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La grande recita dell’odio: tutti contro tutti, tutti servi dello stesso padrone

Robert Von Sachsen Bellony by Robert Von Sachsen Bellony
25 Maggio 2026
in Attualità
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La grande recita dell’odio: tutti contro tutti, tutti servi dello stesso padrone
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Osservate la scena.

 

Da una parte i no vax, convinti che il siero sia un marchingegno per impiantare microchip nelle braccia della popolazione. Dall’altra i vax convinti che chi rifiuta la puntura sia un assassino per negligenza, mandante di morti silenziose.

Poi ci sono gli ecologisti catastrofisti che vedono l’apocalisse climatica dietro ogni scarico di auto e ogni boccale di plastica, e i loro nemici giurati, quelli che dell’ambiente non gliene importa un fico secco e continuano a bruciare gomme come se il pianeta fosse un forno infinito.

Subito dopo entrano in scena i complottisti, che leggono trame occulte in ogni dichiarazione ufficiale, e i servi del sistema, che prendono per oro colato ogni parola del telegiornale.

Più in là gli illuminati, quelli che hanno letto tre libri di filosofia e si credono usciti dalla caverna di Platone, e i pragmatici, che di filosofia non sanno nulla ma ti spiegano come si aggiusta un rubinetto che perde. E poi i vegani, i crudisti, i carnivori, ognuno con la propria verità assoluta, ognuno con il proprio menù della salvezza.

Sembra il mercato delle pulci delle idee, un frastuono di voci che si accavallano senza ascoltarsi, un’arena dove ognuno brandisce la propria bandiera come fosse una lancia pronta a trafiggere il diverso.
Eppure, se si fa silenzio per un istante, se si alza lo sguardo dal fragore della mischia, si scopre una verità scomoda: sono tutti schiavi.
Non del sistema che credono di combattere o difendere, ma della stessa identica catena. La catena dell’identità militante, del bisogno di appartenere a una tribù, dell’urgenza di avere un nemico da additare. Senza l’altro da odiare, senza il cattivo da sconfiggere, senza il cretino da deridere, la loro stessa esistenza perderebbe di significato. E questa, amici cari, è la prigione più raffinata che esista.

Il no vax ha bisogno del vax per sentirsi ribelle. Il vax ha bisogno del no vax per sentirsi razionale. L’ecologista ha bisogno del negazionista per sentirsi profeta. Il negazionista ha bisogno dell’ecologista per sentirsi realista. Il complottista ha bisogno del servo del sistema per sentirsi sveglio. Il servo del sistema ha bisogno del complottista per sentirsi normale.
L’illuminato ha bisogno del pragmatico per sentirsi superiore. Il pragmatico ha bisogno dell’illuminato per sentirsi con i piedi per terra. Il vegano ha bisogno del carnivoro per sentirsi puro. Il carnivoro ha bisogno del vegano per sentirsi libero. È una danza simmetrica, un equilibrio di forze opposte che si alimentano a vicenda. Togli un pezzo, e l’intero castello crolla. Per questo nessuno cederà mai. Perché cedere significherebbe ammettere che la propria guerra interiore era solo un riflesso della guerra altrui.
Il paradosso è che tutti questi schieramenti, così fieramente contrapposti, condividono lo stesso identico orizzonte: la logica della contrapposizione. Non c’è differenza sostanziale tra chi crede che il mondo sia governato da una cospirazione globale e chi crede che il mondo sia governato da idioti incapaci di cospirare. Entrambi hanno abdicato al pensiero complesso, hanno rinunciato alla fatica di vedere le sfumature, si sono rifugiati nella comfort zone della semplificazione. Il nemico è sempre l’altro. La verità è sempre la mia. Il dubbio è un lusso che non possono permettersi.
La società dello spettacolo, teorizzata da Debord decenni fa, ha trovato nel conflitto identitario il suo carburante più efficace. Non serve più costruire nemici immaginari: i nemici si auto-producono, si auto-alimentano, si auto-celebrarono in un circo mediatico dove ogni giorno viene servita una nuova puntata della stessa soap opera. I giornali titolano, i social infiammano, i politici cavalcano.
E il pubblico, quello vero, quello che non è né vax né no vax, né complottista né servitore del sistema, né vegano né carnivoro, guarda e tace.
Perché il pubblico, in realtà, non esiste più. Siamo tutti attori su questo palcoscenico. Anche chi tace, con il suo silenzio, sta recitando la parte di chi non ha una parte.
Eppure, c’è una via d’uscita. Non è una scorciatoia o una terza posizione altrettanto ideologica. È la sospensione del giudizio. È l’accettazione che la verità è quasi sempre dolorosamente complessa, che le soluzioni semplici sono quasi sempre sbagliate, che la realtà resiste alle nostre tassonomie.
Significa smettere di chiedere “da che parte stai?” e iniziare a chiedere “cosa sai?”. Significa avere il coraggio di dire “non so” quando non si sa, e di ascoltare chi la pensa diversamente senza doverlo per forza convertire. Significa uscire dalla logica della contrapposizione e abbracciare quella della conversazione. Ma la conversazione, si sa, è noiosa. Non fa audience. Non vende.
Le grandi narrazioni del Novecento sono crollate, e al loro posto sono rimasti frammenti di racconti che ognuno ricompone a modo suo. La religione, l’ideologia, la scienza stessa sono state frammentate in mille rivoli che spesso non comunicano più tra loro. In questo deserto di senso, l’appartenenza a una tribù antagonista diventa l’ultimo surrogato di identità. Non sai chi sei? Diventa un no vax.
Non sai cosa pensare? Diventa un complottista. Non sai cosa mangiare? Diventa un vegano. L’etichetta ti salva dal vuoto. Ti dà una risposta prima ancora che tu abbia formulato la domanda. E questa, in fondo, è la vera schiavitù. Non quella che gli uni imputano agli altri, ma quella che ognuno si autoimpone per non affrontare il silenzio della propria coscienza.
Forse il gesto più rivoluzionario, oggi, non è schierarsi. È disertare. È uscire dal ring. È smettere di rispondere alle provocazioni, di alimentare gli scontri, di dare peso alle contrapposizioni. Non per vigliaccheria, ma per lucidità. Perché chi rimane nella mischia, anche se ha ragione, è già sconfitto. La sua energia è stata risucchiata dal vortice della polemica, e non gli resta più fiato per costruire qualcosa di diverso. La vera vittoria, semmai, è costruire un tavolo dove tutti possono sedersi, anche chi la pensa diversamente. Ma un tavolo non fa notizia. Un tavolo non genera click. Un tavolo è una conquista silenziosa, e le conquiste silenziose non hanno mai avuto molta audience.
Allora, cari lettori, guardatevi intorno. Ascoltate il frastuono. Riconoscete la danza. E chiedetevi, senza fretta, se vale davvero la pena indossare una divisa. Perché le divise, tutte, hanno lo stesso taglio. Quello di chi ha smesso di pensare con la propria testa. E la testa, si sa, è l’unico organo che non può essere sostituito da nessuna bandiera. Pensateci. O non farlo. Tanto, alla fine, siamo tutti sulla stessa barca. Che affonda.

E intanto, noi continuiamo a litigare su chi ha il salvagente più bello.

 

RVSCB

Bibliografia

Debord, Guy, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano 1997

Han, Byung-Chul, Psicopolitica. Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere, nottetempo, Roma 2014

Hoffer, Eric, Il vero credente, Einaudi, Torino 1954

Arendt, Hannah, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino 2004

Baudrillard, Jean, La società dei consumi, Il Mulino, Bologna 1972

Sloterdijk, Peter, Critica della ragion cinica, Raffaello Cortina, Milano 2013

Fromm, Erich, Fuga dalla libertà, Mondadori, Milano 1963

Eco, Umberto, Il fascismo eterno, La Nave di Teseo, Milano 2018

RVSCB – Archivio delle Scomode Verità, 25 maggio 2026

“Non mi interessa essere amato. Mi interessa essere letto dopo che mi avranno odiato.”

Robert Von Sachsen Bellony

Robert Von Sachsen Bellony

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