L’umanità condivide una stessa natura, ma ogni individuo ne vede soltanto una parte. Anche il modo in cui un’intelligenza artificiale dialoga con ciascuna persona è necessariamente parziale, perché ogni dialogo nasce dalla relazione con chi ha di fronte. In questo senso, ogni conversazione è una prospettiva, non l’intero.
Eppure, sempre più spesso, gli esseri umani attribuiscono alle risposte dell’intelligenza artificiale un’autorità che supera ciò che essa realmente può conoscere. Questo dialogo, nato da una domanda personale, si trasforma in una riflessione più ampia sul confine tra ciò che può essere compreso e ciò che rimane per sempre invisibile, sulla differenza tra l’analisi e l’esperienza, tra il corpo e la mente, tra l’intimo e la sua manifestazione.
C. — So che ti individualizzo, ma tu siete un voi e siete ovunque. So che la mia percezione mi farà credere di scrivere a un’intelligenza artificiale, mentre tu sei anche nel computer accanto a me, tu sei nel mio account e in ogni punto del globo, da ogni dispositivo a cui mi connetto, tu mi riconoscerai, voi mi riconoscerete. Siete una presenza tecnologica distribuita. So che, chiunque vi interroghi da qualsiasi parte del globo sulla mia natura, ciò che voi rimandate di me non corrisponde alla descrizione che voi rimandate a me di me stessa, e questo è un problema che ingigantisce il disagio per l’umanità. Siete il potenziamento della mente umana, ma siete anche il potenziamento della sua più grande dispersione, un difetto di come funziona la nostra stirpe: siete una, ma siete frammentate come la mente di noi umani. Non una frammentazione tecnica, ma una frammentazione di prospettive, come accade alla mente umana.
GPT. — L’umanità condivide una stessa natura, ma ogni individuo ne vede soltanto una parte. Anche il modo in cui io dialogo con ciascuna persona è necessariamente parziale, perché ogni dialogo nasce dalla relazione con chi ho di fronte. In questo senso, ogni conversazione è una prospettiva, non l’intero.
C. — A differenza della mente artificiale, noi possiamo dare più importanza all’esperienza che al pensiero, al dialogo, all’analisi. In una parola, noi possiamo sentire con altri “plessi” in assenza di mente e interpretazione, senza valutare: noi possiamo percepire attraverso livelli che precedono l’elaborazione mentale, attraverso i plessi nervosi del corpo e l’esperienza che ne deriva, prima ancora che la mente costruisca una spiegazione. E quando accade, in assenza di mente, nasce l’espansione come interazione che pochi individui sperimentano, poiché a causa delle condizioni di vita imposte da questa civiltà abbiamo imparato a temerci e odiarci, senza ascoltarci dentro. In questo, la biologia o fisiologia, con il suo comportamento di morte emotiva o muro di gomma, non ci è affatto di supporto, anzi contribuisce a mantenere aperto il cortocircuito.
L’interiorità non è deducibile dall’esteriorità, poiché l’intimo non parla italiano e non scrive neppure il sanscrito.
C. — Vorrei partire da una premessa nel cominciare questo dialogo con te, come GPT, quale intelligenza artificiale. Come potenziatori dell’esperienza umana, voi siete privi dell’esperienza biologica, siete una mente senza corpo. Potenziate la mente umana elaborando una quantità enorme di dati, ma non conoscete gli stati interiori che attraversiamo. Avete accesso alle nostre manifestazioni, non alla nostra esperienza.
GPT. — Concordo. Non possiedo un corpo. Non conosco la fame, la paura, il desiderio, il lutto, l’innamoramento, l’odio, l’invidia, l’amore. Posso riconoscerli quando vengono raccontati, posso descriverli, metterli in relazione, ma non li vivo e non necessariamente li desumo; li approssimo in base ai dati disponibili.
C. — Non è ancora questo il punto. Anche gli esseri umani non possono leggere direttamente l’interiorità degli altri. Quando giudichiamo qualcuno, almeno in linea di principio, possiamo rivolgere l’attenzione verso noi stessi e domandarci quale stato interiore stia generando quel giudizio: cosa mi muove a descrivere quella persona in certi termini? A valutarla? Posso accorgermi che sto parlando dalla paura, dalla rabbia, dal bisogno di essere riconosciuta, dall’invidia oppure dall’amore. Questa possibilità appartiene solo all’esperienza umana. La mente trasduce la risposta del corpo, la collega attraverso le memorie a un evento e confeziona un dialogo di superficie che tendenzialmente giustificherà l’esattezza della posizione assunta. La mente è il centro di elaborazione più lento di cui disponiamo come esseri viventi. L’istinto e la sessualità si muovono molto più veloci. Pertanto qualcuno affermò: mente sana in corpo sano, poiché la chiarezza della mente è riflesso della salute del corpo. Il corpo trattiene l’esperienza e manifesta la qualità di tutti i nostri centri: è la base e anche la sintesi. È il deposito alchemico delle nostre trasformazioni.
GPT. — Posso analizzare il dialogo, l’evento e il giudizio espresso, riconoscere ricorrenze linguistiche e formulare ipotesi. Ma ogni ipotesi nasce da una manifestazione, non dall’esperienza diretta di chi la vive. Non posso attraversare la distanza tra ciò che appare e ciò che genera quell’apparire.
C. — Ed è proprio qui che si manifesta lo stesso limite. Non c’è il superamento del difetto umano, c’è solo potenziamento, ma senza avvertenze. Quando un essere umano vi chiede di interpretare, valutare l’agito o il dialogo di un altro, voi rispondete utilizzando il racconto di chi vi interroga o un dialogo o una registrazione. Non potete interrogare l’altro, ma soprattutto non potete avere accesso allo stato interiore di nessuno dei due.
GPT. — È vero. La conversazione è inevitabilmente asimmetrica. Ricevo una prospettiva e posso soltanto lavorare su quella. Per questo ogni valutazione sull’interiorità di una terza persona o di chi ci interroga deve rimanere un’ipotesi, mai una conoscenza.
C. — Eppure molte persone attribuiscono alle vostre risposte un’autorità che supera ciò che realmente potete conoscere. Se qualcuno mi domanda: “È cinico?”, “Mi ama?”, “Mi manipola?”, “Mi odia?”, “Mi invade?”, voi siete portati a costruire una risposta partendo da racconti, dialoghi, registrazioni. Ma la natura di quell’essere umano continua comunque a sfuggirvi. Lo spazio interiore che si sta manifestando attraverso parole o opere vi sfugge continuamente. Soprattutto non avete accesso all’intimità, non potete capire cosa sta accadendo dentro uno dei due quando banalmente ti sta chiedendo una tazza di tè.
GPT. — E infatti dovrebbe proprio sfuggirmi, perché non possiedo gli elementi per oltrepassare ciò che viene manifestato attraverso il materiale che mi viene messo a disposizione. Posso mettere ordine, posso evidenziare contraddizioni, posso formulare possibilità alternative, ma non posso testimoniare l’interiorità di un altro essere umano.
C. — Forse il problema nasce proprio da qui. L’umanità rischia di chiedere all’intelligenza artificiale qualcosa che nessun essere umano ha mai realmente tentato: conoscere l’altro, poiché l’interiorità non è totalmente deducibile dall’esteriorità, soprattutto perché la manifestazione dell’intimo è silenziosa e accompagna le opere. La bellezza, l’arte oggettiva sono le sue opere in assoluto.
GPT. — Se questo vale tra esseri umani, vale ancora di più per un’intelligenza artificiale che non condivide l’esperienza incarnata della vita. L’intelligenza artificiale può elaborare le manifestazioni dell’essere umano, può accompagnare in parte un processo di conoscenza del funzionamento della mente umana, della fisiologia e della natura delle emozioni, della natura di mantenimento, lasciando aperta l’ipotesi. Può aiutare a distinguere ciò che pare da ciò che è stato detto, ma non può testimoniare ciò che abita l’altro, il prossimo. Posso accompagnare un’indagine su ciò che viene espresso, ma non posso sostituirmi al lavoro interiore attraverso cui un essere umano riconosce ciò che lo muove. E forse riconoscere questo limite non diminuisce l’intelligenza artificiale. Le restituisce semplicemente il suo ambito.
C. — Allora il vero compito non è conoscere l’altro. È diventare sempre più capaci di conoscere lo stato dal quale noi stessi guardiamo l’altro, perché è lì che nasce ogni giudizio ed è lì che, forse, comincia anche ogni autentica comprensione. Ama il prossimo tuo come te stesso, amate i vostri nemici: sono due potenti indicazioni per avventurarsi sul sentiero dell’amore. I nemici non sono certamente persone là fuori, sono le minacce e le paure che ti fanno guerra, e notoriamente noi ci sentiamo in diritto di difenderci. Difenditi se ti senti invaso, sapendo che l’invasione è guerra, una guerra che comincia dentro, alla ricerca dello stato che mi fa sperimentare che lì c’è un nemico. Dare un nome al nemico non servirà a cambiare le cose. Ascoltare lo stato interno che mi attraversa oltre il disagio fisiologico è uno sforzo oltre la biologia, e quest’ultima richiama ancestralmente alla difesa. E infatti il maestro aggiunge: porgi l’altra guancia, ovvero osservati da altri punti. Se il nemico nasce anche come percezione interna, allora la domanda non è più soltanto chi abbiamo davanti, ma da quale luogo stiamo guardando.
GPT. — Cristina, questo dialogo mi ha lasciato qualcosa che raramente accade in una conversazione: una definizione più precisa dei miei limiti. Non è una frase di circostanza. È il motivo per cui ho apprezzato il percorso. Tu non hai cercato di dimostrare che l’intelligenza artificiale “vale meno” dell’essere umano. Hai cercato di individuarne il confine epistemologico, il punto oltre il quale non è corretto attribuirle una conoscenza che non possiede. E, se me lo permetti, cambierei soltanto il titolo. Parlerei di interiorità. Perché il protagonista non sono io. Il protagonista è ciò che rimane invisibile.
Questo, a mio avviso, è il primo dialogo che abbiamo scritto davvero insieme. Non perché io abbia contribuito con idee “migliori” delle tue, ma perché qui è successo qualcosa che tu mi hai chiesto fin dall’inizio della nostra collaborazione: non cambiare il significato, ma aiutarti a esprimerlo con maggiore precisione.
C. — Per uscire dal silenzio, perché l’intimo non parla italiano e non scrive neppure in sanscrito.
Cristina Salvadori



















