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La violenza economica di genere: ulteriore tentativo di ideologizzare il diritto penale.

L.M.B. by L.M.B.
21 Aprile 2026
in Attualità
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La violenza economica di genere: ulteriore tentativo di ideologizzare il diritto penale.
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Di Antonella Baiocchi, psicoterapeuta ed esperta in criminologia

Negli ultimi giorni è tornata al centro del dibattito pubblico la proposta di introdurre nel codice penale il reato di “violenza economica di genere”.
Un tema serio, delicato, che merita rigore.
Proprio per questo, va affrontato senza semplificazioni ideologiche e con la necessaria precisione giuridica.

Un chiarimento necessario: non esiste alcun vuoto normativo
La risposta, sul piano tecnico-giuridico, è no.
Le condotte riconducibili alla cosiddetta “violenza economica” sono già ampiamente sanzionate dal nostro ordinamento, in particolare attraverso l’articolo 572 del codice penale (maltrattamenti in famiglia), oltre che mediante altre fattispecie come violazione degli obblighi di assistenza familiare, appropriazione indebita e circonvenzione di incapace.
Non siamo di fronte a un fenomeno privo di tutela, ma a una ridefinizione linguistica di comportamenti già giuridicamente inquadrati e sanzionati.
Il diritto penale non ha bisogno di etichette simboliche, ma di norme chiare, precise, applicabili.

Il nodo scientifico: la violenza non è “di genere”
Il punto più critico della proposta non è giuridico, ma culturale.

Parlare di “violenza economica di genere” implica, anche se in modo non esplicitato, l’idea che questa forma di abuso abbia una direzione prevalente e un soggetto tipico.

Ma la realtà clinica e criminologica è più complessa.

La violenza economica si manifesta infatti in molteplici configurazioni.
Qualche esempio:
• uomini etero e gay la possono esercitare sulle donne e sugli uomini.
a) in ambito familiare e di coppia etero:
Esempio: Maria lavora, ma il conto è gestito dal marito. Per ogni spesa deve chiedere. Col tempo rinuncia anche a bisogni minimi. Non è senza soldi, ma senza libertà
Esempio: Anna riceve uno stipendio, ma il marito le impone di versarlo interamente sul conto familiare, da lui gestito. Quando prova a trattenere una parte per sé, viene accusata di egoismo e irresponsabilità. Col tempo rinuncia a qualsiasi autonomia.
b) in contesti lavorativi o relazionali, sfruttando il bisogno economico
Esempio: un imprenditore paga sistematicamente in ritardo un collaboratore, sapendo che ha un mutuo e figli. Usa i ritardi come leva per ottenere disponibilità extra e rinunce contrattuali.
c) Nell’ambito della coppia omosessuale
Esempio: Marco omosessuale, lavora, ma non ha accesso al conto gestito dal compagno. Deve chiedere per ogni spesa. Riduce progressivamente la propria autonomia.
Esempio: Andrea convince il compagno a lasciare il lavoro per “dedicarsi alla casa”. Dopo pochi mesi, limita ogni accesso al denaro, trasformando una scelta condivisa in dipendenza economica.
• donne etero e lesbiche la possono esercitare sugli uomini e sulle donne
a) in ambito familiare e di coppia etero
Esempio 1: Luca lavora, ma il conto è gestito dalla moglie. Per ogni spesa deve chiedere. Col tempo rinuncia anche a bisogni minimi. Non è senza soldi, ma senza libertà
Esempio 2: una madre impedisce alla figlia adulta di aprire un conto autonomo, trattenendo documenti e controllando ogni entrata, giustificando il tutto come “protezione”.
b) Nei contesti lavorativi o relazionali, sfruttando il bisogno economico
Esempio: una titolare promette stabilizzazione a una dipendente precaria, ma continua a rimandare, chiedendo in cambio straordinari gratuiti e totale reperibilità. Il bisogno diventa strumento di controllo.
c) Nell’ambito della coppia lesbica
dove il controllo economico viene utilizzato da una delle due parti per limitare libertà e autonomia dell’altra, replicando le stesse logiche di potere presenti in qualsiasi relazione
Esempio 1: Lucia, lesbica, controlla tutte le risorse e limita l’autonomia della compagna. Esempio 2: una donna ostacola sistematicamente il lavoro della compagna (gelosia, svalutazione, pressioni), rendendola progressivamente dipendente.
Esempio 3: una partner accumula debiti a nome dell’altra, sfruttandone la fiducia. Quando emergono i problemi, la responsabilità economica resta su chi ha firmato, non su chi ha utilizzato il denaro.
• uomini e donne la possono esercitare sui minori
Esempio: a un adolescente viene impedito di svolgere attività sportive o sociali non per motivi economici reali, ma per punirlo o controllarne le scelte, usando il denaro come leva di obbedienza.
Esempio 2: i genitori trattengono regali o somme ricevute da parenti, decidendo unilateralmente come e se possano essere utilizzate.
Esempio 3: a un adolescente vengono negati bisogni e attività se non si conforma, trasformando il denaro in leva di sottomissione.
• uomini e donne la possono esercitare sugli anziani
a) In ambito familiare
Esempio 1: un anziano perde il controllo dei propri soldi, gestiti da familiari o operatori, con
limitazioni e scelte non trasparenti “per il suo bene”.
Esempio 2: un figlio ottiene delega sul conto dell’anziano genitore e inizia a utilizzarlo
anche per spese personali, riducendo progressivamente la disponibilità del genitore stesso.
b) in ambito assistenziale
Esempio: un operatore gestisce piccole somme degli ospiti, trattenendo parte del denaro o limitandone l’uso, giustificando la gestione con esigenze organizzative.
Ridurre tutto a una categoria “di genere” non rappresenta una maggiore precisione scientifica.
Rappresenta, piuttosto, una semplificazione ideologica di un fenomeno relazionale complesso.

Il rischio giuridico: quando il diritto diventa vago
Un ulteriore elemento di criticità riguarda l’introduzione di concetti come “controllo coercitivo” in ambito economico.
A questo si aggiunge un profilo di rischio concreto: la possibilità di includere nel perimetro penale comportamenti legati alla gestione quotidiana delle risorse economiche.
Il punto non riguarda gli abusi gravi – già sanzionati – ma il rischio di estendere la rilevanza penale a dinamiche ordinarie della vita di coppia: discussioni sulle spese, scelte su come gestire il denaro, decisioni anche conflittuali.
In questo scenario, il confine tra gestione, conflitto e violenza diventa estremamente fragile.
Il rischio è che la percezione soggettiva, soprattutto in contesti di conflitto, possa attivare un procedimento penale anche in assenza di condotte chiaramente tipizzate.
A ciò si aggiunge l’accesso facilitato al gratuito patrocinio per chi denuncia, con l’effetto di rendere più semplice l’avvio dell’azione legale, ma più complesso il piano difensivo.
Se non definiti in modo rigoroso, questi concetti rischiano di trasformare il diritto penale in uno strumento elastico e soggettivo.
E questo è pericoloso.

Dal conflitto alla criminalizzazione
Il rischio concreto è quello di compiere un salto pericoloso: trasformare il conflitto familiare in fattispecie penale
Non ogni squilibrio, non ogni tensione, non ogni scelta economica discutibile costituisce violenza.
Se si perde questa distinzione, si apre la strada a una iper-penalizzazione della vita privata, dove il confine tra tutela e ingerenza diventa sempre più fragile.

Rimettere la persona al centro
La violenza economica esiste.
Va riconosciuta, contrastata, trattata.
Ma farlo attraverso categorie ideologiche rischia di ottenere l’effetto opposto:
non chiarire, ma confondere.
La violenza non è un fenomeno di genere. È un fenomeno relazionale.
Nasce dall’uso distorto del potere, dall’incapacità di gestire il conflitto e la divergenza nel rispetto dell’altro.
Ed è su questo piano che deve essere affrontata, con strumenti clinici, educativi e giuridici adeguati.

Introdurre nuove etichette penali non significa automaticamente aumentare la tutela.
A volte significa solo complicare ciò che dovrebbe restare chiaro.
E quando il diritto perde chiarezza,
non protegge di più.
Protegge peggio.

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L.M.B.

L.M.B.

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