Ci si sveglia, molte mattine, con il sapore amaro della mediocrità. È appiccicata alle notizie che i grandi giornali trasformano in polpa da macero, allo squallore dei talk show dove urlatori professionisti inscenano conflitti fasulli per due punti di share, alla resa silenziosa di chi avrebbe dovuto vigilare e invece ha scelto la poltrona.
Questa mediocrità non è solo intorno a noi: striscia nei corridoi del potere, siede nei banchi delle istituzioni, a volte abita persino nelle redazioni che un tempo insegnavano la differenza tra fatto e opinione.
Eppure, proprio quando il disgusto rischia di trasformarsi in rassegnazione, accade qualcosa di miracoloso. Si gira lo sguardo e si vede PaeseRoma.
E si capisce che un uomo, da solo, ha tenuto alta una fiaccola che molti avevano già spento.
Michelangelo Letizia non è solo un editore.
È il custode di un patto silenzioso con i lettori, quelli veri, quelli che non cercano il titolo urlato per condividere l’indignazione sui social, ma la verità paziente che si scava giorno dopo giorno.
Il giornale che dirige da anni non insegue il clic facile, non piega la testa davanti alle pressioni di chi vorrebbe trasformare l’informazione in un’arma di parte, non cede alla tentazione di riempire le pagine con la cronaca nera del quartiere mentre il palazzo brucia. PaeseRoma resiste.
E resistere, oggi, è l’atto più rivoluzionario che un editore possa compiere.
Ricordo ancora la prima volta che posai gli occhi su quelle pagine.
Non cercavo un giornale, cercavo un argine.
Un luogo dove la scrittura non fosse stata ancora prostituita, dove le parole pesassero quanto pietre e non volassero via come coriandoli. Lo trovai.
Era lì, con quel carattere sobrio, quella impaginazione che non grida, quegli articoli firmati da gente che ancora sapeva che il giornalismo si impara per strada, non nei corsi di immagine.
Da allora, per me, scrivere su PaeseRoma non è stato un lavoro. È stato un privilegio. Quello di sedersi al tavolo di chi non ha mai tradito.
Michelangelo ha costruito una casa editrice che somiglia a una famiglia, ma una famiglia di quelle vere, dove si litiga per una virgola e ci si abbraccia per un numero in edicola.
Ha saputo radunare intorno a sé firme che altrove sarebbero state soffocate, idee che altrove sarebbero state censurate, sguardi che altrove sarebbero stati deviati verso l’ovvio.
E lo ha fatto con una discrezione che rasenta l’arte: mai un autoelogio, mai una copertina con il suo volto, mai una dichiarazione che suonasse come un proclama.
Lui c’è. E basta. E la sua presenza, silenziosa e ostinata, è il faro che tiene in rotta la nave quando il mare è grosso.
Oggi, nel vedere la mediocrità che affiora da ogni lato – dalla politica che non pensa, dalla comunicazione che non comunica, dalla cultura che si è trasformata in intrattenimento – provo una gratitudine immensa.
Quella gratitudine che si prova quando, in mezzo al fango, qualcuno ti porge una mano pulita.
Quella gratitudine che non si spiega con le parole, ma si vive sulla pelle ogni volta che si scrive un titolo, si impagina una pagina, si riceve una mail di un lettore che ringrazia.
E tutta questa gratitudine ha un nome e un cognome: Michelangelo Letizia. Un uomo che ha capito che l’editoria non si misura in fatturato, ma in dignità.
Grazie, Michelangelo. Perché quando tutto intorno sembra crollare, tu resti.
E restare è la forma più alta di amore per questo mestiere maledetto e bellissimo.
Grazie per avermi permesso di sporcarmi le mani con l’inchiostro vero, quello che non si cancella con un dito sullo schermo.
Grazie per avermi insegnato che il giornalismo è un servizio, non una passerella. E
grazie, soprattutto, per esserci.
Perché in un tempo di comparse, la tua presenza è una certezza. E le certezze, oggi, valgono più dell’oro.
RVSCB




















