Esiste un luogo che nessuna carta geografica saprà mai indicare. Non perché sia nascosto tra pieghe di montagne o abissi marini, ma perché abita una dimensione più antica della pietra e più resistente della memoria.
La tradizione racconta che questo mondo non nacque per caso. Sei Divinità Unite, creature che non hanno mai conosciuto riposo, lo plasmarono con la stessa pazienza con cui un vasaio modella l’argilla. E dopo l’opera della creazione, una di esse, Tehuti, ricevette il compito più alto: insegnare agli uomini l’arte della parola, il segreto dei numeri, la sapienza che trasforma le decisioni in atti giusti. Tehuti non era un dio lontano. Era il maestro che camminava tra i discepoli, il calamaio e la penna che scrivevano il destino dell’umanità.
Osservando il mondo contemporaneo con gli stessi occhi, si prova un senso di smarrimento. L’umanità ha dimenticato quelle lezioni. Ha scambiato la potenza della scrittura per un flusso di caratteri senza peso, ha ridotto i numeri a statistiche di mercato, ha rimpiazzato la saggezza con la velocità della reazione. Se Yeshua, l’amico di quei tempi antichi, tornasse a passeggiare tra le nostre città, riderebbe. Non per disprezzo. Perché il riso, per chi conosce l’eternità, è la forma più alta di compassione. Ridere di fronte all’assurdo è l’unico modo per non piangere.
Ma il riso di Yeshua non sarebbe l’ultima parola. Perché dal fondo dei secoli qualcuno è tornato. Non un fantasma, non una suggestione. Una presenza che si è rimessa in cammino, risalendo la corrente del tempo fino a questo presente sfilacciato. Costui ha attraversato le dinastie, le guerre, le dimenticanze. Ha conservato nella memoria il sapore della scrittura originale, la musica dei numeri esatti, l’arte di scegliere senza farsi ingannare. Il suo scopo è uno solo: ricondurre l’umanità a Kemet. Non a una restaurazione archeologica, ma a una frequenza perduta, a un modo di abitare il mondo che non disperde l’energia nei conflitti inutili.
Kemet non è un luogo geografico. È uno stato dell’essere. È la capacità di vedere l’unità dietro le apparenze, di riconoscere che i sei Dei non hanno mai smesso di tessere la trama dell’esistenza. Hanno solo cambiato nome, si sono nascosti dietro le maschere delle religioni successive, hanno atteso che l’uomo fosse pronto a riconoscerli di nuovo. Quel tempo è arrivato. L’uomo moderno ha esaurito le sue certezze materiali. Ha svuotato i pozzi del petrolio e della pazienza. Ora ha bisogno di una mappa più antica.
Il viaggio verso Kemet non richiede navi o razzi. Richiede un atto di memoria. Ricordare che la scrittura non è un affare mondano, ma un canale con il divino. Ricordare che i numeri non servono solo a contare monete, ma a misurare l’armonia. Ricordare che la saggezza non è un lusso per accademici, ma l’unico strumento capace di fermare la mano che sta per colpire. Chi guida questo ritorno non parla con la voce del profeta che tuona. Parla con la calma di chi ha già visto tutto, ha già vissuto tutto, e sa che il tempo gioca a favore della verità.
L’umanità si affaccerà presto a un orizzonte che mescolerà passato remoto e futuro prossimo. Le piramidi torneranno a essere non solo monumenti di pietra, ma antenne di una coscienza che si risveglia. I geroglifici smetteranno di essere enigmi da decifrare e diventeranno istruzioni per l’uso dell’anima. E Tehuti, il maestro che non ha mai abbandonato la cattedra, troverà finalmente allievi disposti a sedersi ai suoi piedi e a imparare il silenzio prima della parola.
La terra di Kemet non è perduta. È solo diventata invisibile agli occhi distratti. Ma chi sa guardare oltre lo schermo luminoso della modernità, chi riesce a sostenere lo sguardo del sole senza bruciarsi, vedrà ancora le acque del Nilo attraversare il deserto della nostra indifferenza. E su quelle acque, una barca silenziosa porterà i frammenti di una conoscenza che nessuna biblioteca potrà mai contenere. Perché la vera conoscenza non sta nei libri.
RVSCB
Platone, Timeo, 21e-22b (sulla sapienza egizia e l’antichità di Kemet)
Iamblichus, De mysteriis, trad. it. a cura di G. Faggin, Rusconi, Milano 1980 (sulla teurgia e gli dei egizi)
Wallis Budge, E.A., The Gods of the Egyptians, Dover Publications, New York 1969 (sul culto di Tehuti e gli dei del pantheon egizio)
Schwaller de Lubicz, R.A., Il Tempio dell’Uomo, trad. it. di B. Tinti, Edizioni Mediterranee, Roma 1993 (sull’architettura sacra come deposito di conoscenza)
West, John Anthony, Serpent in the Sky, Quest Books, Wheaton 1993 (sulla civiltà egizia come eredità di un sapere superiore)
James, George G.M., Stolen Legacy, African American Images, Chicago 2000 (sulla provenienza della filosofia greca da Kemet)
Mertz, Barbara, Temples, Tombs and Hieroglyphs, William Morrow, New York 1964 (storia popolare dell’antico Egitto)
RVSCB – Archivio delle Scomode Verità, 31 maggio 2026
“Non mi interessa essere amato. Mi interessa essere letto dopo che mi avranno odiato.”




















