Il dibattito sul fine vita è tornato a occupare il centro della scena politica italiana. Dopo l’approdo in Aula al Senato e il successivo ritorno in Commissione, la questione non è più soltanto tecnica, giuridica o sanitaria: riguarda il modo stesso in cui lo Stato decide di porsi davanti alla fragilità, alla sofferenza, alla disabilità e alla morte.
Da una parte c’è chi presenta il suicidio medicalmente assistito come un’estensione dell’autodeterminazione individuale; dall’altra chi intravede, dietro il linguaggio della libertà, il rischio di una progressiva normalizzazione della morte procurata. È in questo spazio, tra diritto, dolore e responsabilità pubblica, che si inserisce la posizione di Mario Adinolfi, giornalista, fondatore e presidente del Popolo della Famiglia, da anni voce esplicitamente pro-life nel panorama politico italiano.
Nell’intervista concessa a PaeseRoma, Adinolfi non usa mezze misure. Per lui il disegno sul fine vita non rappresenta una semplice regolazione dei casi indicati dalla Corte costituzionale, ma il possibile ingresso dell’Italia in un modello già sperimentato in Paesi come Olanda, Belgio e Canada, dove – sostiene – la morte medicalmente assistita è divenuta negli anni una pratica sempre più ampia e normalizzata.
Il nodo, secondo Adinolfi, non è soltanto il singolo caso limite, ma il principio: se il Servizio sanitario nazionale venisse coinvolto direttamente nella procedura, lo Stato smetterebbe di essere solo garante della cura e diventerebbe parte attiva nel percorso di morte. Da qui la sua accusa più dura: la trasformazione della sanità pubblica da luogo di assistenza a ingranaggio di una “morte di Stato”.
L’intervista tocca anche il tema delle Regioni, con Toscana e Lombardia al centro del dibattito sulle procedure operative in assenza di una legge nazionale; il rafforzamento delle cure palliative, indicato come strada prioritaria rispetto alla morte medicalmente assistita; la recente riforma in Inghilterra e Galles sulla non punibilità della donna in materia di aborto; la legge 194; e infine la possibilità di una posizione coerente contro aborto, eutanasia e pena di morte.
Ne emerge un confronto netto, divisivo, ma necessario. Perché dietro le formule giuridiche – suicidio assistito, eutanasia, aborto, cure palliative, diritto alla vita – si muove una domanda più profonda: la civiltà si misura dalla possibilità di scegliere la morte o dalla capacità di non lasciare solo chi soffre?
Di seguito l’intervista rilasciata da Mario Adinolfi a PaeseRoma.
In Senato è tornato centrale il tema del fine vita. Da una parte c’è il testo dell’opposizione, legato al senatore Alfredo Bazoli del PD; dall’altra la proposta di maggioranza dei relatori Pierantonio Zanettin di Forza Italia e Ignazio Zullo di Fratelli d’Italia. Secondo lei si sta discutendo davvero di suicidio medicalmente assistito entro i paletti della Corte costituzionale, oppure si rischia di aprire progressivamente la strada all’eutanasia?
Ovviamente la finalità è ricalcare le normative che a partire dal 2001 sono state progressivamente approvate in Olanda, Belgio e Canada. L’ordinamento giuridico italiano prevede che la vita non sia un bene disponibile, con articoli chiarissimi del codice penale che vietano con pene severissime sia l’aiuto al suicidio che l’omicidio del consenziente, cioè l’eutanasia.
La finalità è sopprimere i non produttivi con la morte di Stato per realizzare immensi risparmi economici, calcolati nel solo Canada in vent’anni in un triliardo di dollari. Il movente sono i soldi e oggi nei tre Paesi citati se ne risparmiano una valanga uccidendo con l’iniezione di Stato il 5% dei cittadini che muoiono. La percentuale è in crescita anno dopo anno.
Uno dei nodi principali è il ruolo del Servizio sanitario nazionale. Se fosse il SSN a organizzare o fornire il percorso per la morte medicalmente assistita, lo Stato diventerebbe garante di una libertà individuale o collaboratore diretto della morte?
Lo Stato già ora, collaborando al suicidio dei disabili che ne fanno richiesta, di fatto agisce da boia. Se una legge dovesse confermarne il ruolo, addirittura mettendo l’intero Servizio sanitario nazionale al servizio di queste procedure omicidiarie, beh, immagino che Tina Anselmi si rivolterà nella tomba. E lo stesso spero che facciano almeno tutti i cattolici vivi.
Alcune Regioni, come Toscana e Lombardia, hanno definito procedure operative sul fine vita in assenza di una legge nazionale. È una supplenza necessaria davanti all’inerzia del Parlamento o il rischio è quello di un “federalismo della morte”, con criteri diversi da territorio a territorio?
Le Regioni, semplicemente, non devono poter decidere su un terreno così delicato. La loro fuga in avanti in materia di suicidio assistito è un crimine costituzionale.
Nei Paesi dove eutanasia o morte medicalmente assistita sono già legali, come Paesi Bassi, Belgio e Canada, i numeri sono cresciuti negli anni. Secondo lei una procedura nata come extrema ratio rischia di diventare progressivamente una pratica ordinaria?
Questo è ovvio, le cifre sono chiare e incontestabili: in quei Paesi è stato normalizzato l’omicidio di Stato.
In Francia il percorso sull’aiuto a morire ha incontrato forti ostacoli al Senato, mentre è avanzato il rafforzamento delle cure palliative. Non dovrebbe essere questa la priorità anche in Italia: hospice, terapia del dolore, assistenza domiciliare, sostegno alle famiglie, ai malati e ai disabili?
Bisogna investire prima di tutto culturalmente nella valorizzazione della disabilità, anche grave, con quel dinamico motore di solidarietà che fa parte della nostra tradizione cristiana.
Poi bisogna ovviamente parlare della morte, non considerarla un tabù, spiegare che il dolore fisico si può battere con i farmaci moderni, investendo dunque massicciamente nella terapia del dolore e negli hospice, chiaramente sostenendo la famiglia che si fa carico dei malati non autosufficienti.
In Inghilterra e Galles è stata approvata una riforma che rimuove la donna dal diritto penale in materia di aborto. I sostenitori parlano di tutela delle donne vulnerabili; i critici temono invece lo svuotamento del limite e della responsabilità. Qual è la sua lettura?
Non mi sorprende ciò che sta avvenendo in Inghilterra e in Galles, che è d’altronde ciò che già avviene in una ventina di Stati degli USA. Ho sempre sostenuto nei miei libri e nei miei interventi politici che, una volta stabilito che una donna può volontariamente abortire sostenuta dalle strutture dello Stato, porre dei limiti sarà progressivamente sempre più difficile.
L’aborto non sarà solo depenalizzato, ma normalizzato, perché o l’aborto è un omicidio e allora non può essere mai realizzato, oppure si può fare e allora faranno in modo di rimuovere ogni limite, prima o poi.
In Italia la legge 194 viene spesso presentata come un equilibrio intoccabile. Secondo lei è ancora un compromesso tra tutela della maternità e accesso all’IVG, oppure nella pratica è diventata una porta sempre più aperta all’aborto come soluzione ordinaria?
Per me la legge 194 deve essere abrogata. Per me, come per Pier Paolo Pasolini, l’aborto è un omicidio e non può mai essere realizzato.
Alcuni autori non necessariamente religiosi, come Don Marquis o Nat Hentoff, hanno criticato aborto ed eutanasia partendo dal valore della vita umana fragile e non solo da premesse confessionali. Crede che oggi sia ancora possibile costruire una difesa pubblica della vita comprensibile anche fuori dal mondo cattolico?
Non ho citato a caso Pier Paolo Pasolini, ateo e marxista, che nel 1975, l’anno della sua morte, si schierò apertamente contro l’aborto. Sono assolutamente certo che, se liberiamo il dibattito dalla natura ideologica che ha assunto, molti laici saranno d’accordo con me: la soppressione di una vita umana, per quanto nascitura, non può che essere definita omicidio.
E l’omicidio non può essere legittimato mai, perché altrimenti si apre la porta alla barbarie.
Si può essere coerenti nella difesa della vita opponendosi insieme ad aborto, eutanasia e pena di morte, pur sapendo che dietro ciascun tema ci sono problemi morali e giuridici diversi? E quale spazio reale vede oggi in Italia per una proposta esplicitamente pro-life, familiare e conservatrice, capace però di parlare anche di lavoro, casa, maternità, padri, giovani coppie e sostegno economico?
Con il Popolo della Famiglia dal 2016 ho inserito nel dibattito politico italiano l’opzione pro-life e, se oggi non esiste una normativa sul suicidio assistito e sull’eutanasia, lo si deve alla nostra strenua resistenza. Se ci fossimo arresi noi, gli articoli del codice penale sarebbero stati travolti.
Invece abbiamo esercitato un’abile moral suasion sull’intero panorama politico e confidiamo che anche in questa legislatura riusciremo a bloccare il tentativo di varare una legge grave contro la vita dei più deboli.
Alle prossime elezioni l’opzione pro-life da noi rappresentata si rafforzerà ulteriormente: lo abbiamo appena dimostrato superando il 5% alle elezioni per la Camera in un collegio di trecentomila abitanti in Veneto, dove si è votato per le suppletive a fine marzo. Questo risultato è solo l’inizio.
Le parole di Mario Adinolfi fanno riflettere. Suggeriscono attenzione, cura, dedizione, difesa della vita dinanzi a qualsiasi ostacolo. Perché alla fine, ognuno di noi, nel momento più terribile in cui un nostro affetto era in procinto di lasciarci, avrebbe preferito un minuto in più per averlo accanto. Non un minuto in meno.



















