TORINO – “Se i camion si muovono, si muove l’economia”. In questa frase, ereditata dal padre e posta come pilastro del suo primo insegnamento sulla logistica, è racchiuso il nucleo del pensiero di Mino Giachino, già Sottosegretario di Stato ai Trasporti e storico volto della battaglia a favore della Torino-Lione.
L’occasione per tornare a tracciare una rotta chiara per il rilancio competitivo del Paese è stata la presentazione del suo ultimo libro, intitolato significativamente “PER CRESCERE DI PIÙ – Appunti di Governo della Logistica” . Un volume che esibisce in copertina un manifesto programmatico inequivocabile: “Più trasporti e logistica per far crescere il nostro Paese”. Davanti alla platea dell’Hotel Diplomatic di Torino, l’esperto ha messo al centro del dibattito la necessità di una riforma profonda del sistema dei trasporti e lo smantellamento della macchina burocratica italiana.
Il cappio della burocrazia sui porti italiani
Nel saggio presentato, Giachino evidenzia con numeri e dati come l’amministrazione pubblica e la sovrabbondanza di norme rappresentino un freno letale per lo sviluppo economico, creando colli di bottiglia all’interno dei nodi strategici nazionali.
“Penso alle dogane, alla Sanità Marittima, ai controlli fitopatologici”, ha spiegato l’ex Sottosegretario riassumendo le tesi del libro. “Nei nostri porti la merce resta ferma molto più a lungo rispetto ad altri scali europei. Questo ci fa perdere competitività e, di conseguenza, frena la nostra crescita economica”. Secondo l’analisi, l’inefficienza logistica si traduce in una vera e propria tassa occulta sulle imprese, allontanando gli investitori internazionali a vantaggio dei concorrenti del Nord Europa o di altri hub mediterranei.
Non serve un piano, serve un decreto urgente
Per invertire questa tendenza, la proposta di Giachino – contenuta nei suoi Appunti di Governo – si distingue per un forte pragmatismo: evitare le lungaggini della pianificazione astratta per agire subito per via legislativa. “Bisogna darsi non tanto un piano della logistica, che sarebbe troppo lungo e ci farebbe perdere due anni di tempo, ma un decreto sviluppo immediato”.
L’obiettivo delle riforme caldeggiate dall’autore deve essere duplice:
Tagliare le inefficienze: Snellire le operazioni burocratiche e sbloccare le procedure di controllo che paralizzano le merci.
Accelerare le grandi opere: Giachino cita come prioritario il completamento e l’accelerazione di infrastrutture strategiche, a partire dalla nuova Diga di Genova, un’opera definita fondamentale per attrarre e sostenere i grandi flussi di traffico marittimo globali.
L’impatto stimato di una simile svolta è cruciale per i conti pubblici. Nelle parole dell’autore, la logistica – esattamente come l’intelligenza artificiale – ha il potenziale per garantire almeno un punto di PIL in più. Questa crescita non è un mero esercizio statistico, ma la condizione essenziale per diminuire il peso del debito pubblico e liberare risorse preziose da destinare ad altre attività sociali e produttive.
Dal “Manuale Cencelli” alla meritocrazia nei porti
Un altro passaggio chiave del pensiero di Giachino riguarda la governance dei nodi di trasporto. Con un chiaro riferimento ai lavori di riforma portuale portati avanti dal viceministro Edoardo Rixi, l’autore lancia un appello per la gestione delle Autorità di Sistema Portuale: “Spero che per quanto riguarda la nomina dei presidenti delle autorità portuali si riesca a non usare il ‘manuale Cencelli’, ma a puntare esclusivamente sulla competenza”. La guida delle infrastrutture cardine del Paese non può essere oggetto di spartizione partitica, ma richiede profili tecnici di altissimo livello.
Difendere l’automotive per salvare l’export
In linea con le immagini di copertina del libro (1000421603.jpg), che richiamano la mobilitazione della piazza torinese per il lavoro e le grandi opere, l’attenzione dell’esperto si è infine spostata sulla crisi dell’industria automobilistica, un settore legato a doppio filo con il territorio piemontese e con l’intera filiera manifatturiera italiana.
“L’industria dell’auto per noi è fondamentale: dobbiamo considerare che il 50% della nostra produzione industriale viene esportato nel mondo”, ha ricordato Giachino. L’attivo della bilancia commerciale tra export e import è ciò che tiene a galla il PIL italiano negli anni più complessi. Abbandonare o non sostenere a sufficienza la produzione interna significherebbe condannare l’economia nazionale al declino.
La ricetta che emerge da “PER CRESCERE DI PIÙ” è dunque lineare: infrastrutture moderne, burocrazia snella, nomine basate sul merito e difesa della produzione manifatturiera. Solo così l’Italia potrà rimettere in movimento i propri “camion” e, insieme a essi, l’intera economia nazionale.
Anna Rita Santoro



















