C’è una storia di 28.000 anni fa che la Puglia custodisce gelosamente tra le sue rocce, un racconto millenario che pochissimi conoscono. Non si trova nei grandi libri di testo internazionali, ma in una grotta a pochi chilometri da Ostuni, nel Brindisino: la grotta di Santa Maria di Agnano.
Qui, nel 1991, l’archeologo Donato Coppola ha riportato alla luce uno dei ritrovamenti più toccanti e straordinari della preistoria europea: lo scheletro di una giovane donna del tardo Paleolitico. La chiamarono la “Donna di Ostuni”, o più affettuosamente Delia.
Delia aveva circa vent’anni, era alta e robusta, e la sua vita si è interrotta bruscamente all’ottavo mese di gravidanza. Ma è un dettaglio anatomico ed emotivo a rendere questo ritrovamento un caso unico al mondo: accanto allo scheletro si conservano ancora i resti del feto, e il braccio della donna era ripiegato sotto il ventre. Gli studiosi non hanno dubbi: si tratta di un istinto di protezione. Una madre che, anche di fronte alla morte, ha cercato fino all’ultimo istante di tenere al sicuro il suo bambino mai nato.
Delia non fu abbandonata: chi le voleva bene la depose con cura all’ingresso della grotta, le cosparse il capo di ocra rossa e le mise vicino degli oggetti e degli ornamenti di conchiglie. Un vero e proprio rito funebre, segno di affetto, rispetto e pensiero già 28.000 anni fa.
Oggi Delia e il suo piccolo sono custoditi nel Museo delle Civiltà Preclassiche della Murgia Meridionale, nel centro storico di Ostuni. È una delle più antiche madri mai ritrovate, una delle immagini più commoventi della preistoria. Una storia d’amore eterno custodita in Puglia, di cui andare fieri e che merita di essere raccontata a tutti.
Ubaldo Santoro



















