Sono tante le storie imprenditoriali che vengono raccontate come una sequenza lineare di successi, intuizioni vincenti e traguardi raggiunti. Tuttavia, ce ne sono molte altre che mostrano cosa accade quando la crescita arriva troppo in fretta e la realtà presenta subito il conto. Quella di Valerio Vacca è sicuramente una di queste, dal momento che il suo è il percorso di un ragazzo che ha lasciato il calcio e ha rinunciato all’università senza avere un piano preciso, ma che ha trovato poi nel settore immobiliare una strada inattesa, ottenendo nel giro di pochi anni risultati decisamente superiori alle aspettative.

Dietro all’uomo di successo, però, spesso si nasconde una persona fragile e al tempo stesso forte, che si è dimostrata capace di costruirsi un futuro senza fondamenta sufficientemente solide a disposizione. Quando il mercato cambia, infatti, non crollano soltanto i numeri, ma anche e soprattutto le convinzioni, le sicurezze e, a volte, persino l’immagine che si ha di sé. Proprio per questo, abbiamo deciso di raggiugere telefonicamente Vacca e di intervistarlo per voi, nella speranza di riuscire a ripercorrere quel passaggio dall’entusiasmo dei primi anni alla crisi personale ed economica che lo ha costretto a fermarsi e a ripensare tutto.
Buongiorno Valerio e benvenuto. Avevi appena terminato la scuola, nessuna direzione chiara, e già due scelte che avevano deluso tuo padre: niente università e l’abbandono del calcio. È lì che tutto inizia a prendere forma?
«Sì, credo di sì. Avevo giocato a buoni livelli e, pur non essendo un fenomeno, c'erano le condizioni per pensare a un percorso importante. Mio padre ci credeva molto, probabilmente più di quanto ci credessi io. Tra i 17 e i 18 anni, però, ho capito che il calcio richiede una dedizione assoluta. Non basta il talento: devi essere disposto a sacrificare tutto il resto. Io non lo ero. Volevo vivere la mia età, uscire, fare esperienze. Così, senza una vera rottura, mi sono allontanato da quel mondo e mi sono ritrovato improvvisamente senza una direzione».
Un vuoto che diventa subito una ricerca di direzione. In quel periodo incontri il mondo immobiliare. Che cosa ti colpisce davvero?
«All’inizio non capivo fino in fondo il lavoro che facevano, ma vedevo i risultati. Vedevo persone giovani, dinamiche, con uno stile di vita che mi incuriosiva. Ma la cosa che mi colpiva di più era la sensazione di costruire qualcosa di concreto. Ripensandoci oggi, era esattamente ciò che avevo sempre cercato, anche se allora non sapevo ancora definirlo».
E quando comunichi questa scelta a tuo padre, la risposta è molto netta.
«Mi disse una frase che non ho mai dimenticato: secondo lui avrei venduto una casa ogni quattro mesi e non sarebbe stato sufficiente per costruirmi un futuro stabile. Non lo disse per scoraggiarmi. Era la sua paura che parlava. E, in fondo, era anche la mia».
Nonostante questo inizi dal basso e, sorprendentemente, funziona subito.
«Sì. Ho iniziato come tanti: citofoni, porte chiuse in faccia, appuntamenti da conquistare. Però avevo facilità nel relazionarmi con le persone e nel creare fiducia. Le trattative arrivavano, i risultati anche. In poco tempo ho iniziato a convincermi di essere davvero bravo. Oggi so che stavo commettendo un errore: non stavo costruendo competenze solide, stavo semplicemente cavalcando un mercato favorevole».
Il contesto economico del periodo ti aiuta.
«Moltissimo. Erano gli anni successivi all’introduzione dell’euro, c’era sfiducia verso altri strumenti di investimento e il mercato immobiliare viveva una fase molto positiva. Vendere sembrava quasi naturale. E quando qualcosa funziona troppo facilmente per troppo tempo, rischi di attribuire tutto alle tue capacità».
È lì che nasce quella che oggi definisci una “bolla mentale”.
«Esattamente. Non investivo nella mia formazione, non costruivo una struttura professionale, non mi ponevo domande sul futuro. Pensavo semplicemente di essere bravo. E quando credi di aver capito tutto, smetti di prepararti ai cambiamenti».
Poi arriva il 2007-2008, e tutto cambia.
«Il mercato si blocca quasi da un giorno all’altro. Le vendite rallentano, alcune si fermano completamente. Io avevo iniziato anche a fare operazioni immobiliari convinto di aver compreso le regole del gioco, ma mi sbagliavo. Mi sono trovato con immobili che non riuscivo a vendere e perdite economiche importanti».
Ma il vero crollo non è solo economico…
«No, perché nello stesso periodo si sono sommate altre tragedie personali. Un amico d’infanzia si è tolto la vita. La mia compagna, che era incinta, ha perso il bambino e poco dopo la nostra relazione è finita. A quel punto la crisi economica era diventata l’ultimo dei problemi. Stavo vivendo una crisi molto più profonda».
Cosa significa, in concreto, perdere l’identità?
«Significa non riconoscersi più. Non sapere chi sei, cosa vuoi o dove stai andando. Quando
vengono meno tutti i riferimenti esterni che avevi costruito, ti accorgi di quanto siano fragili anche
quelli interiori».
Nel racconto c’è anche un episodio molto delicato, un attacco di panico.
«Sì. Ero al quinto piano e, all’improvviso, ho avuto un pensiero molto chiaro: farla finita. Non era un gesto, ma il fatto stesso che quell’idea fosse comparsa nella mia mente mi ha terrorizzato. Ho abbassato le tapparelle, sono uscito di casa e ho iniziato a camminare. Avevo bisogno di respirare. In quel momento ho capito che avevo raggiunto il punto più basso».
Il fondo, però, nel tuo racconto ha una definizione precisa.
«Il fondo non coincide con la perdita dei soldi. Il fondo arriva quando perdi il senso di chi sei».
In quel periodo entra in scena tuo padre con parole molto dure…
«Mi disse di smettere di comportarmi da vittima e di rialzare la testa. In quel momento fu uno schiaffo, ma arrivava da una persona che mi aveva sempre protetto. Col tempo ho capito che non era durezza fine a sé stessa. Era il suo modo di aiutarmi a reagire».
È un punto di svolta?
«Sì. Ero vicino a mollare tutto. Poi ho capito che restare fermo mi faceva stare peggio che provare a ripartire. Spesso non si riparte perché si è coraggiosi. Si riparte perché non esiste un’altra strada».
Da lì nasce una consapevolezza più profonda.
«Ho capito che il successo, quando non è sostenuto da basi solide, può essere persino più pericoloso del fallimento. Se cresci troppo velocemente senza costruire struttura, metodo e consapevolezza, prima o poi il conto arriva. E quando arrivi in alto senza essere preparato, non sai come restarci».
Hai cercato aiuto?
«Sì. Mi sono fatto aiutare dalla mia famiglia, dagli amici e anche da uno psicologo. All’inizio lo vivevo come una sconfitta personale. Poi ho compreso che era esattamente il contrario: era il primo passo necessario per ripartire. In quel periodo arrivai persino a sparire per qualche tempo in Francia. La mia famiglia denunciò la mia scomparsa. Ero completamente disorientato».
Oggi come rileggi tutto questo?
«Con molta più lucidità. Oggi vedo chiaramente la confusione che stavo vivendo. Ho imparato che il denaro facile non esiste, che il successo veloce è spesso fragile e che i soldi, da soli, non risolvono nulla. Per anni avevo avuto l’impressione che tutto funzionasse. Poi è bastato poco per perdere quasi tutto, sia all’esterno sia dentro di me».
E allora cosa rappresenta oggi quel periodo?
«Non lo considero un fallimento. Lo considero il punto da cui è iniziata la mia vera crescita. È stato il momento in cui ho capito di non essere pronto per gestire ciò che avevo costruito e che, proprio per questo, dovevo imparare a ricostruire in modo diverso».
Pertanto ci sono esperienze che, nel momento in cui accadono, sembrano soltanto condurci verso un’irreparabile fine. Fortunatamente, però, con il tempo diventano comprensibili per ciò che sono state davvero: un nuovo inizio, perché, a volte, la crescita più importante non coincide con il momento in cui si raggiunge il traguardo, ma con quello in cui si è costretti a ripartire da zero.















