Ogni aula di giustizia custodisce un silenzio che pesa più delle parole pronunciate, un vuoto che si insinua tra i banchi e si deposita sulla pelle di chi attende il proprio destino.
In quel luogo sospeso tra il diritto e la sorte, un uomo che aveva scelto di collaborare, che aveva consegnato documenti e messo a nudo la propria storia con la speranza che la verità potesse essere l’unica via d’uscita, si è ritrovato seduto di fronte a un giudice senza avere accanto qualcuno disposto a difenderlo davvero.
La persona che avrebbe dovuto rappresentarlo era presente, ma la sua presenza era solo apparente, una forma senza sostanza, un corpo senza voce.
Non una parola in sua difesa, non una replica alle accuse, non una domanda che potesse scalfire l’impianto accusatorio.
Solo il compenso per una comparizione, il gesto automatico di chi riempie un ruolo senza abitarlo.
Chi si trova dall’altra parte della barricata, quello che ha creduto nella giustizia e ha messo la propria vita a disposizione della verità, scopre presto che il sistema non è fatto solo di leggi scritte, ma di uomini e donne che le interpretano, le applicano, le piegano o le ignorano.
La burocrazia, in questo paese, si trasforma spesso in un muro anziché in un ponte.
Chi dovrebbe essere un alleato si riduce a una firma su un atto, a un nome che non ha il coraggio di accompagnare una parola, a una presenza che si limita a esserci senza esserci davvero.
E così l’uomo che ha collaborato, che ha consegnato tutto, che ha scelto la verità come unica arma, si ritrova a fare i conti con una doppia condanna: quella che viene dall’accusa e quella che viene dall’assenza di chi avrebbe dovuto difenderlo.
È una ferita che si aggiunge alla ferita, un peso che si somma al peso, un segno che resta più profondo di qualsiasi sentenza.
Non si tratta di accusare, ma di raccontare.
Perché in questo paese esistono ancora professionisti che svolgono il proprio mestiere con onestà e passione, che si spendono per gli altri, che credono che la giustizia sia un valore e non una parola vuota.
Ma esistono anche coloro che si limitano a riempire un ruolo senza abitarlo, che incassano un compenso senza sentire il peso della responsabilità che quel compenso porta con sé.
La differenza, per chi si trova dall’altra parte, è abissale: è la differenza tra chi si sente ascoltato e chi si sente abbandonato, tra chi ha la possibilità di difendersi e chi viene lasciato solo di fronte a un giudice che deve decidere il suo destino.
È la differenza tra la giustizia e la sua parvenza, tra la difesa e la sua ombra.
Oggi, quell’uomo è ancora in piedi.
Ha ricominciato, a costruire la sua vita giorno dopo giorno, con la fatica di chi sa che ogni passo è una conquista e ogni conquista è fragile.
La paura non è sparita, ma ha cambiato forma: non è più un macigno che schiaccia, ma un compagno di viaggio che cammina al suo fianco, ricordandogli che la strada è ancora lunga e che ogni giorno è una battaglia che va combattuta con le armi che ha, anche quando sono poche.
E la cosa che ha imparato, in questa lunga notte che sembra non voler finire, è che la verità, anche quando non viene ascoltata, resta l’unica cosa che vale la pena portare con sé.
È l’unica arma che non si spezza, l’unica voce che non si spegne, l’unica presenza che non viene mai meno, anche quando tutto il resto sembra crollare.
RVSCB
Bibliografia
Calvino, Italo, Lezioni americane, Mondadori, Milano 1988.
Dostoevskij, Fëdor, Memorie dal sottosuolo, Einaudi, Torino 1968.
Kafka, Franz, Il processo, Adelphi, Milano 1993.
Pasolini, Pier Paolo, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975.
Sciascia, Leonardo, Il giorno della civetta, Einaudi, Torino 1961.



















