C’è un’antica tradizione, custodita nei testi sacri dell’Islam ma spesso trascurata dai più, secondo cui tutto ciò che nasce, si muove e si produce nei quattro angoli del mondo inferiore – quello che tocchiamo, che soffre, che gioisce – procede da un’unica, misteriosa fonte: l’ala dell’arcangelo Gabriele.
Non una metafora poetica, badiamo bene, né un semplice ornamento teologico. È piuttosto una dichiarazione cosmologica precisa, di quelle che ridisegnano la gerarchia dell’esistenza e restituiscono a ogni essere umano una dignità che abbiamo dimenticato da secoli.
Per comprendere fino in fondo quest’affermazione – che a molti potrà suonare persino scandalosa – occorre risalire alla dottrina dei Verbi eccelsi. Parliamo di quei “Verbi di luce” che, secondo i mistici dell’Islam e alcune scuole esoteriche sciite, emanano direttamente dalla gloria del volto divino.
Il racconto, tramandato da maestri sufi e custodito come un tesoro in pagine polverose, affonda le sue radici nel Corano stesso. Al vertice di questa scala di luce brilla un Verbo supremo, incomparabile, che sta agli altri Verbi come il sole sta alle stelle.
È talmente luminoso che, come avvertiva il Profeta – su di lui la pace – se il suo volto divenisse manifesto agli occhi degli uomini, questi sarebbero tentati di adorarlo al posto di Dio. Un’affermazione sconvolgente, che mette in guardia contro il rischio di confondere la creatura più eccelsa con il Creatore.
Da questo primo, inaccessibile Verbo ne scaturisce un secondo, poi un terzo, e così via, in una catena discendente di luci sempre più dense e vicine alla nostra comprensione. Sono questi i cosiddetti “Verbi della perfezione”.
E l’ultimo di essi, il più prossimo al nostro mondo di polvere e materia, è proprio Gabriele, l’angelo delle rivelazioni, colui che ha dettato il Corano a Maometto e annunciato a Maria la nascita di Gesù. Fin qui, per chi ha familiarità con queste tradizioni, nulla di nuovo. Ma la rivelazione davvero sorprendente – quella che meriterebbe di essere gridata dai tetti – è un’altra.
Da Gabriele, e da lui soltanto, provengono gli spiriti di tutti gli esseri umani. Non da una creazione diretta e impersonale, come un meccanismo astratto, ma da un soffio angelico, personale, intimo. Il Profeta lo ricordava alla fine di un lungo racconto sull’origine primordiale dell’uomo: «Dio invia un angelo perché in lui soffi lo Spirito». Quell’“angelo” è Gabriele, e lo “Spirito” che insuffla è la scintilla vitale che rende ogni uomo capace di conoscere, amare e scegliere.
Proviamo a fermarci un attimo su questo punto: non c’è nascita umana che non sia, in qualche modo, una nuova “annunciazione”. Ogni bambino che viene al mondo riceve il suo spirito dall’ala dello stesso angelo che parlò a Maria. Una continuità vertiginosa.
Il Corano stesso, d’altronde, non lascia dubbi a chi sappia leggere tra i versetti. Nel capitolo 32, dopo aver descritto la creazione dell’uomo dal fango e poi da una goccia di liquido spregevole, si legge: «Poi armoniosamente lo plasmò e gli insufflò del Suo Spirito». E altrove, parlando di Maria: «E Noi le inviammo il Nostro Spirito». Gli esegeti più profondi identificano questo “Spirito” con Gabriele. E Gesù stesso, nel Corano, è chiamato “Spirito di Dio” (Rūḥ Allāh) e “Verbo di Dio” (Kalimat Allāh), proprio perché concepito dal soffio dell’angelo.
Da qui la conclusione che sconvolge ogni gerarchia spirituale abituale: tutto ciò che è Spirito è anche Verbo. E viceversa. I due nomi designano, nei piani più alti, un’unica essenza. E gli uomini, che pure provengono da Adamo, partecipano di questa stessa essenza, perché il loro spirito individuale è una goccia staccatasi dall’immenso oceano della luce gabrielica.
Cosa significa tutto questo per chi legge, oggi, in un’epoca che ha fatto del disincanto quasi un vanto? Significa che ogni persona che incrociamo per strada – la commessa distratta, il vicino taciturno, il bambino che gioca nel cortile – porta dentro di sé un frammento di quella stessa realtà angelica che ha dettato le scritture e annunciato le nascite miracolose. La nostra origine non è il fango, o non soltanto il fango: è un soffio che viene dall’ala dell’angelo più prossimo a Dio. E quel soffio, secondo la tradizione, continua a rinnovarsi a ogni nascita, a ogni respiro. Non è una leggenda per iniziati: è una verità antropologica che ribalta la nostra idea di chi siamo.
E allora, forse, la vera notizia – quella che potrebbe davvero diventare virale se solo avessimo occhi per vederla – è che non siamo creature abbandonate in un universo indifferente. Siamo, ciascuno di noi, il risultato di un atto d’amore che attraversa intere gerarchie di luce, dal Verbo supremo fino all’ala di Gabriele, e da lì fino al nostro petto.
Non c’è bisogno di salire chissà dove per toccare il divino: basta scendere dentro di sé, nel luogo dove lo Spirito continua a soffiare, silenzioso e potente come il primo giorno della creazione.
E se tutto ciò che si produce nei quattro angoli del mondo inferiore procede proprio da quell’ala, allora anche le nostre azioni più umili – una carezza, una parola di conforto, un lavoro ben fatto – sono eco di quella luce originaria. Nulla è profano, in questa visione. Tutto è sacro, perché tutto discende da una catena ininterrotta di Verbi e di Spiriti.
Forse è per questo che i grandi mistici hanno sempre cercato l’intimità con Gabriele, chiamandolo “l’angelo della rivelazione” ma anche “il consolatore”, “il trasmettitore della vita”. Non un messaggero freddo e distante, ma una sorgente viva che continua a zampillare nel cuore di ogni uomo disposto ad ascoltare. E chi ascolta – chi riesce a mettere da parte il rumore del mondo, almeno per un istante – può ancora oggi sentire il fruscio di quell’ala. E capire, finalmente, di essere molto più di un semplice ammasso di cellule e di pensieri fugaci.
In fondo, la vera rivoluzione non è tecnologica né politica. È la riscoperta della nostra origine luminosa. E questa origine ha un nome, un volto, un’ala. Si chiama Gabriele. E continua a vegliare su tutto ciò che vive, respira e ama nei quattro angoli del mondo inferiore. Anche su di te, mentre leggi.
Anche su di me, mentre scrivo.
RVSCB



















