Una festa di pubblico, di risonanza internazionale e di eccellenza atletica che ha confermato il Foro Italico come uno dei templi mondiali di questo sport. Eppure, per i milioni di spettatori che hanno seguito il torneo da casa, l’esperienza non è stata soltanto fonte di gioia sportiva, ma anche di un inatteso, costante e ingiustificato stress visivo. La causa non è da ricercare nella tensione agonistica dei match, che fa parte del gioco, bensì in una gestione della regia televisiva che definire discutibile è quasi un eufemismo.
La continuità spaziale – Il tennis è uno sport che vive di geometrie, traiettorie e anticipazione. Per fruirne pienamente, l’occhio umano ha bisogno di continuità spaziale: deve poter seguire la pallina dal momento in cui lascia le corde della racchetta fino al rimbalzo nel campo opposto. Durante il torneo romano, invece, si è assistito troppo spesso al trionfo del narcisismo tecnico della regia. Con frequenza esasperante, le inquadrature indugiavano in piani strettissimi sui dettagli dei giocatori i ca
pelli imperlati di sudore, le espressioni del volto, i movimenti delle mani, per poi tornare sul campo intero talvolta soltanto una frazione di secondo prima, o addirittura nel momento stesso, dell’impatto con la palla
Il trauma di chi guarda – Questo modo di operare produce un autentico trauma visivo e cognitivo nello spettatore. Quando il cambio di inquadratura avviene in un tempo così infinitesimale, il cervello è costretto a un brusco riadattamento: deve ritrovare immediatamente le coordinate del campo e individuare una pallina che può viaggiare a oltre 200 chilometri orari. Il risultato è che, moltissime volte, la pallina viene percepita nel campo avversario a fatto compiuto, quasi nel momento del contatto a terra o quando sta rimbalzando, privando il pubblico del pathos e della comprensione della dinamica di gioco. In alcuni casi, l’inseguimento dell’effetto spettacolare ha persino portato a perdere del tutto la traiettoria della palla oppure a inserire replay superflui di azioni appena concluse mentre il gioco stava già riprendendo.

La regola aurea della regia sportiva La regia del tennis, specie nei grandi eventi internazionali come Wimbledon o gli Australian Open, si fonda da sempre su una regola aurea: durante lo scambio si mantiene una telecamera centrale, alta e stabile. La ricerca del dettaglio artistico e la creatività visiva vengono giustamente relegate ai replay, alle pause o ai cambi di campo. A Roma, invece, si è spesso avuta l’impressione opposta: la volontà di esibire virtuosismi tecnici e rapidità di montaggio è sembrata prevalere sul servizio essenziale che una regia dovrebbe rendere al pubblico, cioè permettere di seguire il gioco con chiarezza e continuità.
Il paradosso finale – Esiste infine un paradosso economico e concettuale. Gli spettatori pagano attraverso canoni, abbonamenti e tempo personale per godere di uno spettacolo sportivo, non per subire la frustrazione di una visione frammentata. È difficile accettare che produzioni televisive di altissimo livello tecnologico possano trasformare un evento sportivo straordinario in un’esperienza visiva talvolta stressante e dispersiva. Il trionfo del tennis italiano a Roma meritava una cornice televisiva all’altezza dei suoi campioni. La speranza è che, nelle prossime edizioni, la regia sappia ritrovare un equilibrio migliore tra spettacolarizzazione televisiva e rispetto della percezione visiva dello spettatore.




















