Ogni uomo che abbia attraversato una ferita profonda conosce il meccanismo, sebbene raramente gli riesca di dargli un nome. Un evento traumatico – una parola ricevuta come pugnale, un’ingiustizia subìta in silenzio, un abuso mascherato da amore – si deposita nei tessuti dell’anima come un corpo estraneo che il corpo rifiuta ma non può espellere.
Per giorni o settimane l’organismo psichico reagisce come meglio può: trattiene il respiro, irrigidisce la muscolatura, dimentica la leggerezza del sonno.
Quando la minaccia sembra allontanarsi, scatta allora il rimbalzo.
L’ansia irrompe come un’onda che nessun argine riesce a contenere, e chi la subisce spesso la scambia per un difetto del proprio carattere, laddove invece rappresenta la conseguenza fisiologica di un abuso che la mente cosciente ha rimosso ma che il corpo ha registrato con la precisione di un notaio ottocentesco.
L’abuso, si badi bene, assume forme assai varie.
Talvolta si presenta come violenza brutale, altre volte si nasconde in uno sguardo che giudica, in un silenzio che condanna senza appello, in una richiesta continua di prestazione che svuota l’anima come una tarlatura silenziosa.
Chi lo subisce impara presto a non parlare, a non lamentarsi, a non chiedere soccorso.
Perciocché mostrare la propria ferita in un contesto ostile sarebbe apparso come un’ammissione di debolezza, e la debolezza, in certi ambienti, equivale a una condanna. Così si tace. Si ingoia la rabbia. Si finge che nulla sia accaduto.
Ma la natura, saggia e spietata, possiede una contabilità inesorabile.
Ogni lacrima trattenuta diventa un mattone, ogni urlo soffocato si trasforma in tensione muscolare, ogni silenzio imposto sedimenta una crepa nell’armatura dell’anima. Quando il muro raggiunge l’altezza critica, crolla.
Non in macerie visibili, ma in un’onda di panico che nessuna ragione sa calmare.
La strategia per uscire da questo vortice non richiede anni di terapia né costosi ritiri spirituali.
Richiede un atto di coraggio assai più semplice e insieme più difficile: eliminare dalla propria coscienza ogni concetto di colpa.
La colpa rappresenta l’interferenza maggiore, il rumore di fondo che impedisce al processo naturale di riequilibrarsi.
L’uomo che ha subìto un abuso si sente quasi sempre in colpa.
Si chiede che cosa avrebbe potuto fare per evitarlo, in che modo la sua condotta abbia provocato l’aggressione, quale errore di valutazione lo abbia reso vulnerabile.
Queste domande, per quanto umanissime, risultano velenose.
Non conducono ad alcuna verità, alimentano invece il rimuginio e prolungano la sofferenza come un laccio che si stringe da solo.
Il primo passo per uscire dall’ansia consiste pertanto nel riconoscere che la colpa non abita dove crediamo. Non nel senso che ogni azione sia indifferente, ma nel senso che il dolore subìto non costituisce mai una punizione meritata.
Ogni individuo agisce, conquista, realizza, sbaglia, vive.
Questa è la norma dell’esistenza.
Non esiste essere umano che attraversi la vita senza commettere errori, senza provocare inavvertitamente sofferenza, senza subire a sua volta ingiustizie.
La perfezione non abita questo mondo, e chi la insegue finisce per ammalarsi di un’ansia che nessun risultato potrà mai placare.
Osservare dall’esterno il proprio processo interiore significa imparare a distinguere tra ciò che si è fatto e ciò che si è subìto.
Significa smettere di indossare la maschera dell’aguzzino quando si è stati vittima.
Significa concedersi il diritto di sbagliare senza per questo doversi condannare all’ergastolo emotivo. L’osservazione distaccata, quella che gli antichi chiamavano “theoria”, costituisce l’unico strumento efficace per interrompere il ciclo vizioso dell’autoflagellazione.
La sequenza si svolge sempre secondo lo stesso ordine: prima l’abuso, poi la confusione, infine la rabbia.
La rabbia rappresenta un segnale prezioso, perché indica che l’anima si sta risvegliando dal torpore della rassegnazione.
Tuttavia la rabbia, se non incanalata, si trasforma in risentimento, e il risentimento, se prolungato, degenera in depressione.
Per evitare questo passaggio occorre imparare a lasciare che la rabbia fluisca senza trattenerla, osservandola come si osserva un temporale dal riparo di una finestra.
Il temporale passa, l’aria si rasserena, e l’equilibrio ritorna. Non perché il dolore sia stato cancellato, ma perché ha smesso di comandare le danze.
La strategia semplice di cui parlava il filosofo consiste proprio in questo: smettere di interrogarsi su “perché è successo proprio a me” e iniziare invece a chiedersi “cosa posso fare ora per stare meglio”.
La prima domanda non possiede risposta, e la sua ricerca costituisce una trappola senza uscita. La seconda domanda, al contrario, apre uno spazio di possibilità.
Può condurre a un respiro più profondo, a una passeggiata solitaria lungo un viale alberato, a una telefonata con un amico che ascolta senza giudicare, a una pagina di diario vergata con la lentezza di chi cesella ogni parola.
Non occorre nulla di eroico. Basta un piccolo gesto che riaffermi la propria presenza nel mondo.
Un gesto che dica: io ci sono, io esisto, io valgo indipendentemente da ciò che mi è accaduto.
L’ansia, alla fine, non è un nemico da abbattere.
È un campanello d’allarme che suona perché qualcosa, nel sistema, si è rotto.
Ascoltarlo non significa farsene sopraffare, bensì riconoscere che il corpo e la mente stanno chiedendo attenzione. La prima forma di attenzione consiste proprio nel togliere la colpa dall’equazione.
Non sei responsabile dell’abuso che hai subìto.
Non sei responsabile della tua reazione di panico.
Sei responsabile soltanto di ciò che scegli di fare adesso.
E questa responsabilità, per quanto pesante, rappresenta anche l’unica chiave di liberazione possibile.
I maestri antichi insegnavano che la verità rende liberi.
Quella verità non è una dottrina, né un sistema filosofico.
È la consapevolezza che la colpa non abita dove crediamo.
Abita nell’illusione di poter controllare ciò che non si può controllare.
Abita nella pretesa di essere perfetti per meritare l’amore.
Abita nella paura di essere giudicati da uno sguardo che forse nemmeno esiste.
Quando si smette di credere a queste illusioni, l’ansia perde la sua presa.
Non scompare all’istante, ma comincia a ritirarsi come la marea dopo la tempesta.
Il mare resta mosso per qualche ora, poi si calma.
Allo stesso modo l’anima ritrova la sua quiete.
Non perché abbia dimenticato, ma perché ha imparato a osservare dall’esterno il proprio movimento.
E in quella osservazione, scevra di giudizio e libera da paura, trova finalmente la pace che nessuna medicina potrebbe mai somministrarle.
RVSCB
Bibliografia
Van der Kolk, Bessel, Il corpo accusa il colpo, trad. it. di M. L. Giardini, Raffaello Cortina, Milano 2015
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