Nel 2005 presentai una tesi di laurea: _“La disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Confronto USA e UE”_.
La conclusione a cui giunsi allora era la necessità di creare un nuovo modello economico e sociale. Il modello ancora in essere, infatti, avrebbe generato aberrazioni economiche tali da precipitare l’umanità in una crisi di povertà e nel rischio di estinzione sociale per la maggior parte dei lavoratori.
Oggi, come allora, sappiamo che banche e assicurazioni possiedono circa l’80% del patrimonio immobiliare della nazione attraverso mutui, fondi immobiliari e la gestione di crediti deteriorati. Di fatto, amministrano il patrimonio nazionale nel proprio interesse, mentre i cittadini – che dovrebbero essere il popolo sovrano – finiscono per essere inquilini o servitori incaricati di mantenerne il valore.
I proprietari degli immobili e dei beni – le banche – nominano i propri amministratori. Che siano di destra o di sinistra non fa differenza: in questo schema, il ruolo della politica è gestionale, non proprietario. Inoltre, le amministrazioni pubbliche sono per natura temporanee. Gli amministratori cureranno comunque gli interessi dei proprietari, cioè delle banche e delle assicurazioni che gestiscono i beni della nazione.
I cittadini restano quindi una minoranza non rappresentata, poiché il patrimonio che teoricamente appartiene loro non ha alcun valore effettivo di controllo.
Anche i beni ambientali e culturali sono stati vincolati e ipotecati a organizzazioni internazionali, a garanzia di un patrimonio che resta comunque in mano a banche e assicurazioni. Il valore di questi beni viene così trasformato in garanzia finanziaria.
Per questo guerre e pandemie appaiono scollegate dai bisogni dei cittadini: sono, nella sostanza, questioni di amministrazione patrimoniale. La guerra in Ucraina, la situazione in Israele e la pandemia stessa rientrano in logiche finanziarie che mirano, ad esempio, a sbloccare aree dove le risorse ristagnano, per rimetterle in circolo attraverso debito e ricostruzione.
Il complottismo, l’idea di un controllo centralizzato e la narrazione sulla riduzione demografica funzionano come cornici narrative. Intrattengono le masse e spostano il focus dal controllo del patrimonio al controllo dei comportamenti, mentre queste si occupano di mantenere e garantire il valore degli asset di banche e assicurazioni.
Esiste una soluzione per chi non si sente inquilino di qualcuno?
Sì. Il modo esiste ed è una conoscenza secolare che ha attraversato i secoli. Tuttavia, il condizionamento e l’assuefazione rendono faticoso un capovolgimento prima cognitivo e poi comportamentale: la consapevolezza.
Ognuno è chiamato a compiere questa rivoluzione interiore, ma non tutti lo faranno, poiché la consapevolezza non si manifesta da sola. È una qualità che va allenata e praticata.
Ci sono scuole, centri e maestri, e poi c’è la Vita, la vita che ognuno è qui a compiere. Per affrontare la crisi antropologica che tentiamo di risolvere da secoli è necessario munirsi di strumenti ed esperienze.
Restaurare la mutualità che ci ha accompagnato nei secoli più splendenti di questa umanità è un processo lento e progressivo. Richiede capacità di collaborare, cioè l’assenza di competizione. Quest’ultima è la piaga su cui si fonda il potere di banche e assicurazioni: gli inquilini competono per mantenere vivo un sistema che prospera per ragioni che non li contemplano.
Uscire dalla competizione significa scardinare un condizionamento profondo e secolare, quello che ha dato origine all’organizzazione stessa del mercato.
Cristina Salvadori




















