Molto prima che Friedrich Nietzsche scandalizzasse l’Europa con la sua idea di «superuomo», molto prima che il pensiero moderno cominciasse a interrogarsi sulla perfettibilità dell’essere umano, una scuola antichissima aveva già fatto del superamento di sé il proprio programma di vita.
Non nelle lande remote del futuro, non nelle utopie dei filosofi, ma nell’Italia meridionale, sulle coste della Magna Grecia, tra Crotone e Metaponto.
Si trattava della scuola pitagorica, una fratellanza segreta che per secoli ha custodito un’idea rivoluzionaria: l’uomo non è un punto di arrivo, non è un prodotto finito, ma un cantiere sempre aperto.
E che, con la giusta disciplina, con la giusta conoscenza, con la giusta tensione verso il divino, si può diventare qualcosa di più di ciò che si è. Si può, addirittura, farsi intermediari tra l’umano e il divino.
A raccontarlo, indirettamente, è Platone. Il filosofo ateniese, che aveva compiuto lunghi viaggi nell’Italia meridionale ed era entrato in contatto diretto con l’eredità pitagorica, nella sola occasione in cui nomina Pitagora lo definisce come colui che ha escogitato un «tenore di vita» del tutto peculiare.
Non una dottrina astratta, non un insieme di teoremi, non un sistema filosofico chiuso. Un modo di vivere. E Aristotele, con la sua prosa precisa e insieme profondamente rispettosa, aggiunge un dettaglio ancora più sconcertante: ci rivela che i pitagorici custodivano gelosamente la dottrina dell’esistenza di tre specie di esseri ragionevoli.
La prima è Dio. La seconda è l’uomo comune, quello che cammina per le strade senza porsi troppe domande. E la terza? È l’«uomo simile a Pitagora», l’uomo pitagorico, una sorta di ponte vivente tra la fragilità umana e la perfezione divina. Un terzo genere, né completamente terreno né completamente celeste, ma capace di ascendere, attraverso la disciplina e la sapienza, verso la meta più alta: l’assimilazione a Dio.
Che cosa significava, concretamente, questa ambizione? Non era una vaga aspirazione mistica, non era un sogno da poeti. Era un programma di trasformazione radicale, che oggi, senza timore di anacronismo, definiremmo «scientifico».
I pitagorici furono i primi a proporsi, in modo consapevole e sistematico, il superamento della specie umana. Non nel senso di una violenza contro la natura, non nel senso di una sopraffazione degli altri, ma nel senso di un’arte raffinata – un’arte che unisce religione, morale, politica, filosofia, scienza, medicina, psicologia, pedagogia, arte e letteratura – finalizzata a forgiare un tipo umano superiore.
Se vogliamo usare un termine moderno, come suggerisce un commentatore del primo Novecento, dovremmo parlare di «androplastica»: la tecnica di plasmare l’essere umano, di scolpirlo come una statua, affinché emerga la sua forma più alta, quella che giace nascosta sotto la crosta delle abitudini e delle paure.
Da dove proveniva questa sapienza così straordinaria? Pitagora non era un improvvisatore, non era un ciarlatano.
Aveva viaggiato per decenni, aveva studiato presso i sacerdoti dell’Egitto, della Caldea, della Persia e, soprattutto, dell’India. Da quelle civiltà millenarie aveva appreso che l’uomo è infinitamente perfettibile, che le cause che favoriscono o ostacolano questa perfettibilità sono molteplici e che solo una parte di esse è in nostro potere.
Distinguere queste cause, assecondare quelle utili, eliminare quelle nocive: ecco il segreto per diventare artefici del proprio destino. Non lasciare nulla al caso di ciò che dipende da noi. È un messaggio di straordinaria attualità, che risuona con le più recenti scoperte della psicologia e delle neuroscienze: la nostra vita non è solo frutto di circostanze esterne, ma anche di scelte consapevoli, di abitudini coltivate con pazienza, di un ambiente che possiamo contribuire a modellare con intelligenza.
L’ambiente fisico, l’ambiente sociale e familiare, le istituzioni politiche, le concezioni religiose, la conoscenza dei destini dell’uomo e della natura universa, l’educazione fisica, intellettuale e morale, il regime di vita, l’arte e la letteratura: tutto andava preso in considerazione.
Tutto andava riformato ai fini di quella trasfigurazione che doveva lanciare l’uomo sulla via della crescente assimilazione a Dio. Non c’era aspetto della vita che fosse irrilevante.
L’alimentazione, la musica, la geometria, la meditazione, l’amicizia, la politica: ogni pratica, anche la più quotidiana, poteva diventare un tassello di quel grande mosaico che è l’elevazione dell’essere umano.
I pitagorici non separavano mai la teoria dalla pratica, la contemplazione dall’azione, la scienza dell’anima dalla scienza della polis. Per loro, tutto era connesso.
E in questa visione olistica, in questa capacità di tenere insieme ciò che noi abbiamo poi frammentato, risiede forse la loro lezione più preziosa.
Oggi, a distanza di duemilacinquecento anni, viviamo in una civiltà che ha ereditato molte delle intuizioni pitagoriche, ma spesso le ha ridotte a frammenti dispersi.
Le abbiamo trasformate in tecniche di auto-miglioramento da manuale, in ricette per il successo personale, in percorsi di benessere privati, svuotati di qualsiasi dimensione comunitaria e spirituale.
Abbiamo perso, forse, la visione d’insieme. Abbiamo dimenticato che la trasformazione dell’individuo è inscindibile dalla trasformazione della comunità, che l’ascesa verso il divino non può essere separata dall’impegno civile, che la scienza dell’anima e la scienza della polis sono due facce della stessa medaglia.
I pitagorici, con la loro scuola, con il loro «tenore di vita», con la loro tensione verso un terzo genere di essere ragionevole, ci ricordano che l’umanità non è mai un dato acquisito, non è mai una natura già compiuta.
È un compito. È una responsabilità. È un’opera d’arte che ogni generazione è chiamata a scolpire di nuovo, con gli strumenti che ha a disposizione, con la speranza che la rende possibile.
Forse, in un’epoca che celebra l’efficienza e il profitto, il ritorno a una prospettiva pitagorica potrebbe suonare come un’utopia lontana, ingenua, fuori dal tempo.
Ma le utopie, quando sono pensate con rigore e vissute con coerenza, diventano bussole. E la bussola pitagorica indica una direzione precisa, che non ha perso un grammo della sua forza: non accontentarsi dell’uomo così com’è, non adagiarsi nella mediocrità, non rassegnarsi ai propri limiti, ma tendere verso l’uomo così come può diventare.
Non rinunciare alla tensione verso il divino, ma coltivarla attraverso la disciplina, la conoscenza, l’arte di vivere. Non delegare al caso il nostro destino, ma imparare a riconoscere ciò che dipende da noi e agire di conseguenza, con pazienza e determinazione.
È un messaggio antico, ma forse mai così necessario come oggi. Perché oggi, più che mai, abbiamo bisogno di ricordare che non siamo spettatori passivi della nostra esistenza. Siamo artefici.
E l’opera più importante che possiamo scolpire, con le nostre mani e con la nostra anima, siamo noi stessi.
RVSCB



















