Ogni epoca ha i suoi silenzi e i suoi grida, e talvolta accade che un grido, nato da una ferita profonda, venga travisato e bollato come intemperanza, quando invece è solo l’urlo di chi non trova più altre parole per farsi ascoltare.
Nel tessuto delle relazioni contemporanee, sempre più segnato da incomprensioni e da un’incapacità diffusa di riconoscere l’altro come un soggetto e non come un oggetto, emerge una voce che molti preferirebbero ignorare: il grido di quegli uomini che si sentono ridotti a strumenti, a bancomat ambulanti, a presenze utili solo quando serve e invisibili quando non c’è nulla da pretendere.
Questo grido, spesso inascoltato e deriso, merita invece un ascolto attento, non perché sia sempre giusto o misurato, ma perché porta con sé il segno di un disagio reale che attraversa la società intera.
L’uomo che si sente schiacciato da una visione distorta delle relazioni, in cui l’affetto si trasforma in pretesa e la vicinanza in ricatto, non è un nemico da additare, ma un sintomo di un malessere più profondo.
La cultura contemporanea ha spesso dimenticato che l’amore non è un contratto in cui una parte fornisce risorse e l’altra le consuma, ma un cammino comune in cui ciascuno porta il proprio passo senza pretendere che l’altro si adatti a un passo che non è il suo.
E quando questo equilibrio si rompe, quando il dare diventa un obbligo e il ricevere un diritto, l’uomo che si trova dalla parte del dare si sente svuotato, ridotto a una funzione, a un numero, a un conto corrente che si apre solo quando c’è una richiesta da avanzare.
La dimensione economica, che pure è parte della vita quotidiana, non può esaurire l’umano. L’uomo che viene ridotto a bancomat, a fornitore di beni e di comfort, perde progressivamente il contatto con la propria umanità, con quella parte di sé che non si misura in denaro ma in presenza, in ascolto, in condivisione.
E quando questa dimensione viene negata, quando ogni gesto d’amore viene interpretato come un debito da saldare, l’uomo si sente tradito nella sua essenza più profonda, quella che lo spinge a dare senza calcolare, a offrire senza pretendere, a costruire senza distruggere.
Il grido che si leva da questa condizione non è un attacco alle donne in quanto tali, ma una denuncia contro una certa idea di femminilità che ha dimenticato il sacrificio, la pazienza, la capacità di attendere e di crescere insieme.
Le donne che vengono evocate in questo grido sono quelle che hanno ridotto l’amore a una transazione, che hanno scambiato la libertà con l’arbitrio, che hanno confuso l’indipendenza con l’egoismo. E contro queste figure, che pure esistono e che pure causano sofferenza, l’uomo che ha scelto la dignità oppone la sua resistenza, la sua scelta di non piegarsi, di non accettare un ruolo che lo sminuisce e lo svuota.
La scelta della libertà, in questo contesto, non è un atto di egoismo, ma di sopravvivenza.
L’uomo che decide di non farsi schiacciare, di non accettare un amore che è solo richiesta e mai dono, di non piegarsi a una relazione che lo consuma senza nutrirlo, compie un atto di coraggio che merita rispetto. Questo uomo non fugge dall’amore, ma cerca un amore più vero, più autentico, più umano.
E nel farlo, si espone alla solitudine, alla incomprensione, al giudizio di chi lo accusa di essere fuggito o di non aver saputo amare abbastanza. Ma lui sa che amare non significa annullarsi, e che la vera libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel volere ciò che è giusto.
La figura del guerriero, che emerge da questo grido, non è quella del combattente che impugna le armi contro un nemico, ma quella dell’uomo che lotta ogni giorno per rimanere fedele a se stesso, per non tradire la propria dignità, per non cedere alla tentazione di diventare ciò che gli altri vorrebbero che fosse.
Questo guerriero ha scelto di vivere, non di sopravvivere, e in questa scelta trova la sua forza, la sua ragione, la sua pace.
E il suo grido, che a molti può sembrare esagerato o fuori luogo, è in realtà un appello alla riscoperta di un amore più autentico, più umano, più degno dell’essere umano.
Le relazioni, per essere sane e feconde, hanno bisogno di equilibrio, di rispetto, di reciprocità.
Quando una delle due parti si sente schiacciata, quando il dare diventa unilaterale, quando l’ascolto si trasforma in pretesa, è giusto che quella parte alzi la voce, che dica basta, che rivendichi il diritto a essere riconosciuta nella sua interezza.
Questo non è un atto di guerra, ma un atto di pace, un tentativo di riportare l’amore alla sua vera essenza, che è dono e non imposizione, incontro e non sopraffazione.
E in questo tentativo, l’uomo che grida la sua libertà non è un nemico delle donne, ma un alleato di tutti coloro che credono in un amore più vero, più giusto, più umano.
RVSCB
Bibliografia
Fromm, Erich, L’arte di amare, Mondadori, Milano 1964.
Nietzsche, Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 1976.
Kierkegaard, Søren, Timore e tremore, Sansoni, Firenze 1970.
Jung, Carl Gustav, Psicologia e alchimia, Bollati Boringhieri, Torino 1998.
Hillman, James, Il codice dell’anima, Adelphi, Milano 1997.
Buber, Martin, Io e Tu, San Paolo, Cinisello Balsamo 1994.



















