. Nei marmi del Taj Mahal o nelle sculture di Khajuraho, la materia sembra alleggerirsi fino a diventare idea. La musica tradizionale, con i raga e il ritmo del mridangam, non intrattiene: trasfigura il tempo e lo rende esperienza spirituale.
Che percezione ha della cucina indiana?
La cucina indiana è un rito iniziatico. È un caleidoscopio di colori prima che di sapori, di spezie, un’alchimia che incendia i sensi e alla quale vale la pena di educarsi. In essa convivono piacere e – bisogna riconoscerlo – un pizzico di sofferenza, come in molte altre esperienze indiane: il gusto non è solo nutrimento, è conoscenza attraverso il corpo.
E della medicina ayurvedica?
L’ayurveda mi ha colpito per la sua visione integrale dell’uomo. Non cura un organo isolato, ma un equilibrio complessivo tra corpo, mente e cosmo. È una medicina che nasce da una cosmologia e una visione spirituale: considera l’essere umano parte di un ordine più ampio, non un meccanismo da riparare.
Secondo Lei, qual è il metodo migliore per accostarsi alla cultura indiana?
Entrare in punta di piedi, come in un tempio. Senza pregiudizi e senza giudizi affrettati, senza la pretesa di spiegare tutto con categorie occidentali. L’India non si decifra: si lascia accadere. Occorre accettare di essere messi in discussione. Solo così ci si arricchisce della sua ricchezza.
Per visitare l’India, serve prima prepararsi? Che tipo di percorso può essere d’aiuto?
Sì, ma non solo con guide turistiche. Serve una preparazione interiore: leggere le Upanishad, la Bhagavad Gita, magari Schopenhauer o Hesse, ma anche Salgari, per comprendere che si entra in un universo simbolico. Il viaggio in India non è solo geografico, è storico, spirituale e… un’avventura sterminata!
E per studiare l’hindi, la lingua hindi, che cosa ci può consigliare?
Consiglio di affiancare allo studio linguistico una comprensione culturale profonda. L’hindi affonda le sue radici nel sanscrito, la “lingua degli dei”. Senza il contesto simbolico e storico, la lingua resta suono; con esso, diventa visione del mondo.
Ci parli degli italiani che hanno vissuto in India nei vari secoli.
Figure come Nicolò Manucci testimoniano un dialogo antico tra Italia e India. Ma prima ancora Marco Polo. Sono esempi di contaminazione culturale feconda. L’India ha sempre trasformato chi l’ha attraversata: più che raccontarla, molti viaggiatori sono stati raccontati da essa. Dopo Niccolò Manucci, il filo tra Italia e India non si è mai spezzato. Già all’inizio del Cinquecento il bolognese Ludovico de Varthema intraprese una delle più straordinarie esplorazioni europee dell’Asia, muovendosi tra Egitto, Arabia, Persia e poi lungo le coste indiane e le isole dell’Oceano Indiano, raccontando usi, costumi e geografie in un Itinerario pubblicato agli inizi del Cinquecento e diffusosi rapidamente in molte lingue. Ne ho parlato in un mio lavoro su Pigafetta e Magellano. Nel Novecento, figure come Guido Gozzano, Pier Paolo Pasolini, Alberto Moravia e Tiziano Terzani continuarono a fare dell’India non una mera destinazione geografica, ma uno specchio critico e uno spazio di riflessione esistenziale. In tutti questi percorsi — che siano compiuti su navi, carovane o attraverso pagine di diario — si coglie la stessa dinamica: l’India non è mai semplice luogo da descrivere, ma terra che plasma lo sguardo di chi la attraversa.
Ha mai visitato il Tibet?
Sì, ma non l’ho esplorato con la stessa profondità dell’India. Tuttavia, l’orizzonte himalayano è sempre stato una presenza simbolica nei miei viaggi. Il Tibet rappresenta l’estremo della verticalità spirituale, quasi un prolungamento ascetico della tensione metafisica indiana.
Che cosa Le è caro del messaggio lasciato all’umanità da Mahatma Gandhi?
Il principio di ahimsa, la non-violenza (ma è un termine mal tradotto) come forza attiva e non come debolezza. Gandhi ha insegnato che la civiltà si misura nella rinuncia all’inutile. È un’etica della sottrazione in un mondo che accumula, difficile da far propria!
Perché, per Lei, un viaggio assomiglia all’infinito e che viaggi augura ai suoi lettori?
Perché ogni viaggio autentico non chiude un’esperienza: ne apre di nuove. Arrivando in una nuova città si ritrova un passato che non si sapeva di avere. Auguro viaggi che trasformino lo sguardo, che insegnino il silenzio, che ispirino sempre nuove curiosità. E, soprattutto, viaggi che, come l’India, restino nel cuore.
Ringraziando Vittorio Russo per l’intervista concessaci, invitiamo i nostri lettori a conoscere questo suo saggio e anche altre opere. Saggistica o narrativa, un’opera di quest’autore è sempre un impegno di scoprire qualcosa e di rendere pubblica la scoperta. Ed è sempre l’estrema profondità dei contenuti e una squisita poesia dell’insolito scovato nel quotidiano.
Olga Matsyna



















