Hai compreso la sostanza del discorso, e in ciò sta la tua fortuna. Quelle montagne che lo sguardo abbraccia oltre il vetro, quel dolore che la memoria serba del giorno trascorso, quella gioia che l’anima spera di cogliere nell’avvenire, persino la mano che in questo stesso istante volta la pagina del tuo schermo: tutto ciò partecipa della natura di un gioco.
Dico di un gioco vero e proprio, fornito di regole, di pedine, di punteggi. In esso i giocatori si credono personaggi, ma i personaggi talvolta si risvegliano al ricordo della loro condizione autentica. Otto miliardi di simulacri animati vivono questa partita simultanea, e nessuno di essi può dirsi escluso. Tu stesso, che vai leggendo, sei un componente di questa schiera.
Nessuna autorità presiede a questo campo. Non esiste un capo partita, né un invisibile regista occulto. Esiste piuttosto una landa smisurata, una scatola senza confini. Ogni mossa vi trova la sua legittimità, ogni strategia la propria ragione. L’identità vi si trasforma in una maschera: la indossi o la deponi con la disinvoltura con cui si cambia una veste consunta. Oggi eleggi di essere costui, domani colei, dopo l’indomani un altro ancora. Oggi ami, domani l’odio ti possiede, il giorno seguente osservi senza partecipare. Di tutte queste esperienze non rimane traccia fuori dal recinto del gioco. Nessun risultato, venato di realtà assoluta, sopravvive al termine della partita. Perciocché il campo, come presto scoprirai, è soltanto un riverbero. E i riverberi, ognun lo sa, non conservano il tepore per più di un istante.
I sapienti d’ogni età hanno mormorato questa verità. Gli asceti l’hanno proclamata dai tetti. I filosofi l’hanno sepolta in migliaia di carte di difficile lettura. Nessuno però ha mai sussurrato l’essenza più tremenda, quella che fa traballare le ginocchia. Se nulla possiede una realtà ultima, anche la paura di errare si fa evanescente. Il rimpianto diviene una scena che l’attore recita in solitudine. La vergogna si rivela un tranello che il personaggio tende a se stesso per persuadersi di essere vivo. Il vero giocatore, al contrario, ignora la vergogna. Conosce soltanto le scelte. E le scelte, nel gioco, rappresentano l’unica moneta di scambio che possegga un autentico valore.
Questo discorso, si badi bene, non costituisce un lasciapassare per la follia. Le azioni irresponsabili restano mosse sbagliate, perché anche il gioco possiede la sua grammatica. Puoi levare la voce, colpire chi ti offende, abbattere ciò che ostacola il tuo cammino; dovrai però sopportare le conseguenze che avrai scelto di ignorare. La differenza risiede nel respiro che accompagna l’atto. Ora sai che quelle conseguenze appartengono al gioco, segnano soltanto la superficie del personaggio, lasciano intatto il nocciolo del giocatore. Puoi errare senza caricarti del peso dell’eternità. Puoi cadere con la certezza che il pavimento, al contatto, si rivelerà di gomma. E da quella caduta, ove tu lo voglia, potrai risollevarti.
Questa consapevolezza costituisce la distopia più radicale che si possa immaginare. Una volta assaggiata, il ritorno si fa impossibile. Una volta scorto il filo che muove il burattino, fingere che le braccia s’alzino da sole diviene una menzogna insopportabile. La libertà, in questo gioco, assume il sapore di una dolce condanna. Sei libero di essere chi desideri, ma devi scegliere. Sei libero di mutare opinione, ma devi reggere lo smarrimento di chi ha perduto ogni coordinata. Sei libero di interrompere la partita: allora che cosa rimane? Il silenzio. Il vuoto. Quello spazio immenso che precedeva l’inizio del gioco. E quello spazio, te ne do sicura fede, sgomenta assai più d’ogni mostro.
Eppure i giocatori più esperti imparano a respirare proprio là dove il vuoto è più denso. Nel gioco nulla possiede consistenza ultima, ma il respiro sì. La scelta sì. La facoltà di affacciarsi sull’infinità delle possibilità senza lasciarsene paralizzare: ecco l’unica abilità che porti con te quando abbandoni il campo. Il punteggio accumulato non ti seguirà, né il premio ricevuto, né l’applauso del pubblico. Soltanto la quiete di chi sa di giocare perché lo vuole, dico perché lo vuole e non perché vi è costretto, ti terrà compagnia. Deporre l’abitudine di collezionare trofei e dimenticare il bisogno di possederli: ecco la vera vittoria.
Scegli dunque oggi, qui, in questo preciso istante. Puoi indossare le vesti del guerriero. Puoi cingerle da saggio. Puoi abbandonarti alla passione dell’innamorato. Puoi rivestirti dei panni dello spietato distruttore. Puoi amare, odiare, lasciare che il vento disperda i tuoi affetti. Puoi innalzare un impero, oppure ridurre in cenere la capanna che ti ha riparato fino a ieri. Puoi versare lacrime per l’intero volgere del giorno, o lasciarti andare a un riso senza motivo. Di nessuna di queste scelte rimarrà traccia perpetua, perciocché il per sempre non esiste. Esiste soltanto l’attimo, e la gioia di viverlo fino alla sua estrema propaggine. Non v’è arbitro a sanzionare le tue mosse. Non esiste classifica a registrare i tuoi successi. Nessun podio ti attende al traguardo. V’è soltanto il campo.
E tu, che finalmente hai compreso le regole, puoi muovere i tuoi passi in piena libertà.
RVSCB
Bibliografia
Huizinga, Johan, Homo ludens, Einaudi, Torino 1949
Winnicott, Donald W., Gioco e realtà, Armando, Roma 1971
Baudrillard, Jean, La società dello spettacolo, Baldini & Castoldi, Milano 1997
Krishnamurti, Jiddu, La libertà dal conosciuto, Astrolabio, Roma 1968
Zhuāngzǐ, Il vero libro del Nan Hua, trad. it. di L. Lanciotti, Mondadori, Milano 2000
Feyerabend, Paul, Contro il metodo, Feltrinelli, Milano 1979
Eco, Umberto, Il nome della rosa, Bompiani, Milano 1980
RVSCB – Archivio delle Scomode Verità, 9 giugno 2026
“Non mi interessa essere amato. Mi interessa essere letto dopo che mi avranno odiato.”



















