Di Antonella Baiocchi, Psicoterapeuta – Esperta in Criminologia, Autrice di “La violenza non ha sesso” e promotrice della prospettiva del Debolicidio.
Otto miliardi di percezioni e una domanda che riguarda tutti
Partiamo da un punto fondamentale, sul quale credo sia possibile trovare un accordo trasversale.
Esistono oltre otto miliardi di esseri umani e ogni essere umano rappresenta una combinazione unica e irripetibile di corpo, psiche, esperienze, emozioni, storia personale, desideri e percezioni.
Ognuno di noi osserva il mondo dal proprio personale punto di vista.
Ed è proprio per questo che ogni percezione merita rispetto.
Tutte.
• Le percezioni degli eterosessuali.
• Le percezioni degli omosessuali.
• Le percezioni dei bisessuali.
• Le percezioni delle persone transgender.
• Le percezioni dei credenti.
• Le percezioni degli atei.
• Le percezioni di chiunque altro.
Perché la dignità della persona non dovrebbe mai dipendere dal suo orientamento sessuale, dalla sua identità percepita, dalla sua religione o dalle sue convinzioni.
L’omosessualità esiste da sempre e nessuno dovrebbe essere discriminato per il proprio orientamento affettivo o sessuale.
Fine della discussione.
Il problema non è la percezione
Ma il punto che oggi divide l’opinione pubblica non è questo.
Il punto è un altro.
Riguarda il tentativo, sempre più frequente, di trasformare le percezioni soggettive in verità collettive.
• Io posso percepirmi forte quando sono fragile.
• Posso percepirmi fragile quando sono forte.
• Posso percepirmi giovane a ottant’anni.
• Posso percepirmi vecchio a vent’anni.
Le percezioni fanno parte dell’esperienza umana e meritano rispetto.
Ma una percezione non coincide necessariamente con un dato di fatto.
Il dato di fatto è una cosa.
• Un corpo maschile, dal punto di vista biologico, è un corpo maschile.
• Un corpo femminile, dal punto di vista biologico, è un corpo femminile.
• Quando una persona nasce con caratteristiche sessuali biologiche atipiche o intersessuali, anche quella è una realtà concreta che merita rispetto, attenzione e serietà.
Le percezioni, le preferenze e i gusti personali sono altro.
Che una persona sia eterosessuale, omosessuale o bisessuale non cambia il punto: la libertà affettiva appartiene alla sfera privata e merita rispetto.
De gustibus non disputandum est.
Ma qui stiamo parlando di altro.
Stiamo parlando del passaggio dal diritto di vivere liberamente la propria esperienza personale alla pretesa che ogni percezione individuale diventi automaticamente una verità collettiva.
Per molto tempo la società ha commesso un errore gravissimo: discriminare le persone per ciò che sentivano di essere.
Oggi rischiamo di commetterne uno opposto: trasformare ogni percezione individuale in una verità obbligatoria per tutti.
Una società libera dovrebbe essere capace di fare entrambe le cose: rispettare le persone e, allo stesso tempo, mantenere la distinzione tra percezione soggettiva e realtà condivisa.
Inclusione non significa cancellazione
Esiste però un’altra distinzione che ritengo fondamentale.
Una cosa è il rispetto delle persone.
Un’altra è la rinuncia alla propria identità culturale.
Una società democratica e pluralista deve garantire a tutti libertà, dignità e tutela.
Ma il rispetto delle minoranze non dovrebbe trasformarsi nella cancellazione della storia, delle tradizioni, dei simboli e del linguaggio che hanno caratterizzato una comunità per generazioni.
Rispettare un musulmano non significa dover rinunciare alle proprie radici cristiane.
Rispettare un ateo non significa dover eliminare ogni simbolo religioso dallo spazio pubblico.
Rispettare una coppia omosessuale non significa necessariamente cancellare le parole “madre” e “padre” dal linguaggio comune.
Una società matura non si costruisce cancellando le differenze.
Si costruisce imparando a farle convivere.
Il pluralismo non consiste nell’eliminare tutto ciò che potrebbe non rappresentare qualcuno.
Consiste nel permettere a persone diverse di vivere insieme senza pretendere che ciascuna riscriva l’identità collettiva a propria immagine.
In una democrazia il rispetto deve essere reciproco.
Le maggioranze non devono opprimere le minoranze.
Ma nemmeno le minoranze dovrebbero pretendere che la propria sensibilità diventi il criterio con cui ridefinire simboli, tradizioni, linguaggio e valori dell’intera comunità.
La scuola deve educare, non ideologizzare
Ed è proprio qui che entra in gioco la scuola.
La scuola deve insegnare a pensare.
Non a sostituire il pensiero con un’ideologia.
Non a suggerire ai bambini quale visione del mondo debbano adottare.
Non a trasformare una delle tante possibili interpretazioni della realtà nell’unica interpretazione legittima.
Per questo considero importante il principio affermato dal DDL Valditara.
Perché ribadisce un concetto che dovrebbe apparire ovvio in una società democratica:
i genitori hanno il diritto di sapere quali contenuti vengono proposti ai propri figli e di partecipare alle scelte educative che li riguardano.
• I figli non appartengono allo Stato.
• Non appartengono ai partiti politici.
• Non appartengono alle associazioni.
• Non appartengono alle ideologie.
I figli appartengono innanzitutto alle loro famiglie.
Ed è quindi naturale che siano i genitori ad avere il diritto e il dovere di orientarne l’educazione durante la crescita, trasmettendo quei valori morali, religiosi, culturali, sociali e filosofici che ritengono giusti.
È ciò che fanno tutte le famiglie del mondo.
• Le famiglie cattoliche trasmettono valori cattolici.
• Le famiglie laiche trasmettono valori laici.
• Le famiglie progressiste trasmettono valori progressisti.
• Le famiglie conservatrici trasmettono valori conservatori.
Non c’è nulla di sbagliato in questo.
Perché educare significa inevitabilmente trasmettere una visione del mondo.
Poi, una volta diventati adulti, i figli saranno liberi di decidere con la propria testa:
• Potranno confermare gli insegnamenti ricevuti.
• Potranno modificarli.
• Potranno integrarli.
• Potranno persino rinnegarli completamente.
È questo il significato autentico della libertà.
Una scuola democratica non teme la trasparenza.
Una scuola democratica dialoga con le famiglie.
Perché educare non significa indottrinare.
Significa fornire strumenti, conoscenze, spirito critico e capacità di confronto affinché ogni ragazzo, una volta adulto, possa scegliere liberamente la propria strada.
Il vero cuore della questione
Il rispetto delle persone è un valore.
L’indottrinamento dei minori non lo è.
Ed è proprio qui che, a mio avviso, si colloca il cuore della questione.
Non sto discutendo la dignità delle persone né il diritto degli adulti a vivere liberamente la propria vita e la propria identità.
Sto discutendo altro.
Sto discutendo il tentativo, sempre più frequente, di trasferire determinate visioni dell’identità, della sessualità e della persona all’interno dei percorsi educativi rivolti ai minori senza un reale coinvolgimento delle famiglie.
Perché una cosa è educare al rispetto.
E su questo dovremmo essere tutti d’accordo.
Un’altra cosa è presentare ai bambini una specifica interpretazione dell’identità umana come se fosse una verità acquisita, indiscutibile e universalmente condivisa.
La scuola dovrebbe insegnare il rispetto di tutte le persone.
Non dovrebbe chiedere ai bambini di aderire ad una particolare visione antropologica, culturale o ideologica.
Quella responsabilità appartiene innanzitutto alle famiglie.
Poi, una volta diventati adulti, saranno i figli a scegliere: potranno confermare, modificare o persino rifiutare completamente gli insegnamenti ricevuti.
Ed è giusto che sia così.
La libertà non consiste nel sottrarre i figli ai genitori.
La libertà consiste nel permettere ai futuri adulti di scegliere autonomamente chi essere e cosa pensare.
Per questo considero importante ogni iniziativa che restituisca centralità al ruolo educativo delle famiglie e trasparenza nei percorsi scolastici.
Educare al rispetto è un dovere.
Educare all’adesione obbligatoria ad una particolare visione del mondo non lo è.
Una società libera non ha bisogno di bambini che ripetano ciò che gli adulti hanno deciso per loro.
Ha bisogno di futuri cittadini capaci di pensare, scegliere e assumersi la responsabilità delle proprie idee.



















