Qualche settimana fa mi trovavo in una nota libreria di via Tuscolana, intento a osservare con curiosità e passione i testi proposti ai più piccoli. A un certo punto, quasi incredulo, nella sezione dedicata ai bambini mi è caduto l’occhio su un albo illustrato dalla copertina celeste. In alto, a sinistra, campeggiava il nome dell’autrice: Mel Elliott. L’immagine di copertina raffigurava una bambina a testa in giù, in una sorta di verticale giocosa, affiancata da due figure maschili riconoscibili soltanto dalle gambe, dai pantaloni e dalle scarpe.
Il titolo era, di per sé, già un manifesto: La bambina con due papà.
Il disagio che ho provato in quel momento, mentre attorno a me alcune famiglie cercavano un libro adatto da acquistare per i propri figli, mi ha riportato subito a un concetto essenziale: quello della naturalità.
Se per un essere umano è naturale essere riconosciuto per il sesso con cui nasce, dovrebbe apparire ancor più evidente la necessità di non influenzare artificialmente lo sguardo del bambino, soprattutto in quella fase delicatissima in cui egli è ancora puro, ricettivo, innocente, non ancora contaminato dalle costruzioni ideologiche del mondo adulto. Il bambino dovrebbe poter crescere nella propria spontaneità, nella propria naturale disposizione a comprendere la realtà, senza forzature, senza suggestioni, senza un indirizzamento psicologico precoce che lo abitui a considerare come del tutto equivalente ciò che equivalente, per natura, non è.
Analizzando il profilo dell’autrice, designer e art director britannica, appare chiaro come la produzione di Mel Elliott non si esaurisca in una finalità meramente artistica. La sua serie illustrata, “Pearl Power”, nasce esplicitamente per parlare ai giovanissimi di uguaglianza, inclusione e superamento degli stereotipi. Siamo dunque davanti non solo a un prodotto letterario, ma a uno strumento pedagogico, anzi più precisamente ideologico-pedagogico, pensato per orientare la sensibilità dei piccoli lettori secondo una ben precisa visione del mondo.
Pearl, la protagonista ricorrente di questi libri, si muove infatti entro temi molto cari alla cultura progressista contemporanea. In La bambina con due papà, la piccola Pearl scopre che la sua compagna di classe, Matilda, ha appunto due padri. L’iniziale curiosità della protagonista — quasi l’aspettativa di trovarsi davanti a una situazione strana, eccezionale, fuori dal comune — si dissolve quando, entrando in contatto con la famiglia dell’amica, si accorge che anche lì vigono regole, orari, compiti, doveri e limiti.
Ed è precisamente qui che si trova il cuore del messaggio del libro.
L’intento di Elliott è chiarissimo: dimostrare che quella che appare come una stranezza è, in fondo, solo una variante esteriore; che nella quotidianità tutto funziona allo stesso modo; che una famiglia composta da due uomini può essere rappresentata come del tutto sovrapponibile a una composta da un padre e da una madre. In altre parole, la diversità viene ricondotta a una semplice questione di forma, mentre la sostanza viene descritta come identica.
È proprio questo, però, il punto che merita una riflessione critica.
Perché diffondere l’idea di una perfetta e totale normalità attraverso i libri per l’infanzia non è affatto neutrale. Al contrario, significa intervenire in modo profondo sull’immaginario dei bambini, in un’età in cui non possiedono ancora gli strumenti per distinguere tra racconto, proposta valoriale e costruzione ideologica. L’apparente leggerezza dell’albo illustrato, il tono semplice, i colori morbidi, le scene quotidiane, finiscono per mascherare la portata culturale del messaggio: non si sta semplicemente raccontando una storia, si sta normalizzando una visione antropologica.
Eppure, il fatto che una famiglia abbia regole, orari e attenzioni non basta a dimostrare che tutte le forme familiari siano equivalenti. Il libro insiste sulla superficie del quotidiano, ma evita accuratamente di affrontare il nodo vero della questione: la differenza tra il paterno e il materno. E non si tratta di un dettaglio, ma di uno dei fondamenti su cui per secoli si è retta l’idea stessa di famiglia.
Nella visione antropologica tradizionale, infatti, padre e madre non sono figure interscambiabili. Rappresentano due polarità differenti e complementari, due modi diversi di stare accanto al figlio, di educarlo, di proteggerlo, di accompagnarlo nella crescita. Il materno richiama l’accoglienza, l’empatia, l’intuizione affettiva; il paterno evoca l’orientamento, il limite, la struttura, l’apertura al mondo. Naturalmente ogni persona concreta è diversa e nessuno stereotipo esaurisce la complessità umana. Ma proprio per questo la complementarità tra uomo e donna, tra padre e madre, non può essere liquidata come un residuo culturale o una convenzione superata.
Il problema, allora, non è il rispetto dovuto alle persone, che nessuno dovrebbe mettere in discussione. Il problema è un altro: trasformare in modello educativo per l’infanzia ciò che rappresenta una rottura rispetto all’ordine naturale e simbolico della famiglia. Un conto è insegnare ai bambini il rispetto per tutti; un altro è presentar loro come indistinta ogni forma di legame, come se le differenze non esistessero o non contassero nulla.
Influenzare i più piccoli su questi temi significa sottrarli prematuramente alla realtà. Certo, nella vita concreta potranno esistere casi in cui un bambino trova maggiore stabilità in una situazione irregolare che non in una famiglia disastrata. Ma le eccezioni non possono diventare la regola, e soprattutto non possono essere elevate a paradigma educativo. Quando parliamo di normalità, infatti, non parliamo di ciò che capita talvolta nella realtà ferita degli uomini; parliamo di ciò che dovrebbe essere custodito, proposto e difeso come orizzonte di bene comune.
E questo bene comune, per un bambino, resta anzitutto il diritto — prima ancora che un desiderio degli adulti — a crescere, per quanto possibile, con un padre e con una madre.
Per questo libri come La bambina con due papà non dovrebbero essere accolti con superficialità, come se si trattasse soltanto di innocue storie illustrate. Dietro la loro semplicità grafica e narrativa si nasconde una precisa operazione culturale: spostare il confine del normale, rendere pedagogicamente desiderabile ciò che fino a ieri veniva riconosciuto come eccezione, abituare le coscienze più giovani a considerare secondaria la differenza sessuale e familiare.
Ed è proprio qui che un adulto, un genitore, un educatore, un cittadino attento dovrebbe tornare a vigilare.
Perché educare non significa assecondare ogni mutamento culturale, né inseguire le mode ideologiche del momento. Educare significa trasmettere un ordine, un senso, una misura, offrire al bambino radici prima ancora che slogan, realtà prima ancora che narrazioni costruite.
E in un tempo che confonde sempre più spesso l’inclusione con l’indistinzione, forse il vero gesto controcorrente è proprio questo: continuare a dire, con chiarezza e senza paura, che non tutto ciò che viene raccontato come normale lo è davvero, e che la difesa dell’infanzia passa anche dalla capacità di proteggere i bambini da una letteratura apparentemente innocua, ma profondamente orientata.




















