Il tempo passato e l’attuale quotidianità, due temporalità impegnate a spiegarci il senso della storia appena trascorsa ma in divenire, che ha conseguenze vive per l’oggi e augurali per il futuro.
È l’orgoglio di chi vive sulla sponda destra del Tevere e che lo vive nell’anima, lo gusta negli odori della cucina romana – e non romanesca, termine dispregiativo – di chi lo apprezza nelle voci della gente, e nei racconti degli ultimi trasteverini lo ricorda per far rivivere un’antica stagione della storia di Roma. In epoca molto più antica il territorio al di là del Tevere, Transtiberim, era dominio degli Etruschi.
In età repubblicana le sponde tiberine, anche per la presenza del porto fluviale di Ripa Grande, si popolarono di marinai, pescatori, cordari, bovari, lavoratori portuali, molto spesso stranieri, con la conseguente nascita di numerosi santuari dedicati a culti orientali, come quello Isiaco, Siriaco, Mitriaco, del Sole, della Luna.
I Cordai del Tevere erano artigiani romani specializzati nella torcitura e nella produzione di corde, funi e gomene. Concentrati storicamente a Ripa Grande nei pressi dell’Arsenale Papale. Quelle corde servivano per trainare dai buoi sulla riva, gli zatteroni con il clero e il papa fino al Castello della Magliana, il castello delle delizie venatorie e non solo. I Cordari sfruttavano la vicinanza al fiume per lavorare la canapa e per rifornire direttamente i naviganti e i porti di Roma, Ostia nello specifico.
Le popolazioni arcaiche, aborigene ed etrusche in particolare, dominavano la riva destra che per questo è conosciuta come Ripa Veientana, mentre i villaggi del Latium vetus erano sulla riva sinistra; in seguito occupata dai primi rifugiati greci, è per questo denominata Ripa Graeca.
Porta Portese fu costruita nel XVII secolo in sostituzione dell’antica porta Portuensis, dalla quale ne deriva il nome, e venne aperta nella cinta delle Mura Aureliane.

La porta antica era posta un centinaio di metri più a sud e prendeva il nome dalla via Portuensis che da essa usciva e che conduceva ai porti di Claudio e di Traiano. La porta, sostenuta da quattro colonne su in alto stilobate, presenta un architrave con balaustra e due nicchie laterali rimaste inspiegabilmente vuote, anche se le due statue degli imperatori Claudio e Traiano erano già pronte per essere collocate nelle loro nicchie. Sinceramente nessuno sa che fine abbiano fatto queste due statue, si ipotizzano allocazioni in cortili di palazzi della nobiltà romana!
Lo spiazzo creatosi in seguito all’apertura della nuova porta diede vita, nell’ultimo dopoguerra, al tradizionale e oramai conosciutissimo mercato di Porta Portese. In passato un mercato del genere si svolgeva per la borsa nera prima a Campo de’ Fiori, poi in piazza della Cancelleria, ma il mercato di Porta Portese fu la continuazione del fiorente mercato nero che si svolgeva a Tor di Nona durante gli anni duri della Seconda Guerra Mondiale.
Oggi, Porta Portese è sinonimo di ‘domenica’, del grande mercato libero messo a disposizione dal Comune di Roma alla cittadinanza nazionale, internazionale, intercontinentale; straniera, insomma! È il mercato più famoso del mondo. A questo mercato storico sono state dedicate canzoni, poesie, romanzi, e i film hanno qui la loro location ideale. Ci si può trovare veramente di tutto, dai mobili di qualche epoca fa, ai quadri, agli arazzi, agli oggetti più disparati, alla biancheria, agli abiti usati e nuovi, oche in legno, vinili e cd, libri e stampe, giornali storici, ma anche magliette della Roma e intimo Russo, alimenti per cani e gatti e gomitoli di lana e cotone, orologi e scarpe, conchiglie e bigiotteria, giacche di pelle e valigie, perline e giocattoli: l’elenco potrebbe essere infinito. D’altronde il detto di Porta Portese è che “puoi trovare di tutto, dalla pillola agli aerei dell’Alitalia”.
Il mercato della domenica si estende dalla Stazione di Trastevere fino alla Porta ultimata nel 1644, sotto il pontificato del pontefice Innocenzo X Pamphilj, come evidenziato dallo stemma posto sopra il fornice di Porta Portese, la colomba con nel becco il ramoscello d’olivo.

Guardando la Porta e ad essa sulla sinistra accanto è la Trattoria Dal Cordaro che fin dal febbraio 1861 er sor Raffaele del Drago, figlio di Maddalena, prosegue l’attività dell’Osteria. Mons. Giuseppe Ferrari diventa, in qualità di Curatore e Amministratore, proprietario dei fondi dei Casali del Drago con nomina dell’ultimo papa Re, Pio IX, poiché Raffaele del Drago risultò infermo di mente e ricoverato presso il manicomio di Perugia. Il Monsignore nel 1887 vende terreno e locale a Vittorio Cantoni che nel 1890 li registra come terreni ad uso osteria.
Agli inizi del Novecento il capostipite della famiglia Dori, Arcangelo, assume la gestione dei locali e fonda la Cantina Dori che, nel 1922, con il passaggio al fratello Augusto, cambia nome e diventa Trattoria Dal Cordaro. Nel tempo la Trattoria passa prima al figlio di Augusto, Dorino, e poi ancora ai figli di Dorino, Augusto e Giuliana i quali nel 2001, rilevano anche la proprietà dai coniugi Masini che a loro volta ne erano diventati proprietari. Nel 2017, infine l’ultimo passaggio ai nipoti Luca, Alessandro e David che portano la Trattoria Dal Cordaro fino ad oggi, proseguendo i festeggiamenti del Centenario. Qui l’autentica Cucina Romana non ha limiti e i pranzi e le cene alla romana vengono accompagnati dal vinello fresco dei colli, oltre all’affabile simpatia del gestore e dei suoi collaboratori tutti.
Giuseppe Lorin



















