Quando si parla di fisco, l’attenzione cade quasi sempre sull’evasione fiscale. È comprensibile, perché chi non contribuisce alle spese pubbliche viene meno a un dovere previsto dalla Costituzione e rompe, almeno in parte, quel patto che consente alla collettività di sostenere servizi e strutture comuni.
Eppure, accanto alla parola evasione, ne esiste un’altra che raramente trova spazio nel dibattito pubblico: invasione.
Non invasione nel senso giuridico del termine, bensì come percezione diffusa in una parte della cittadinanza, una sensazione che può emergere quando imposte, tributi, accise, canoni, contributi, adempimenti e scadenze finiscono per occupare una porzione sempre più ampia della vita quotidiana, trasformando il rapporto con il fisco in una presenza costante piuttosto che in un semplice dovere civico.
L’Articolo 53 della Costituzione utilizza una parola preziosa, una parola che meriterebbe forse maggiore attenzione: concorrere.
Non parla semplicemente di pagamento, né descrive il cittadino come un soggetto passivo chiamato a subire un prelievo. La Costituzione afferma infatti che tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva, introducendo un concetto che richiama l’idea della partecipazione molto più di quella dell’obbligo.
Concorrere significa prendere parte a qualcosa che si riconosce come proprio, contribuire a un’opera nella quale ci si sente coinvolti e dalla quale, almeno idealmente, si percepisce di ricevere qualcosa in cambio.
Forse, allora, la domanda che dovremmo porci non riguarda soltanto l’evasione fiscale, ma anche il momento in cui un sistema tributario continua a generare partecipazione oppure, al contrario, inizia a essere percepito come una presenza invasiva.
Quando il cittadino smette di sentirsi parte dell’opera comune, infatti, evasione e invasione rischiano di alimentarsi reciprocamente, poiché da un lato cresce la tentazione di sottrarsi alla richiesta e dall’altro aumenta la percezione di subirla.
In questo scenario ciò che viene meno non è soltanto il gettito fiscale, ma il significato stesso del concorrere.
Eppure, se ci soffermiamo a osservare più attentamente queste due parole, evasione e invasione fiscale sembrano raccontare qualcosa che va ben oltre il fisco.
L’imprenditore e il lavoratore autonomo, trovandosi nella concreta possibilità di sottrarre qualcosa alla richiesta fiscale, incarnano più facilmente il movimento dell’evasione; il lavoratore dipendente, che quella possibilità non la possiede, sperimenta più frequentemente il movimento opposto, quello dell’invasione, poiché non potendo sottrarsi può arrivare a percepire la richiesta come continua, inevitabile e, talvolta, sproporzionata.
Da una parte troviamo chi evade, dall’altra chi si sente invaso, in una dinamica che, spesso senza rendercene conto, ci accompagna fin da quando possiamo ricordare, intrecciata ai racconti delle file alla posta, delle corse dal commercialista e di tutte quelle situazioni viste o vissute che hanno contribuito a costruire il nostro modo di percepire il rapporto con il fisco.
Eppure, osservata da vicino, questa dinamica assomiglia sorprendentemente a ciò che accade nella vita di tutti i giorni, assumendo quasi il sapore di qualcosa che ci accompagna nella nostra quotidianità.
Quante volte evadiamo una richiesta, una responsabilità, una scelta o una conversazione che potrebbe metterci in discussione?
E quante volte, invece, ci sentiamo invasi dalle aspettative degli altri, dalle richieste del partner, dalle esigenze dei figli, dagli impegni lavorativi o da quel tempo che sembra non bastare mai?
Forse evasione e invasione non sono soltanto fenomeni fiscali. Forse rappresentano due strategie attraverso le quali affrontiamo le richieste che emergono nella relazione con gli altri, soprattutto quando il concorrere smette di essere percepito come partecipazione e assume il sapore della lotta, della contrapposizione o della difesa di uno spazio che sentiamo minacciato.
Chi evade tende a sottrarsi alla richiesta. Chi si sente invaso tende a subirla.
Nel primo caso ci allontaniamo da ciò che ci viene domandato; nel secondo lasciamo che quella domanda occupi tutto il nostro spazio interiore. Pur apparendo opposte, entrambe le posizioni sembrano però condividere una medesima difficoltà: quella di concorrere: non soltanto al bene pubblico, ma alla vita stessa. Perché concorrere significa partecipare, mettere qualcosa di proprio in ciò che accade, assumersi una parte di responsabilità senza per questo sentirsi schiacciati dal peso della richiesta.
Quando evadiamo ci ritiriamo. Quando ci sentiamo invasi opponiamo resistenza. In entrambi i casi rinunciamo, almeno in parte, a una partecipazione piena, ed è anche per questo che il tema fiscale continua a suscitare emozioni tanto profonde. Dietro il denaro, infatti, si nasconde spesso qualcosa di più essenziale: il nostro rapporto con la richiesta, con il dare, con il ricevere, con lo spazio che concediamo agli altri e con quello che siamo capaci di occupare senza sottrarci e senza sentirci invasi. Forse, allora, la domanda che il fisco pone a ciascuno di noi è meno economica di quanto sembri: quando la vita ci presenta il conto, la nostra strategia è evadere o sentirci invasi? L’auspicio è il coraggio di Concorrere.
Cristina Salvadori



















