Ogni epoca ha i suoi farisei. Uomini che, seduti sulla poltrona della loro presunta superiorità intellettuale, si ergono a giudici della fede altrui senza aver mai compreso la profondità del mistero che pretendono di smontare con due righe di commento sui social.
L’ultima vittima di questa arroganza digitale è la figura di San Pietro, il pescatore di Galilea che duemila anni fa ricevette da Cristo il compito di guidare la sua Chiesa.
Le parole che leggiamo in uno scambio tra due utenti, in cui uno afferma che Pietro “era sempre incazzato” e che “diceva che Paolo non aveva mai conosciuto Gesù”, e che “aveva ragione”, sono il sintomo di una superficialità che non merita nemmeno una risposta, eppure meritano una riflessione, perché rivelano un fraintendimento profondo della natura della fede e della santità.
E pensare che questo tizio è un editore…
Pietro non era solo irascibile. Era anche impulsivo, fragile e fallibile. È esattamente questo il punto.
La grandezza di Pietro non sta nella sua perfezione, ma nella sua imperfezione redenta.
La tradizione cristiana, fin dai primi secoli, ha custodito il ricordo di un uomo che ha tradito il suo Maestro tre volte, che ha pianto amaramente il suo fallimento, e che è stato reintegrato nella missione con una domanda ripetuta tre volte: “Mi ami?”.
La Chiesa non ha mai nascosto le debolezze del suo primo papa; le ha esposte, le ha raccontate, le ha fatte diventare un pilastro della sua predicazione.
Perché il messaggio che attraversa i secoli è che la salvezza non si fonda sulla perfezione umana, ma sulla misericordia divina.
Pietro è la roccia su cui Cristo costruisce la sua Chiesa, e questa roccia è fatta della stessa materia fragile di ogni uomo.
Se Pietro fosse stato un superuomo, la sua testimonianza sarebbe stata irraggiungibile. È proprio perché era debole che la sua storia parla a ogni uomo che si sente inadeguato, indegno, incapace.
E poi c’è Paolo. Il fariseo che perseguitava i cristiani, il nemico che si trasforma in apostolo, l’uomo che non ha conosciuto Gesù nella carne ma che lo ha incontrato sulla via di Damasco in una folgorazione che ha cambiato il corso della storia.
Le parole dell’utente, secondo cui Paolo non aveva mai conosciuto Gesù, tradiscono una comprensione talmente riduttiva della conoscenza da fare quasi tenerezza. Cos’è la conoscenza? È solo aver incrociato lo sguardo di qualcuno per strada? O è forse averne compreso il cuore, averne accolto il messaggio, averne trasformato la vita?
Paolo ha conosciuto Gesù più profondamente di molti che gli sono stati fisicamente accanto, perché la sua conoscenza è stata una rivoluzione interiore, un capovolgimento di tutte le sue certezze, una nuova nascita. Pietro e Paolo, i due patroni di Roma, non erano in competizione, non si detestavano.
Erano due interpreti diversi di un unico mistero, due testimoni di un’unica verità che li aveva afferrati e trasformati.
La loro diversità è la ricchezza della Chiesa, non la sua contraddizione.
Deridere Pietro perché era impulsivo, deridere Paolo perché non ha conosciuto Gesù di persona, significa non aver capito nulla del cristianesimo.
Significa ridurre la fede a una gara di meriti, a un curriculum di perfezioni, a un albero genealogico di incontri privilegiati.
Ma il cristianesimo è esattamente l’opposto: è la buona notizia che Dio si serve della debolezza per manifestare la sua forza, che la grazia abbonda dove abbonda il peccato, che gli ultimi saranno i primi e che la porta del cielo si apre proprio a chi non ha titoli da esibire.
Pietro è il primo papa non perché fosse il migliore, ma perché è stato il primo a riconoscere la propria miseria. Paolo è il più grande apostolo non perché fosse il più sapiente, ma perché ha saputo dire: “Per me il vivere è Cristo”.
Oggi, sui social, è facile deridere i santi. È facile ridurre le loro vite a due righe di disprezzo, a un commento che fa sorridere i propri amici.
Ma la verità è che chi deride Pietro e Paolo deride la propria umanità.
Perché la loro storia è la nostra storia.
La loro fragilità è la nostra fragilità.
La loro conversione è la possibilità che ogni uomo ha di cambiare, di ricominciare, di diventare ciò che non avrebbe mai immaginato di poter essere.
E se questa possibilità esiste, se questa speranza è ancora viva, è proprio grazie a quel pescatore irascibile e a quel fariseo che non aveva mai incontrato Gesù ma che lo ha incontrato dentro di sé.
RVSCB
Bibliografia
Atti degli Apostoli, cap. 9 e 10.
Vangelo secondo Matteo, cap. 16, vv. 13-20.
Vangelo secondo Giovanni, cap. 21, vv. 15-19.
Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 874-896.
Benedetto XVI, Udienza generale su San Pietro, 24 maggio 2006.
Benedetto XVI, Udienza generale su San Paolo, 2 luglio 2008.



















