Dallo scavo clandestino all’ Operazione Giunone: il ruolo decisivo dell’intuizione investigativa, il contributo di Filippo Tomassi, il sostegno del Generale Roberto Conforti e del magistrato Carlo Lasperanza, fino al ritorno della Triade nel territorio di Guidonia Montecelio.
Ci sono vicende che non restituiscono soltanto un’opera d’arte, ma ricompongono una ferita nella memoria di un territorio e della collettività.
Il recupero della Triade Capitolina appartiene a questa categoria rarissima: una delle più affascinanti e significative operazioni nella storia del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico – oggi Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.
A raccontarla è Roberto Lai, già in servizio presso il Reparto specializzato dell’Arma e oggi Presidente della Sezione Speciale Sant’Ignazio di Loyola e del Nucleo di Volontariato e Protezione Civile ANC Tutela Patrimonio Culturale di Roma, da anni impegnato anche nella divulgazione culturale e nella realizzazione di fumetti dedicati ai grandi recuperi del patrimonio italiano.
Lai, perché la Triade Capitolina è un caso così emblematico?
Perché non si trattò soltanto del recupero di un reperto archeologico eccezionale, ma del ritorno alla collettività di un capolavoro unico e fortemente identitario.
La Triade Capitolina, con Giove, Giunone e Minerva, è certamente legata sul piano simbolico a Roma antica, ma è fondamentale chiarire un punto: l’opera fu rinvenuta nel territorio di Guidonia Montecelio, in località Inviolata, a seguito di uno scavo clandestino.
Ed è proprio qui che questa vicenda assume un significato ancora più forte: oggi la Triade rappresenta anche un esempio altissimo di ricontestualizzazione, perché non solo è tornata in Italia, ma è tornata nel suo territorio di appartenenza.
Attualmente, infatti, può essere ammirata presso il Museo Archeologico di Guidonia Montecelio.
Come iniziò l’indagine?
Tutto partì da informazioni frammentarie, quasi incredibili: tre figure marmoree sedute insieme, rinvenute durante uno scavo clandestino nella tenuta dell’Inviolata, una zona già da tempo colpita dall’ attività dei “tombaroli”.
Già quella descrizione fece intuire che non si trattava di un reperto qualunque. Da lì prese avvio un’indagine complessa, fatta di osservazione, pedinamenti, interrogatori, studio iconografico e intuizione investigativa.
Quando cominciammo a mettere insieme i primi riscontri, capimmo che potevamo trovarci davanti a qualcosa di eccezionale.
Nella fase iniziale, quando ancora molti erano scettici, quanto fu importante il lavoro svolto con Filippo Tomassi?
Fu fondamentale.
In quella fase iniziale servivano soprattutto intuizione, esperienza e tenacia. Io e Filippo Tomassi lavorammo con grande convinzione su elementi che, in quel momento, potevano apparire ancora troppo fragili per sostenere un’ipotesi di quella portata.
Fu una fase delicata, nella quale contavano molto lo studio, l’esperienza sul campo e la capacità di leggere dettagli che potevano sembrare secondari. Poi, naturalmente, quando il quadro si fece più chiaro, l’operazione si rafforzò grazie al sostegno del Comando e all’importante supporto dell’autorità giudiziaria.
Tomassi ebbe anche un ruolo molto particolare, vero?
Assolutamente sì.
Filippo Tomassi non fu soltanto un collega esperto, ma un investigatore di straordinaria capacità intuitiva. Durante un interrogatorio, mentre ancora molti ritenevano che stessimo inseguendo un’ipotesi troppo fragile, si fece descrivere il reperto e realizzò sul momento un vero e proprio identikit disegnato della Triade.
Quel disegno fu un passaggio cruciale: rese visibile ciò che ancora non avevamo davanti agli occhi e consentì di dare forza investigativa a un’intuizione che sembrava quasi impossibile.
Da quella vicenda nacque anche un sodalizio umano e professionale profondo che dura ancora oggi.
Che ruolo ebbero il Generale Roberto Conforti e il magistrato Carlo Lasperanza?
Determinante.
Il Generale Roberto Conforti, allora Comandante del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico, comprese fin dall’inizio la portata eccezionale della vicenda e seppe sostenerla con lucidità, visione e coraggio.
Altrettanto importante fu il ruolo del dott. Carlo Lasperanza, magistrato titolare del procedimento, che garantì il necessario sostegno giudiziario in una vicenda complessa, con sviluppi delicati anche sul piano internazionale.
In operazioni di questo livello, quando intuizione investigativa, guida del Comando e supporto della magistratura si muovono in sintonia, i risultati arrivano.
Che cosa insegna oggi la vicenda della Triade Capitolina?
Insegna anzitutto che i tombaroli non sono figure folcloristiche o romantiche. Sono soggetti che devastano il territorio, distruggono i contesti archeologici e alimentano un mercato criminale internazionale.
Ma insegna anche una cosa fondamentale sul piano culturale: il recupero non è completo se non si accompagna alla ricontestualizzazione.
Restituire un’opera non significa soltanto riportarla entro i confini nazionali. Significa, quando possibile, ricondurla al territorio di provenienza, alla sua comunità, al suo contesto storico.
Da questo punto di vista, il fatto che la Triade Capitolina sia oggi custodita presso il Museo Archeologico di Guidonia Montecelio è un messaggio fortissimo. Non è soltanto un reperto recuperato: è un bene culturale tornato a dialogare con il luogo che lo ha restituito alla storia.
Oggi lei continua questa missione attraverso l’ANC TPC e la divulgazione. Quanto conta raccontare queste storie?
Conta moltissimo.
Oggi, nel mio ruolo di Presidente della Sezione Speciale Sant’Ignazio di Loyola e del Nucleo di Volontariato e Protezione Civile ANC Tutela Patrimonio Culturale di Roma, considero la divulgazione una parte essenziale della tutela.
Proteggere il patrimonio non significa solo recuperarlo quando viene trafugato. Significa anche educare, sensibilizzare e coinvolgere i cittadini, soprattutto i più giovani.
Per questo, insieme a Filippo Tomassi, abbiamo scelto da anni anche la strada dei fumetti divulgativi, trasformando grandi vicende investigative e grandi recuperi in strumenti accessibili, rigorosi e coinvolgenti.
Una definizione finale dell’Operazione Giunone?
Non fu soltanto il recupero di una scultura straordinaria, ma la restituzione alla collettività e al territorio di un simbolo unico, resa possibile da intuizione investigativa, perseveranza, sostegno istituzionale e dalla convinzione che il patrimonio culturale non si vende: si difende, si restituisce e si ricontestualizza.

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Nel racconto di Roberto Lai emerge con chiarezza uno degli aspetti più affascinanti dell’Operazione Giunone: nella sua fase più incerta e complessa, quando la pista della Triade Capitolina appariva a molti poco più di una suggestione, furono soprattutto l’intuito investigativo, la perseveranza e il lavoro sul campo di Lai e del collega Filippo Tomassi a dare consistenza a un’ipotesi che si sarebbe poi rivelata straordinariamente fondata.
Accanto a loro, il sostegno del Generale Roberto Conforti, allora Comandante del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Artistico, e il ruolo del magistrato Carlo Lasperanza furono determinanti nel consolidare un’operazione destinata a entrare nella storia della tutela del patrimonio culturale italiano.
Ma c’è un elemento che oggi rende questa storia ancora più attuale: la Triade Capitolina, rinvenuta in località Inviolata, nel territorio di Guidonia Montecelio, non è soltanto tornata in Italia.
È tornata nel suo territorio di appartenenza.
Oggi, infatti, può essere ammirata presso il Museo Archeologico di Guidonia Montecelio, diventando così un esempio concreto e virtuoso di ricontestualizzazione, cioè di restituzione non solo giuridica, ma anche culturale e territoriale.
Massimiliano Pirandola




















