L’analisi della psicoterapeuta Antonella Baiocchi, autrice del libro “Abusi sui minori: il ruolo devastante dell’Analfabetismo Psicologico e del mancato riconoscimento della bidirezionalità della violenza” (Alpes Italia Editore, 2025).
Il caso emerso in Veneto, con adulti accusati di abusi e produzione di materiale pedopornografico e con il coinvolgimento persino di una figlia minorenne, ha scosso profondamente l’opinione pubblica.
Si tratta di episodi che suscitano indignazione e sgomento, ma che impongono anche una riflessione più profonda sulle radici psicologiche e culturali della violenza sui minori.
Il fenomeno degli abusi sui minori non può essere compreso limitandosi alla dimensione criminale del gesto.
Quando emergono fatti così sconvolgenti si tende a pensare a mostri isolati o a devianze incomprensibili. In realtà molti di questi comportamenti affondano le radici in una grave carenza culturale ed emotiva: ciò che definisco analfabetismo psicologico.
Gli abusi avvengono soprattutto in famiglia
Una delle prime verità difficili da accettare riguarda il contesto in cui avvengono le violenze.
Le ricerche internazionali e italiane indicano che la maggior parte degli abusi sui minori avviene all’interno dell’ambiente domestico, spesso ad opera di persone che dovrebbero proteggere il bambino: genitori, parenti o figure di fiducia: la casa viene percepita come il luogo più sicuro, ma per molti bambini può trasformarsi nel luogo più pericoloso, perché è lì che si concentrano dinamiche relazionali disfunzionali, rabbia, frustrazione e bisogno di dominio.
Cos’è l’analfabetismo psicologico
Nel mio lavoro utilizzo il concetto di analfabetismo psicologico per indicare una grave carenza di competenze emotive e relazionali.
Non si tratta semplicemente di mancanza di empatia.
È una condizione più profonda:
• incapacità di comprendere il funzionamento della propria psiche
• incapacità di riconoscere le emozioni altrui
• incapacità di gestire il conflitto senza trasformarlo in dominio.
Questo deficit culturale è alla base della gran part delle violenze, comprese quelle sui minori.
Quando si perde il discernimento
Tra le conseguenze più pericolose dell’analfabetismo psicologico vi è l’indebolimento della capacità di discernimento morale: quando una persona non possiede strumenti psicologici adeguati si indebolisce la capacità di distinguere ciò che è giusto da ciò che è profondamente dannoso per l’altro.
In questi casi possono verificarsi fenomeni estremi:
• normalizzazione della violenza
• confusione tra affetto e possesso
• incapacità di percepire la gravità dei propri comportamenti.
Il risultato è che alcuni adulti arrivano a compiere atti gravissimi senza percepirne pienamente la portata distruttiva.
Gli abusi psicologici: una violenza invisibile
Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda la violenza psicologica, che non lascia segni fisici ma produce ferite profonde.
L’analfabetismo psicologico, infatti, rende difficile riconoscere anche forme di abuso non fisico:
umiliazioni, svalutazioni, manipolazioni emotive o esposizione a conflitti violenti tra adulti (violenza assistita).
Queste forme di violenza possono essere particolarmente dannose perché restano invisibili e difficili da riconoscere.
La violenza non è questione di genere
Un altro elemento centrale del mio lavoro, riguarda la necessità di superare letture ideologiche della violenza.
Come dimostra anche questo drammatico fatto di cronaca, la violenza non è agita soltanto dagli uomini, ma può essere perpetrata anche dalle donne, perfino dalle madri.
La violenza non è una questione di genere, bensì il prodotto di una cultura relazionale tossica – ciò che definisco analfabetismo psicologico – che compromette la capacità di gestire le relazioni e i conflitti in modo sano. Tra le conseguenze più gravi vi è la tendenza, quando ci si trova in una posizione di potere, a prevaricare i soggetti vulnerabili per perseguire le proprie esigenze: un fenomeno che ho definito Debolicidio, ossia l’annientamento del vulnerabile da parte di chi, in posizione di potere, non è in grado di promuovere il “reciproco rispetto”.
I minori sono i vulnerabili per eccellenza: completamente dipendenti dagli adulti e impossibilitati a difendersi, rappresentano il bersaglio più esposto alle dinamiche di dominio.
La vera prevenzione
Episodi come quello emerso in Veneto non devono limitarsi a suscitare indignazione momentanea.
Devono invece spingere a una riflessione culturale più ampia.
La vera prevenzione degli abusi sui minori non passa soltanto dalle leggi o dalla repressione penale. Passa soprattutto dalla diffusione di competenze psicologiche e relazionali, che insegnino alle persone a gestire emozioni, conflitti e relazioni senza trasformarle in terreno di dominio. Quando manca alfabetizzazione psicologica, le relazioni degenerano facilmente in dinamiche di controllo, manipolazione e violenza — e il prezzo più alto lo pagano sempre i più vulnerabili.




















