Basta prendere una metropolitana o entrare in un bar all’ora di pranzo per accorgersi che il modo di informarsi è cambiato. Ragazzi con il telefono in mano che scorrono video uno dopo l’altro, passano da una notizia sulla guerra a un contenuto ironico, poi a un podcast tagliato in trenta secondi. Eppure, ascoltando le loro conversazioni, si scopre che parlano eccome di attualità. Politica, stipendi, elezioni americane, intelligenza artificiale, caro affitti.
Solo che non lo fanno più leggendo un giornale.
Qualche giorno fa, per esempio, ho sentito due ragazzi discutere animatamente di economia e lavoro seduti al tavolino di un bar. Avranno avuto vent’anni. Uno citava dati sentiti in un podcast, l’altro rispondeva con un video visto su TikTok la sera prima. Non avevano aperto un quotidiano, probabilmente. Ma erano informati. Magari in modo confuso, veloce, incompleto. Però lo erano.
E allora forse la domanda da farsi non è più perché i giovani non leggono, la domanda vera è un’altra, quando l’informazione tradizionale ha smesso di parlare il linguaggio del presente?
La generazione Z non è disinteressata a quello che succede nel mondo. Anzi, probabilmente consuma più contenuti informativi di qualsiasi altra generazione prima di lei. Il problema è che oggi le notizie arrivano in modo completamente diverso. Non esiste più il momento preciso in cui ci si siede per informarsi. Le notizie scorrono continuamente durante la giornata, in mezzo a video, messaggi, reel, notifiche.
Nel frattempo molti giornali hanno provato a rincorrere la velocità dei social senza riuscire davvero a stare al loro passo. Titoli sempre più aggressivi, polemiche quotidiane, discussioni trasformate in tifoserie permanenti. E alla lunga qualcosa si è rotto.
Perché il lettore può accettare che un giornale abbia una linea editoriale. Quello che non accetta più è sentirsi trascinato dentro un meccanismo costruito solo per generare reazioni.
I social, nel bene e nel male, hanno capito una cosa prima di tanti media tradizionali: oggi le persone cercano anche riconoscimento. Vogliono sentirsi coinvolte, capite, magari persino rappresentate. Per questo un creator che racconta dalla propria stanza la precarietà del lavoro o l’ansia per il futuro riesce spesso a sembrare più credibile di un editoriale perfettamente scritto.
Non perché sia necessariamente più preparato. Ma perché appare più vicino, più reale.
Ed è qui che emerge la vera crisi dell’informazione. Una crisi che forse non è soltanto tecnologica, ma soprattutto di fiducia.
Molti giovani percepiscono una distanza enorme tra il modo in cui vivono e il modo in cui certi media raccontano la realtà. Affitti impossibili, stipendi bassi, senso di precarietà costante, stanchezza mentale, difficoltà nel costruire qualcosa di stabile. Temi enormi che però spesso vengono affrontati con un linguaggio freddo, fatto di numeri, dichiarazioni politiche e dibattiti che sembrano lontani dalla vita quotidiana.
E allora succede qualcosa di strano: ci si informa continuamente, ma ci si fida sempre meno.
Questo però non significa che il giornalismo sia diventato inutile. Forse vale l’opposto. Nell’epoca delle fake news, dei contenuti generati automaticamente e dell’intelligenza artificiale, avere qualcuno che verifichi le informazioni e provi a mettere ordine nel rumore potrebbe diventare ancora più importante.
Il problema è capire come farlo senza perdere credibilità per strada.
Perché oggi non basta più riportare una notizia. Bisogna riuscire a raccontarla senza trasformare tutto in uno scontro permanente e senza trattare il lettore come un numero da convincere a cliccare.
Forse i giornali non stanno davvero morendo. Stanno attraversando una trasformazione profonda, probabilmente inevitabile. Ma questa distanza con i lettori soprattutto quelli più giovani andava capita prima.
Perché il problema non è che i ragazzi non vogliono informarsi.
Forse è che non si riconoscono più nel modo in cui l’informazione prova a raccontarli.
Alberto Acampora



















