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L’invidia non ha stagione, ma Venere rivendica il suo aprile

La lezione di Ovidio per un mondo che dimentica l’amore

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
2 Aprile 2026
in Attualità
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L’invidia non ha stagione, ma Venere rivendica il suo aprile
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C’è un’antica disputa che attraversa i secoli, e che forse non abbiamo mai smesso di ascoltare. Riguarda il nome del secondo mese dell’anno, quel ponte incerto tra il rigore dell’inverno e la promessa della primavera. Qualcuno, scrive Ovidio nei Fasti, sostiene che aprile si chiami così perché in esso la terra si apre, perché il gelo cede e i germogli cominciano a spuntare.

È una spiegazione ragionevole, razionale, quasi scientifica. Ma c’è chi, a questa spiegazione, non si rassegna. E non si rassegna perché sente che dietro il nome di un mese c’è qualcosa di più profondo, qualcosa che la botanica e la meteorologia non possono afferrare.
C’è una dea, Venere, che rivendica il suo mese «con la mano protesa». E lo rivendica con una forza che attraversa il cielo, la terra, il mare, e persino il cuore degli uomini.
La poesia di Ovidio è un inno alla vita che si risveglia, ma è anche un atto di accusa contro quella sottile forma di invidia che vorrebbe ridurre la bellezza a fenomeno naturale, l’amore a istinto, la primavera a mera successione di eventi atmosferici. «Dove non arriva l’invidia?», si chiede il poeta.
E la domanda è ancora nostra, oggi, in un tempo che sembra aver dimenticato che il mondo non è solo materia, che la natura non è solo meccanica, che la primavera non è solo il momento in cui i fiori sbocciano.
È, prima di tutto, il momento in cui Venere torna a governare l’universo.
Perché Venere, secondo Ovidio, non è una dea tra le tante. È colei che «governa l’insieme del mondo».
È lei che dà leggi al cielo, alla terra e al mare. È lei che, con il suo stimolo, fa riprodurre tutte le specie, dagli uccelli che intrecciano i loro canti agli arieti che si battono a cornate ma non osano scalfire la fronte dell’agnella amata.
È lei che rende il toro mansueto quando si accompagna alla giovenca, lui che «fa tremare tutti i pascoli e l’intera foresta». È lei che mantiene in vita tutto ciò che vive sotto la superficie del mare, e gli innumerevoli pesci che riempiono le acque. Non c’è creatura, insomma, che non risponda alla sua legge. E non c’è creatura, forse, che non ne porti il segno.
Ma c’è di più. Perché Venere non si limita a governare la natura. Ha anche civilizzato gli uomini. «Fu questa Dea, per prima, a rendere gli uomini meno feroci», scrive Ovidio. Da lei vennero la pulizia, la cura di sé, la capacità di rendersi attraenti. Da lei venne il primo canto d’amore intonato davanti alla porta sbarrata di colei che aveva rifiutato di passare la notte con il suo innamorato.
Da lei venne l’eloquenza, perché le parole servirono a convincere la ragazza restia. E da lei vennero mille attività, mille scoperte, mille arti, perché il desiderio di sedurre spinge l’uomo a inventare, a cercare, a migliorarsi. In breve, senza Venere non ci sarebbe cultura, non ci sarebbe arte, non ci sarebbe civiltà.
L’amore non è solo la forza che fa nascere gli alberi e gli animali. È anche la forza che fa nascere i poeti, gli oratori, gli artisti. È la forza che rende l’uomo qualcosa di più di un animale feroce.
E allora, chi può ancora negare a Venere il suo mese? Chi può ancora sostenere che aprile si chiami così solo perché la terra si apre? «Resti lontana da me tanta follia», esclama Ovidio, quasi con un brivido di orrore. Perché negare il nome di Venere ad aprile significa negare il principio stesso della vita, della bellezza, della cultura. Significa voler ridurre il mondo a ciò che si può misurare, catalogare, spiegare senza residui.
Significa cedere a quella forma sottile di invidia che non sopporta che ci sia qualcosa di più grande, di più bello, di più potente della ragione umana.
E Ovidio, da buon romano, aggiunge un argomento che ai suoi contemporanei doveva sembrare decisivo: Venere ha diritto al suo mese anche perché ha protetto Roma.
È stata lei a impugnare le armi per Troia, quando un giavellotto colpì la sua delicata mano e la fece gemere. È stato un giudice troiano, Paride, a farla vincere contro Giunone e Minerva.
È stata chiamata la nuora di Assaraco, perché il grande Cesare potesse rivendicare i suoi progenitori Giulii. Venere, insomma, non è una dea qualsiasi. È la dea che ha vegliato sul destino di Roma, che ha protetto i suoi eroi, che ha garantito la sua discendenza. E se Roma è diventata grande, lo deve anche a lei.
Ma c’è un altro argomento, forse il più semplice e il più bello. «Per Venere, inoltre, non c’è stagione più adatta della primavera». È in primavera che la terra risplende, è in primavera che la campagna si scioglie, è adesso che spuntano i fili d’erba, è adesso che il tralcio fa uscire i germogli dalla corteccia ingrossata.
La bellezza di Venere si addice alla bella stagione, e come al solito lei segue il suo caro Marte. In primavera, infine, lei esorta le curve navi ad andare nel mare da cui è nata, a non aver più paura delle minacce dell’inverno. È il momento della ripresa, del viaggio, dell’avventura. È il momento in cui tutto ricomincia.
Forse, oggi, abbiamo perso qualcosa di questa sensibilità. Abbiamo imparato a spiegare il mondo senza ricorrere agli dèi, e va bene così. Ma forse abbiamo anche perso la capacità di stupirci, di riconoscere che dietro la bellezza della primavera c’è qualcosa che la ragione non può esaurire.
Abbiamo perso la capacità di sentire che aprile non è solo il mese in cui la terra si apre, ma anche il mese in cui il cuore si apre, in cui l’amore torna a fiorire, in cui la vita riprende il suo corso con una forza che nessuna invidia può fermare.
E allora, forse, dovremmo ascoltare ancora una volta le parole di Ovidio. Dovremmo ricordare che l’invidia, quella che vorrebbe ridurre tutto a ciò che si può spiegare, è sempre in agguato. Ma che c’è qualcosa di più forte, qualcosa che resiste alla sua pretesa.
È la bellezza, è l’amore, è la vita che ogni anno torna a fiorire in aprile. Ed è Venere, la dea che «con la mano protesa» rivendica il suo mese, a ricordarcelo. Con la forza di chi sa che il mondo non è solo materia, ma anche mistero.

E che il mistero, a volte, ha il volto di una donna, il profumo della primavera, il nome di un mese.

RVSCB

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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