La Costituzione italiana, quel pezzo di carta che molti hanno dimenticato, dedica un articolo al diritto di esprimersi, di pensare, di criticare, di dire ciò che si vuole senza timore di essere zittiti. Lo chiamano articolo 21. Lo chiamano anche “libertà di manifestazione del pensiero”. Suona bene, vero?
Peccato che nella realtà dei giorni nostri sia stato ridotto a un accessorio di scena, un vecchio manifesto appeso in qualche aula scolastica, una formula da recitare a memoria per l’esame di terza media, e poi dimenticare in fretta.
L’Italia del 2026 ha scoperto che la libertà di stampa è una bella cosa, finché non infastidisce il padrone. Che il diritto di cronaca è sacrosanto, finché non svela i segreti del potente di turno. Che la satira è legittima, finché non tocca il nervo scoperto del politico più permaloso.
La censura non arriva più con un decreto ministeriale firmato in calce. Arriva con la delicatezza della pressione psicologica, con la brutalità della denuncia per diffamazione, con l’eleganza della diffida dell’avvocato, con la faccia tosta del “non ho capito bene” del direttore che blocca l’articolo all’ultimo momento. E il cittadino, il lettore, lo spettatore, resta con un palmo di naso, con la sensazione che qualcosa gli sia stato sottratto, senza poter mettere il dito sulla ferita.
Il vilipendio dell’articolo 21 non è un evento eclatante. Non c’è un colpo di stato, non c’è un drappello di militari che irrompe in redazione. È un processo lento, strisciante, quasi invisibile. È il giornalista che si autocensura per non perdere la fonte. È l’editore che non pubblica per non inimicarsi il politico. È il social network che banna un account perché ha osato criticare il potente di turno. È il tribunale che condanna per diffamazione un cronista che aveva solo raccontato i fatti. È la legge che, con le sue maglie larghe, trasforma il diritto di cronaca in un campo minato dove ogni passo può essere l’ultimo.
E intanto, mentre la libertà di stampa viene svenduta al miglior offerente, l’opinione pubblica viene nutrita a pane e distrazione. Notizie già scritte, già filtrate, già sterilizzate. Informazione che non informa, ma addomestica. Giornali che non indagano, ma confermano. Giornalisti che non scavano, ma ripetono. La professione si è trasformata in un mestiere da addetti ai lavori, dove non serve la verità, serve la notizia che vende, il titolo che fa clic, lo scoop che fa audience. E l’articolo 21, quello vero, quello che garantiva a ogni cittadino il diritto di dire la sua senza paura, è stato archiviato in soffitta, insieme alla carta igienica di riserva.
Non c’è più un giornalismo di inchiesta, c’è un giornalismo di conferma. Non c’è più un giornalismo di denuncia, c’è un giornalismo di dichiarazione. I grandi giornali, un tempo baluardi della libertà, oggi sono spesso megafoni di potentati economici o politici. E i giornalisti, quelli che avrebbero il dovere di vigilare, di controllare, di raccontare la verità, si trasformano in portavoce, in opinionisti, in commentatori. L’inchiesta costa, la replica no. La denuncia offende, la dichiarazione no. E così si sceglie la strada più comoda, quella che non crea problemi, quella che assicura la pubblicazione del prossimo articolo.
L’articolo 21 è stato vilipeso, e nessuno ha protestato. Perché la maggior parte degli italiani non lo conosce nemmeno. Perché la scuola non insegna più la Costituzione, se non in modo frettoloso e nozionistico. Perché i social network hanno sostituito il dibattito pubblico con la rissa da bar, e la libertà di espressione si è trasformata nella libertà di insultare.
Il diritto di manifestare il proprio pensiero, quello sancito dai padri costituenti, è diventato il diritto di scatenare un putiferio senza conseguenze, protetti dall’anonimato di una tastiera.
E mentre i giornali vendono la loro anima al miglior offerente, e i giornalisti si piegano alla logica del consenso, e i cittadini si accontentano di briciole di informazione, l’articolo 21 resta lì, dimenticato, tradito, vilipeso. Come un vecchio monumento imbrattato da scritte oscene, come una bandiera sventolata solo il giorno della festa. La libertà di stampa non è un optional, non è un lusso da democrazie mature. È il fondamento stesso della democrazia, il pilastro su cui si regge lo stato di diritto. Senza di essa, il cittadino è suddito.
Senza di essa, il potere è tirannia. Senza di essa, la Costituzione è carta straccia.
Oggi, 2 giugno, si celebra la Festa della Repubblica. Si sventolano bandiere, si ascoltano discorsi, si sfilano in uniforme. Ma se la Repubblica è davvero quella voluta dai nostri padri costituenti, dovremmo ricordarci anche dell’articolo 21. Dovremmo difenderlo, tutelarlo, rimetterlo al centro del dibattito pubblico.
Dovremmo pretendere che i giornali facciano informazione, non propaganda. Che i giornalisti facciano i giornalisti, non i portavoce. Che i cittadini abbiano il diritto di sapere, non il dovere di credere. Finché non lo faremo, l’articolo 21 resterà un monumento imbrattato.
E la nostra democrazia, una democrazia mutilata.
RVSCB – Archivio delle Scomode Verità, 2 giugno 2026
“Non mi interessa essere amato. Mi interessa essere letto dopo che mi avranno odiato.”




















