Al centro di tutto c’è il Progetto Baita, nato nel 2022 su iniziativa di Ugo Luzzati, ebreo italiano trasferitosi per molti anni in Israele e poi rientrato stabilmente in Valsesia. L’idea, secondo le ricostruzioni pubblicate online, era semplice e concreta: aiutare famiglie israeliane intenzionate a lasciare il proprio Paese a trovare casa in una vallata alpina segnata dallo spopolamento, rimettendo in circolo immobili vuoti, scuole impoverite e servizi locali in difficoltà.
I numeri, pur variando leggermente da una fonte all’altra, raccontano un fenomeno non marginale. Diverse testate parlano di oltre 80 famiglie trasferite entro la fine del 2024, di più di 400 soci collegati al progetto e, in alcune ricostruzioni, di circa 50 famiglie già residenti e un’altra cinquantina proprietarie di seconde case. Si citano inoltre più di 70 bambini inseriti nelle scuole locali, un dato che viene spesso presentato come decisivo per contrastare il declino demografico della valle.
I comuni toccati da questo processo sono diversi: nelle cronache ricorrono Varallo, Borgosesia, Cravagliana, Civiasco, Balmuccia, Scopello e l’area verso Rimasco. In queste zone i nuovi arrivati avrebbero acquistato e ristrutturato case in pietra, spesso abbandonate, riattivando una piccola economia fatta di edilizia, artigianato, commercio locale e servizi. In un’area che da anni perde residenti e giovani, questo movimento è stato accolto da una parte delle amministrazioni come una risorsa concreta più che come un tema identitario.
Le ragioni del trasferimento, secondo le testimonianze raccolte dalle testate che hanno seguito il caso, non sono soltanto economiche. Molte famiglie cercano una vita più tranquilla, più verde e meno esposta alla tensione quotidiana. Ma nelle interviste emerge anche un disagio politico interno a Israele, già precedente al 7 ottobre 2023, e poi aggravato dalla guerra e dalla polarizzazione del Paese. In altre parole, la Valsesia viene raccontata da alcuni nuovi residenti come un rifugio civile oltre che geografico.
Sul piano locale, la narrazione prevalente in molte fonti è quella dell’integrazione pragmatica. Si parla di corsi di ebraico aperti anche agli italiani, di una sezione in ebraico in biblioteca, di professionisti qualificati — medici, ingegneri, informatici, farmacisti — che si inseriscono nella vita della valle, talvolta mantenendo anche rapporti di lavoro da remoto con Israele. Alcuni medici, grazie alle norme italiane sui titoli esteri, avrebbero iniziato a lavorare anche nel sistema sanitario locale, un aspetto non secondario in territori montani spesso a corto di personale.
Eppure non tutti leggono il fenomeno allo stesso modo. Alcuni articoli di taglio critico contestano proprio il lessico rassicurante del “ripopolamento” e parlano invece di “nuovi insediamenti”, mettendo l’accento sul privilegio della mobilità: famiglie con risorse, passaporti forti, competenze alte e possibilità di spostarsi liberamente, mentre nello stesso tempo i palestinesi intrappolati nella guerra restano senza vie d’uscita. In questa chiave, la Valsesia diventa un simbolo di asimmetria globale più che un semplice caso di rilancio montano.
È qui che nasce il termine “colonia”, parola politicamente incendiaria e giornalisticamente non neutra. Usarla come etichetta descrittiva significa già prendere posizione, perché suggerisce un parallelismo diretto con la questione degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi. Altre fonti, invece, evitano quel lessico e insistono sull’aspetto sociale: paesi che si svuotano, case da recuperare, scuole da salvare, famiglie che arrivano. La verità del caso Valsesia, almeno per come emerge dalle notizie online, sta probabilmente nel conflitto tra questi due piani: il piano locale dell’utilità concreta e il piano internazionale del significato politico.
Nel 2026 la tensione è diventata esplicita anche sul territorio. RaiNews ha riferito della busta con un proiettile inviata al sindaco di Varallo, Pietro Bondetti, insieme a minacce contro il Progetto Baita e contro l’arrivo di altre famiglie israeliane. L’episodio mostra che la vicenda non è più soltanto una curiosità sociologica o immobiliare: è ormai un nodo politico che tocca convivenza civile, antisemitismo, linguaggio pubblico e riflessi italiani del conflitto mediorientale.
La Valsesia, dunque, non sta semplicemente “diventando israeliana”, come suggerisce lo slogan dell’immagine, ma sta diventando il luogo dove si incrociano tre crisi diverse: la crisi demografica delle montagne italiane, la crisi politica e sociale di una parte di Israele, e la crisi morale prodotta dalla guerra in Medio Oriente. Ridurre tutto a propaganda, in un senso o nell’altro, rischia di far perdere il punto essenziale: in quella valle piemontese si sta sperimentando una forma nuova e controversa di migrazione selettiva, che porta benefici locali reali ma solleva anche domande politiche molto più grandi del suo paesaggio alpino.



















